La condizione del personaggio di Jaffier, protagonista di Venise sauvée, è visibile in molte altre vittime di oggi. È solo una dei tanti riscontri presenti nel libro Necessità e Bene, intorno al pensiero di Simone Weil pubblicato da Il Melangolo nel 2025 e curato da Isabella Adinolfi, Professoressa Associata di Filosofia della Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Lo scopo del libro non è quello di esporre e commentare il pensiero di Simone Weil, di cui Adinolfi si era già occupata in altre pubblicazioni, ma mostrare l’attualità di molte sue riflessioni relative all’etica e al rapporto con il sacro. Di particolare importanza è il concetto weiliano di “malheur”, che ha ispirato il titolo del film Sventura della regista e pittrice Serena Nono, figlia di Luigi Nono e nipote di Arnold Schönberg, che ha collaborato al libro contribuendo con la sceneggiatura dell’opera cinematografica. La pellicola uscita nel 2023 come sequel di Venezia Salva, altro film di Serena Nono tratto dall’omonima tragedia postuma di Simone Weil, approfondisce la figura di Jaffier, un mercenario straniero esiliato su un’isola dopo aver salvato Venezia da una congiura a cui inizialmente aveva preso parte. Nell’intervista realizzata nel marzo di quest’anno Isabella Adinolfi ha risposto a domande relative alle riflessioni di Weil sulla spiritualità relative ai tempi odierni, mentre Serena Nono ha illustrato come il film Sventura rappresenti un’applicazione artistica di queste teorie.

Domande a Isabella Adinolfi
“Nel Saggio Introduttivo, menzionando il caso di Jaffier, indica che gli esseri umani non riescono a trovare un punto di equilibrio fra necessità e bene. Secondo la teologia di Simone Weil è possibile invece risolvere questa opposizione?”
Adinolfi: “Il volume di cui parliamo, dedicato al pensiero di Simone Weil, non si limita a presentare o commentare le sue idee. L’intento è mostrare come il pensiero weiliano, che attraversa etica, politica e mistica, continui a offrire una grammatica essenziale per comprendere la condizione umana. Nel saggio introduttivo, prendendo spunto dalla figura di Jaffier così come l’ha interpretata Serena Nono nel film Sventura, ho voluto mostrare come la necessità e il bene, inizialmente pensati come opposti, si rivelino in rapporto l’uno con l’altro nella prospettiva più matura di Weil. Dal nostro punto di vista, la necessità è l’ordine della forza che governa il mondo naturale e sociale, la trama di leggi entro cui gli esseri viventi sono continuamente esposti alla sventura. Il bene, invece, non appartiene a questo ordine; non si impone, non costringe, non rivendica nulla per sé, perché è amore. Ma, da un punto di vista oggettivo, la necessità che schiaccia è anche quella che misura e ordina, impedendo a ogni forza di espandersi senza limite; in questo senso è in rapporto con il bene ed è voluta da Dio. Il libro ha il merito di far vedere complessivamente che questa tensione non è astratta, ma è la chiave interpretativa per comprendere non soltanto la teologia ma l’intera esperienza weiliana, anche quando essa non è tematizzata esplicitamente. Così il nesso fra necessità e bene è importante per comprendere il pensiero politico di Weil. In contrasto con chi tende a liquidarla come pensatrice utopica, i saggi di Giancarlo Gaeta e Giorgio Cesarale evidenziano come l’analisi weiliana della forza, dell’oppressione e della sventura sia tra i contributi più lucidi offerti al pensiero politico europeo del Novecento. Per Weil, la politica può dirsi giusta solo se riconosce la realtà della necessità e, al tempo stesso, tenta di limitarne gli effetti attraverso istituzioni capaci di proteggere l’essere umano nel punto della sua massima vulnerabilità.”
“L’accettazione della distruzione, condizione vissuta oggi anche da persone che vivono in paesi afflitti da guerre militari, è centrale nel concetto di “sventura” di Weil. Rispetto ad altri autori appartenenti al Cristianesimo, quali elementi peculiari introduce Weil riguardo questo tema?”
Adinolfi: “Dall’invasione dell’Ucraina sono stata più volte intervistata sul tema della guerra e in queste occasioni ho sempre tratto ispirazione dal pensiero di autrici che hanno pensato e agito come autentiche ambasciatrici di pace: Etty Hillesum, Simone Weil, Hannah Arendt. La guerra, che è l’espressione estrema e più violenta della forza, è sempre portatrice di sventura per tutti coloro che vi prendono parte: per chi la combatte e per chi la subisce da civile, per i vinti e per i cosiddetti vincitori, non lascia intatta nessuna coscienza e nessuna comunità. Nel lessico di Weil, la sventura non coincide semplicemente con il dolore; è un’esperienza che schiaccia l’essere umano, lo priva della parola e del riconoscimento sociale, lo espone alla perdita di senso. La guerra moltiplica questa condizione, perché trasforma la forza in principio regolatore dei rapporti umani. E quando la forza diventa legge, la sventura non è più un accidente, ma un destino collettivo che corrode legami, giustizia e memoria.”
“Lei sottolinea nel saggio introduttivo l’importanza del distacco dal mondo come punto di partenza per attingere la trascendenza. Rispetto ad altre zone meno avanzate tecnologicamente, lei crede che questo discorso sia ancora diffuso in Europa o crede che con la secolarizzazione sia venuto meno?”
Adinolfi: “All’inizio del suo percorso filosofico Weil non si era posta il problema di Dio, ma, a un certo punto del suo itinerario esistenziale, la dimensione della trascendenza le si è imposta. Partendo dall’esperienza vissuta e da un’interrogazione filosofica su alcuni temi nodali, fra cui proprio il rapporto fra necessità e bene, si è trovata di fronte a quelle “contraddizioni insolubili” che, come scriveva Platone, “tirano verso l’alto”. Per lei il soprannaturale non spiega il naturale, ma è la luce che lo illumina. Dunque, è proprio l’interrogazione filosofica a condurre Weil a un superamento dell’immanenza, poiché il soprannaturale è essenziale per giungere a una lettura veritiera del reale. Questa lettura è, tuttavia, possibile all’individuo solo attraverso il distacco. Uno dei punti di forza del volume è l’analisi approfondita dei concetti weiliani di distacco e decreazione. L’interpretazione proposta mette bene in luce come la decreazione non sia un gesto ascetico di annientamento, bensì un processo di svuotamento dell’ego che permette al reale di emergere nella sua verità. Il libro riesce a mostrarne le implicazioni etico, politiche, religiose, pedagogiche, artistiche, letterarie, giuridiche, ricordando che per Weil il male nasce sempre da un’appropriazione soggettiva della parola, della giustizia, della bellezza e della forza, mentre il bene si manifesta come distacco e attenzione, come rinuncia ad afferrare il mondo per lasciarlo essere nella sua alterità. È vero che in Europa e più in generale nell’Occidente tecnologicamente avanzato e secolarizzato il bisogno di Dio e della trascendenza sembra essersi affievolito. Weil riteneva che l’eclissi di Dio e della trascendenza fosse legata sia all’affermarsi della scienza, che si è progressivamente affrancata nella modernità dai concetti di verità, giustizia e bene, separandosi da Dio, e sia a causa di una religione che persiste a proporsi nei termini di una fabula consolatoria e infantile. Questa separazione è alla radice dei molti mali e dei disastri del nostro presente.”
“Che ruolo può avere lo sguardo religioso nel limitare lo stato perpetuo dei conflitti fra esseri umani, che siano vinti o vincitori?”
Adinolfi: “Lo sguardo religioso, a mio parere, può svolgere un ruolo importante nel limitare i conflitti tra gli esseri umani, perché invita a mettere in discussione gli idoli per i quali spesso si combatte e si distrugge. Se guardiamo alla storia passata, non sono mancate guerre combattute in nome della religione. Tuttavia, come faceva osservare Simone Weil a proposito del grande conflitto che allora insanguinava l’Occidente, le guerre moderne sono più che altro guerre idolatriche. Si combatte cioè per idoli costruiti dagli uomini: la razza, lo stato-nazione, l’ideologia, il potere, ma anche il dominio economico, il prestigio collettivo o l’identità trasformata in mito politico. Quando queste realtà relative vengono elevate a valori supremi, diventano facilmente motivo di scontro e giustificazione della violenza. Nella sua opera-testamento La prima radice Weil scrive che l’idolo può essere “rosso o nero”, può appartenere a ideologie diverse ma avere la stessa natura assolutizzante e totalitaria, come direbbe Arendt. Lo sguardo religioso può allora aiutare a smascherare le religioni idolatriche e a non cadere nella trappola. La fede nel Dio vero relativizza ogni potere terreno e impedisce di trasformare realtà umane, relative, in valori assoluti.”

Domande a Serena Nono
Quale aspetto del dramma “Venezia salva” di Simone Weil l’ha colpita maggiormente per la realizzazione del film Sventura, che approfondisce la vicenda weiliana da lei trattata in un suo precedente film?
Serena Nono: Credo di aver sentito il bisogno di mettere in scena una sequela di Venezia salva per indagare maggiormente la figura di Jaffier. Come poteva, il protagonista di Venezia salva convivere con il suo passato? Eroe tragico, salvatore e traditore nello stesso tempo, Cristo e Giuda insieme. Colui che si accorge che il prossimo verso cui dovrebbe muovere guerra, esiste. Colui che, per una rivelazione di grazia, improvvisamente “ama il suo nemico”. Era uno straniero, a Venezia aveva trovato accoglienza ed empatia da parte del Segretario dei Dieci. Per la congiura era stato coinvolto dal fedelissimo amico fraterno Pierre, compagno di avventure, che gli aveva dato il posto di comando per l’impresa, per la conquista di Venezia. Era stato calorosamente accolto dai compagni di congiura come leader naturale e perfetto e aveva tradito tutti loro. Per cui troviamo colpe, sconfitte, tradimenti, infedeltà, sentimenti violenti che scaturiscono da un’ingenua, semplice e necessaria idea di salvare un popolo e una città. Jaffier pensa di dovere salvare Venezia, rinunciando al suo potere, alla ricompensa, al premio che gli avrebbe assicurato una vita finalmente degna: nuove radici, ricchezza, una posizione, la fine del peregrinare “da signore a signore”, il tema del mercenario e dello sradicato, che lo definiva. Ma in ritorno alla sua rinuncia all’aggressione trova la morte dei compagni, oltre che la disonestà e il cinismo del governo veneziano, che pensava di aver salvato per amore e che cominciava ad ammirare. Come si può rimanere in vita dovendo fare i conti con questo passato?
Riguardo alla regia, mentre il protagonista racconta il suo passato si notano diverse inquadrature su elementi naturali dell’isola, tra cui le piante, l’edera e i tronchi degli alberi. Questa scelta di regia possiamo considerarla una metafora della contrapposizione fra il meccanismo naturale e il desiderio di libertà umana?
Serena Nono: L’isola rappresenta il luogo incontaminato dagli uomini e dal potere e volontà di questi, dove regna la natura con la sua legge. L’ esistenza di Jaffier sull’isola diviene simbiosi con la natura; egli abbraccia gli alberi, osserva la laguna, cerca di comprendere la vita delle piante, anche se gli ricordano, ferendolo, lo scorrere della vita, mentre i cieli e i loro colori gli fanno compagnia. La natura che lo circonda rappresenta la vita contrastando l’ipotetica soluzione da lui spesso desiderata: la morte. Ma egli può vivere con la natura, senza imporvisi. Gli animali vivono con lui. Vede Venezia da una certa distanza, come un sogno e come un incubo. Ma egli si è svegliato sia dal sogno che dall’incubo. Affronta “da sveglio” la realtà e affronta i suoi fantasmi. La solitudine e la natura in qualche modo permettono a Jaffier di esistere.
Nel film Venezia salva era centrale il tema della bellezza, in relazione anche alla città di Venezia. Come si relaziona la bellezza nell’ambientazione selvatica di “Sventura”, in cui il protagonista è distante fisicamente da quella bellezza che aveva salvato tradendo i suoi compagni.
Serena Nono: “La bellezza di Venezia comprende oltre che la sua architettura in dialogo con la natura, anche il suo governo, la Repubblica così “moderna” e differente dagli stati che la circondano, comprende le vite delle persone che vi abitano e probabilmente la forte identità dei veneziani “invidiati”, come dice Weil, dai congiurati per il loro radicamento profondo. La bellezza perciò è tutto questo. Ma Jaffier obbedisce al sentimento che, come una rivelazione, gli fa salvare Venezia, da cui verrà in seguito tradito, poiché dove si trova il potere, la forza, c’è sempre sopraffazione e inganno, come vediamo nei vertici del governo veneziano. I governanti, dopo aver promesso a Jaffier di salvare i suoi compagni in cambio della sua confessione, li uccidono tutti e salvano solo lui, allontanandolo dalla città. Venezia salva sé stessa, per mezzo di un uomo che comprometterà la propria vita per lei. Per cui la natura selvaggia dell’isola lo accoglie senza rapporti di forza, lo accoglie senza chiedere nulla in cambio. A distanza di poco più di vent’anni, si interroga se davvero ha salvato Venezia e se non fosse troppo grande quell’aspirazione. Può davvero l’uomo preservare, salvare o può solo distruggere? La natura distrugge anch’essa, anch’essa è crudele, ma non ha libero arbitrio. La natura agisce secondo leggi superiori, di sistema, mentre l’uomo può sempre scegliere. Ma come si può scegliere senza causare anche il male?”
Nella Musica, nella sceneggiatura e a inizio film ci sono diversi riferimenti al Sacro. Che ruolo ha Dio nel passaggio di Jaffier dal rimorso per le sue azioni all’accettazione della morte?
Serena Nono: “Dio non viene mai evocato da Jaffier in Sventura. Non sappiamo se Jaffier si rivolge a Dio. Non sappiamo se ritorna in Dio, se arriverà alla beatitudine, se si trova nell’Eden. Ma sappiamo che il suo è un cammino che assomiglia ai cammini dei mistici delineati nei vari stadi: pentimento, morte al peccato, morte alla propria natura, morte alla volontà, morte alla ragione. Jaffier impara a vivere da morto. Impara a vivere senza consolazione. Senza volontà. Il film si conclude con il cartello: “Ora sono morto. Vivo, ma vivo da morto.”

Michielangelo Suma, studente del corso di Filosofia e Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia
Immagine di copertina
Fotogramma del film Sventura


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