Recensione ambulante / Alfabeto d’amore di Delilah Gutman, a cura di Alessandro de Lisi

 

Recensione ambulante / Alfabeto d’amore di Delilah Gutman

di Alessandro de Lisi

         Ho sempre detestato i libri d’amore, le poesie scarlatte di baci e lacrime per gli addii tra amanti.
         Questo sentimento di avversione, invecchiando, negli anni si è inspessito, come incarnito sotto le unghie, mi infastidisce ogni qualvolta sento da una radio accesa una canzone d’amore, magari dall’alto di una finestra aperta mentre passo per strada, un’ennesima giravolta di Do per dire strazi e accanimenti affettivi, un verso d’amore sprecato.
         Quell’ideologia estrema, appiccicosa, che ricerca il modo migliore, più puro, fondamentalista di esprimere al prossimo i propri sentimenti, mi rende fuggitivo, mi allontano veloce.
         Giusto per essere chiari, verso di voi affezionati lettori di Finnegans, lasciate che mi presenti: sono Giuseppe Moshe Moscato, sono errante, ambulante per mestiere e vocazione.
         Nelle mie condizioni non posso permettermi poesie, romanzi, canzonette dell’amor fugace, poiché non posso consentirmi il lusso di pesi inutili nei miei bagagli, che poi li devo comunque portare in giro a forza di braccia.
         Ho imparato a selezionare i volumi per la mia biblioteca ambulante, oh! certo ambulante perché segue me, che sono errante. Cioè erro, sbaglio spesso e vado, in giro per l’Europa, nostra vecchia casa, tanto più in là non mi spingo, non me la sento di allontanarmi dalle radici, rischierei di perdermi.
         Incontro i miei amici editori, in giro per il Paese, ciascuno coi suoi tic, le sue nevrosi, le passioni tipiche del suicidio programmato che un editore compie nell’atto di diventare pubblicatore di storie, se intende rimanere indipendente, senza patria padrona e padrina.
         Vedo Raffaelli nel suo antro di Rimini, busso e m’apre circondato da una nebbia, che lì per li penso sia causa mia, del totultimo bianco al bar. La nebbia è piuttosto vera, e profuma di tabacco, anzi è fatta di fumo, come incenso in una basilica ortodossa.
         Raffaelli si siede sprofondando nel divanetto, si accende una sigaretta (toh!) e parla di parole importanti e mi passa come una reliquia, un libro sottile, d’ottima carta, una raccolta di poesie, sussulto.
         Ma come, tanti anni ad evitare di incollarmi le dita alle pagine dei romanzi, delle raccolte, a tema amoroso, come dicevo all’inizio appunto, e Raffaelli mi beffa così?
         Raffaelli è bello come sempre, con quella sua aria stropicciata e guascona, coi suoi occhi d’azzurro tirreno, sfottò perenne per un Adriatico come lui, e allora cedo e apro il libro di Delilah Gutman: “Alfabeto d’amore”.

         Capisco, appena incontro la sostanza minerale delle parole, che poi s’arieggiano, si ficcano per terra, si inalberano, si sprofonda la poesia nel mare, si spavalda sfidando il Vulcano, bacia alla francese le vicende della vita, che questo d’amore libro o raccolta non è.
         Ritrovo la diffidenza, la misura, il gusto, la prudenza, l’etica minima moralia dell’ebrea, della carne della mia carne che è un popolo che non potrà mai scrivere nulla di null’altro senza comporre atlanti, dizionari, abbecedari, sussidiari, biografie.
        Questo è un mappamondo fatto di fogli, gran beffardo Raffaelli, la Gutman ha fatto un capolavoro perché è tale nella sua intrinseca ironia, nella liturgia profetica che è sì femminile, però più che altro mitteleuropea, elegante, signorile sradicamento.
         Esco, cerco aria, in tasca coralli, ali, tramonti, città sacre, un invito costante non all’amore bacini bacini bacetti, ma amore indomito, invitto, innegabile per coloro che la Patria ce l’hanno attaccata alla pelle, alla voce, all’inflessione, alla postura quando suonano il pianoforte, quando gonfiano il petto per cantare una ballata.
         Metterò il volumetto tra i capolavori della mia biblioteca, voi compratelo.


Alfabeto d’amore di Delilah Gutman
 prefazione di Manrico Murzi e postfazione
 di Lucrezia de Domizio Durini
 Raffaelli Editore

 

 

______________________________

 

Alessandro de Lisi è giornalista, scrittore, curatore responsabile di progetti culturali complessi per lo sviluppo delle comunità ed esperto di organizzazione e produzione per i Beni Culturali.
Esperto di sociologia delle heimat del Mediterraneo, antifascista, da anni è impegnato nella lotta alle mafie. 

Delilah Gutman è compositore e pianista, cantante errante e poeta viaggiatore.
Le sue ricerche sono pellegrinaggi laici e ferventi, incursioni nelle culture linguistiche, spirituali, musicali e narrative in Italia e in almeno altri quindici Paesi sparsi per il mondo. Esplora la frontiera tra la musica colta ed il repertorio etnico, in relazione al linguaggio della musica classica d’occidente e alle arti.
Alla formazione accademica in pianoforte, composizione e elettronica presso i Conservatori di Milano e di Pesaro  è seguita quella in “Mediazione dei conflitti” all’Università di Urbino, che l’ha condotta a investigare la voce immaginativa come strumento di azione terapeutica e di dialogo interpersonale e interculturale.
Nata a Madrid, di origine Italo-Americana, vive e lavora a Milano e Rimini. Genera diverse formazioni musicali con cui interpreta i suoi concerti in Italia e all’estero, mentre quando siede al pianoforte canta il silenzio, tra i tasti prezioso è lo spazio per un’altra voce.
Pubblica con Stradivarius e Ut Orpheus, Raffaelli Editore e Curci.

__________________________

Foto di copertina e testo: Gerusalemme, gennaio 2019 – © Alessandro de Lisi

Foto di Delilah Gutman: © Maria Carla Cuccu 

© finnegans. Tutti i diritti riservati