“Io, però, non me ne sarei mai stata zitta!”. Lisistrata, le sue amiche e gli stereotipi linguistici di genere, di Valeria Melis

Fresco of dancing Peucetian women from the Tomb of the Dancers in the Corso Cotugno necropolis of Ruvo di Puglia, Le Musée absolu, Phaidon – Ph. Yann Forget

 

Lisistrata. La voce delle donne contro la guerra

 

Rappresentata in Atene nel 411 a.C., nel pieno della guerra del Peloponneso e di una crisi interna che portò, dopo quasi un secolo di regime democratico, all’instaurazione del governo oligarchico dei Quattrocento, la Lisistrata di Aristofane rappresenta la ribellione delle donne alla guerra contro Sparta, ostinatamente voluta dagli uomini. Grazie allo sciopero del sesso delle giovani e all’occupazione dell’acropoli delle vecchie, almeno nell’utopica fantasia della commedia Atene ritrova la pace. Opera “femminile” (non femminista!), concepita da ingegno maschile, la Lisistrata offre un’ampia e variegata messe dei comportamenti linguistici solitamente attribuiti alle donne. Un fatto, questo, che consente di verificare, una volta di più, l’innegabile continuità tra antico e moderno in tema di stereotipi di genere.

Stereotipi di ieri, stereotipi di oggi

 

Sì, perché, sebbene oggi, nelle cosiddette società “avanzate”, pochi avrebbero il coraggio di sostenere (apertamente), con Aristotele, che «fra il maschio e la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore» (Politica 1254b 13-14, ἔτι δὲ τὸ ἄρρεν πρὸς τὸ θῆλυ φύσει τὸ μὲν κρεῖττον τὸ δὲ χεῖρον), l’attribuzione di specifici comportamenti linguistici ai generi persiste tenacemente. Infatti, nonostante vi sia una curiosa inversione di tendenza, che favorisce l’insorgere di nuovi stereotipi corrispondenti a «un’immagine negativa del comportamento linguistico maschile», le donne «per timore di incorrere in giudizi negativi […] tenderebbero a essere conservative, a curare maggiormente la correttezza formale, ad aderire allo standard, o comunque ai moduli percepiti come prestigiosi (banditi quindi dialettalismi e popolarismi, come anche il turpiloquio). I loro enunciati sarebbero punteggiati da segnali discorsivi ed espedienti attenuativi che denotano incertezza ed esitazione (e dunque debolezza), e il loro stile sarebbe improntato a una maggiore gentilezza (politeness o “strategia del garbo”) realizzata mediante l’uso di un’abbondante aggettivazione esornativa e il largo impiego di espressioni affettive, di diminutivi, di vezzeggiativi e alterati in genere che tradiscono un approccio comunicativo emozionale, ingenuo e infantile. Le femmine sarebbero, inoltre, più dei maschi, fastidiosamente loquaci e prolisse, tenderebbero a pianificare diversamente il discorso, a selezionare e sviluppare argomenti specifici, in alcuni casi in esse (quasi) esclusivi (ad esempio quelli relativi alla cura della casa, alla maternità, alla cosmesi, alla moda e così via)»1.



Donne e “parole” di donne nella Lisistrata

 

Diversi sono, nella Lisistrata, gli accorgimenti con cui Aristofane conferisce alle espressioni delle sue eroine tratti più spiccatamente femminili2: Mirrina offre esempi di frivola sventatezza e di un’artificiosa e ostentata ritrosia, mostra atteggiamenti intriganti e un po’ civettuoli, a volte dispettosi e provocatori, a volte familiarmente premurosi, alterna appassionate dichiarazioni d’amore a bronci capricciosi (vv. 870-871, φιλῶ φιλῶ ’γὼ τοῦτον· ἀλλ’ οὐ βούλεται | ὑπ’ ἐμοῦ φιλεῖσθαι. σὺ δέ με τούτῳ μὴ κάλει, ‘lo amo, certo che lo amo. Ma è lui che non vuole essere amato da me. Non mi chiamare, non ci voglio andare, da lui’ [traduzione di Simone Beta]); Lisistrata, nonostante il piglio eroico conferitole dal suo ruolo di leader, si serve di velati giri di parole quando accenna allusivamente al desiderio sessuale delle donne per i mariti in guerra (vv. 99-100, τοὺς πατέρας οὺ ποθεῖτε τοὺς τῶν παιδίων | ἐπὶ στρατιᾶς ἀπόντας; ‘non sentite la mancanza dei padri dei vostri figlioli, che sono lontani in guerra?’; le compagne di Lisistrata, riunite in gruppo, intervengono alternandosi rapidamente, facendo quasi a gara per esternare i loro sentimenti (vv. 102-106; 113-118) ed esprimono la loro contrarietà in maniera volutamente evasiva (vv. 146-148, ΜΥΡΡΙΝΗ. εἰ δ’ ὡς μάλιστ’ ἀπεχοίμεθ’ οὗ σὺ δὴ λέγεις, | ὃ μὴ γένοιτο, μᾶλλον ἂν διὰ τουτογὶ | γένοιτ’ ἂν εἰρήνη; ‘Mirrina: Ma se noi facessimo questo grandissimo sforzo, rinunciando – non sia mai! – a quello che dici tu, credi davvero che dopo questo sacrificio ci potrebbe essere la pace?’ [traduzione di Simone Beta]).

Complicità e affetto femminile

L’impiego di una aggettivazione robusta, volta a esprimere sentimenti d’affetto e muliebre complicità è una caratteristica di questa commedia: per Lisistrata, Lampitò è una ‘carissima Lacone […] dolcissima’ (vv. 78-79, φιλτάτη Λάκαινα […] γλυκυτάτη) e, per Lampitò, la donna beota che le si accompagna è ‘nobile’ (v. 86, πρέσβειρα), quella corinzia ‘altolocata’ (v. 90, χαΐα). Persino quando le compagne, prese da un irrefrenabile desiderio per i mariti, cercano di evadere dall’acropoli, Lisistrata, pur definendo un simile comportamento come un gesto ‘di donne cattive’ e rivelatore di un ‘animo femmineo’ (v. 708, κακῶν γυναικῶν ἔργα καὶ θήλεια φρήν), non manca di definire ‘care’ le sue amiche (v. 765, ὦγαθαί), comprendendo le difficoltà insite nell’ardita impresa dello sciopero del sesso.

 

Aristofane rovescia gli stereotipi

 

Lapide in piedi. L’esaltazione del fiore. Ph. Janeb 13


La “norma” della donna silente…

Nei Sette contro Tebe di Eschilo, il personaggio di Eteocle mette a tacere il Coro delle giovani tebane, atterrite dalla guerra (vv. 230-232):

ἀνδρῶν τάδ’ ἐστί, σφάγια καὶ χρηστήρια
θεοῖσιν ἔρδειν πολεμίων πειρωμένους,
σὸν δ’ αὖ τὸ σιγᾶν καὶ μένειν εἴσω δόμων.

Spetta ai maschi, ai guerrieri occuparsi di tutto questo: offrire le vittime agli dei e trarre vaticini, quando si cimentano contro i nemici. Compito tuo è invece fare silenzio e startene a casa! (Traduzione di Monica Centanni)

Un paradigma, questo, di cui Lisistrata è ben consapevole (vv. 507-515):

                                                      πολλάκις ἔνδον ἂν οὖσαι
ἠκούσαμεν ἄν τι κακῶς ὑμᾶς βουλευσαμένους μέγα πρᾶγμα·
εἶτ’ ἀλγοῦσαι τἄνδοθεν ὑμᾶς ἐπανηρόμεθ’ ἂν γελάσασαι
τί βεβούλευται περὶ τῶν σπονδῶν ἐν τῇ στήλῃ παραγράψαι
ἐν τῷ δήμῳ τήμερον ὑμῖν;” “τί δὲ σοὶ τoῦτ’;”, ἦ δ’ ὃς ἂν ἁνήρ·
οὐ σιγήσει;”, κἀγὼ ’σίγων.

Spesso, pur stando in casa, siamo venute a sapere delle vostre decisioni sbagliate su fatti importanti: allora, soffrendo dentro di noi, vi chiedevamo, con un sorriso: “Che cosa si è deciso di trascrivere sulla stele riguardo alla pace, nell’assemblea popolare, oggi?”, “E a te che importa?”, diceva il nostro marito, “Non te ne starai zitta?”, e io stavo zitta.

Nel corso della commedia, infatti, gli uomini biasimano più volte le donne per la loro λαλιά, la ‘chiacchiera’ vana, la ‘parola inutile’ senza valore3: prive di diritti politici, come gli schiavi e i bambini, considerate naturalmente incapaci di tenere un discorso pubblico, le donne devono tacere sulle questioni pubbliche e militari. Il motivo è centrale nello scontro tra i semicori nei versi 350-386: dapprima il semicoro dei Vecchi domanda ironicamente se debba ‘lasciar vaneggiare’ (v. 356 λαλεῖν ἐάσομεν) le Vecchie e osserva che, se qualcuno avesse già provveduto a bastonarle sulle mascelle, esse non avrebbero più voce per parlare (v. 361 φωνὴν ἂν οὐκ ἂν εἶχον); quindi ingiungono loro di tacere (v. 364 εἰ μὴ σιωπήσει), se non vorranno essere scorticate.

e il rovesciamento dello stereotipo 

Ma Aristofane rovescia il paradigma della donna silente, tenuta a occuparsi solo delle faccende domestiche: le Vecchie zittiscono i Vecchi, osservando che, per via della loro età, non possono più far parte del tribunale dell’Eliea, una delle massime istituzioni ateniesi; pertanto, non hanno più alcuna autorità né alcun diritto di sentenziare. Lisistrata stessa, nel verso 538, afferma che ormai “la guerra è cosa per le donne” (πόλεμος δὲ γυναιξὶ μελήσει) e mette a tacere il Probulo, che esce di scena conciato per le feste e umiliato.

 

La voce delle vecchie di Atene

 

Tragic mask of an old woman fromt the New Comedy, National Museum of Rome, Baths of Diocletian. Ph. Carole Raddato


Lo “statuto speciale” della vecchia nella Commedia antica

Quando si parla del personaggio della Vecchia c’è un’importante precisazione da fare: nella Commedia antica (la cosiddetta “archaia”), le vecchie godono di uno “statuto speciale”, che consente loro di esprimersi col turpiloquio o comunque in maniera esplicita e diretta anche davanti a un uomo. Una libertà, questa, preclusa alle giovani, che possono adottare simili comportamenti verbali solo in presenza di donne4.

Parolacce e dolcezze nelle parole delle vecchie di Atene

Estremamente ricco e variegato, il linguaggio del semicoro delle Vecchie della Lisistrata segue i movimenti umorali delle donne, assecondandone e definendone l’azione. Forme di aggressività verbale anche molto scurrile fanno il paio con “tattiche di guerra” al femminile, fatte di morsi, colpi di coturno, calci e sgambetti. Lasciato da parte il silenzio, ‘il miglior ornamento per una donna’5, le vecchie del semicoro si esprimono spesso e volentieri con parole degne di molti Paflagone da commedia, tenendo spavaldamente testa agli uomini: «Elles ne se privent guère de nommer les choses par leur nom», scrive Nicole Loraux6. Appunto.

Tuttavia, non mancano tratti espressivi più tradizionalmente femminili come:

1.    vanterie

2.    espressioni di solidarietà femminile

3.    parole dolci e premurose


Vanterie

Le Vecchie si vantano di essere tanto numerose da far ‘scoreggiare’ i vecchi per la paura (v. 354, τί βδύλλεθ᾽ ἡμᾶς;), promettono alla guardia botte così forti da defecarsi addosso (v. 440, ἐπιχεσεῖ πατούμενος), rispondono al Corifeo che vorrebbe prenderle a calci (v. 799) con la minaccia di percosse in volto e alle gambe (vv. 821, e 824, τὴν γνάθον βούλει θένω; […] ἀλλὰ κρούσω τῷ σκέλει;): gli hanno spiegato, infatti, che avvicinare la mano al prossimo senza un buon motivo può essere assai pericoloso (v. 472, ἐὰν δὲ τοῦτο δρᾷς, κυλοιδιᾶν ἀνάγκη [‘se lo fai, per forza ti ritrovi con gli occhi pesti!’]). E – aggiungo – se il prossimo è una donna, le cose potrebbero andare davvero male!


Espressioni di solidarietà femminile

Aggettivi e locuzioni esprimono sovente la solidarietà che anima e sostiene l’agire delle donne, in contrasto con la cieca e cocciuta ostilità degli uomini. Non conta che Ismenia sia tebana: ella è pur sempre una ‘cara, nobile fanciulla’ (v. 697, φίλη παῖς εὐγενής). E, anche se l’amica che viene dalla Beozia non è che la comica personificazione dell’anguilla, le parole con cui le Vecchie la descrivono (vv. 701-702, ταῖσι παισὶ τὴν ἑταίραν […] παῖδα χρηστὴν κἀγαπητήν, ‘la migliore di tutte le mie amiche […] fanciulla eccellente e desiderabile’) rientrano pur sempre tra i mezzi espressivi con cui le donne sono solite mostrare la loro benevolenza.


Parole dolci e premurose

La propensione alla cura degli altri e alla difesa delle persone care costituisce un ulteriore tratto distintivo della compagine femminile della Lisistrata. A lungo manifesta nei confronti delle compagne e della città, tale attitudine si disvela con note di tenerezza anche nei confronti del semicoro dei Vecchi, nella scena in cui avviene la riappacificazione e la riunione dei due semicori in un Coro solo (vv. 1014-1041): le Vecchie rassicurano gli uomini che potranno trovare in loro alleate fedeli (v. 1017), cessano di ribattere alle provocazioni e, con giri di parole affettuosamente vezzosi7, li aiutano a rivestirsi della tunica e liberarsi del fastidioso insetto che tormenta il loro occhio.

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Immagine di copertina
Foto di una rappresentazione di Lisistrata, celebre commedia di Aristofane, autore Gianfranco Melocchi


Note

1. Fresu, Rita (2019), Il linguaggio femminile e maschile nell’italiano contemporaneo: orientamenti e linee di tendenza in Sabina Gola (a cura di), L’italiano che parliamo e scriviamo, Firenze, Franco Cesati Editore, pp. 15-29 [cito, qui, dalle pp. 16 e 17].

2. Nieddu, Gian Franco (2001), Donne e ‘parole’ di donne in Aristofane, in «Lexis», XIX, pp. 199-218.

3. Per approfondimenti su questo aspetto rimando a Beta, Simone (1999), La ‘parola inutile’ nella commedia antica, in «Quaderni Urbinati di Cultura Classica», n.s., LXIII, 3, pp. 49-66 [in particolare, qui faccio riferimento alle pp. 60-61].

4. Sommerstein, Alan H. (1995), The Language of Athenian Women, in Francesco De Martino, Alan H. Sommerstein (a cura di), Lo spettacolo delle voci, Bari, Levante Editori, pp. 61-85 [mi riferisco qui, in particolare, alle pp. 78-80].

5. Sofocle, Aiace 293.

6. Loraux, Nicole (1980-1981), L’acropole comique, in «Ancient Society», XI-XII, pp. 119-150 [traggo la citazione da p. 119].

7. V. 1020, ὁρῶ γὰρ ὡς καταγέλαστος εἶ (‘guarda come sei ridicolo!’), vv. 1025-1026, κεἴ με μὴ ’λύπεις, ἐγώ σου κἂν τόδε τὸ θηρίον | τοὐπὶ τὠφθαλμῷ λαβοῦσ’ ἐξεῖλον ἄν, ὃ νῦν ἔνι (‘e se non mi avessi offesa, ti avrei preso questo insetto qui, che hai nell’occhio, e te lo avrei levato via’).

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Valeria Melis è professoressa a contratto di Lingua e letteratura greca (Università di Sassari), assegnista di ricerca (Università di Cagliari) e cultrice della materia (Università Ca’ Foscari Venezia). Le sue ricerche spaziano dal mondo antico (teatro tragico e comico e le sue interazioni con la Sofistica e il diritto attico; teorie del linguaggio; critica letteraria antica; il De rerum natura di Lucrezio) a quello contemporaneo (libro personalizzato; social readingDigital humanities). Ama e pratica l’atletica leggera, adora viaggiare e, quando è possibile, volare.

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