“Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini / Intervista di Michele Andronico

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“È una illusione che le foto si facciano con la macchina... si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”. Henry Cartier Bresson

“La fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare”. Lewis Heine

“Quando la gente scoprì che nessuno fotografa nello stesso modo una cosa, l'ipotesi che le macchine offrissero un'immagine impersonale e oggettiva dovette cedere al fatto che le fotografie non attestano soltanto ciò che c'è, ma ciò che un individuo ci vede e che non sono soltanto quindi un documento ma una valutazione del mondo”. Susan Sontag

“Una foto non si scatta si crea”. Ansel Adams

Con questi “esergo” inizia l’ultimo lavoro di Alvaro Masseini, “Il passato nel presente – ritratto fotografico della Calabria grecanica”, edito nel novembre 2024 da Morlacchi con prefazione di Vito Teti (antropologo già docente alla Università della Calabria) ed un prezioso contributo musicale di Francesca Prestìa, una ballata tratta dai versi di Salvino Nucera, un poeta di Ghorio di Roghudi, un greco di Calabria.

Alvaro Masseini, toscano di nascita, vive sulle colline del lago Trasimeno. Già professore di Storia e Filosofia nei licei, fin da giovanissimo ha nutrito la passione per la fotografia e per la pesca con la mosca artificiale. Passioni – entrambe – che lo hanno portato negli anni ad esplorare regioni lontanissime e contrade familiari per consuetudine di vita. Il suo obiettivo ha scritto con la luce immagini in Mongolia, Stati Uniti, British Columbia, Cuba, Alaska, Messico, Patagonia, e poi del luogo dove vive, il lago Trasimeno. Nascono così ben 11 pubblicazioni, delle quali tre interamente fotografiche. Della Patagonia ed altri sogni (1998), Inseguendo il sole (2003), Per mare e per terra (2008), Acque magiche (2009), Strade liquide (2011), In Mongolia (2016). E poi per Morlacchi Editore, la trilogia Pescatori del Trasimeno, storie di vita di pesca e di lavoro (2015), Geometrie del Trasimeno (2017), La rete volante (2018), cui seguono Controcorrente, schegge biografiche di un pescatore a mosca (2020) e Acque Profonde (2022).   

Da alcuni anni Alvaro ha concentrato la sua “visione” sulla Calabria. Sulla Calabria “ultra” mi piace dire. Quell’estremo lembo di continente che si affaccia su due mari e che nasconde al suo interno monti aspri ed impervi scavati da fiumare e coperti di vegetazione fitta e multiforme, dalla macchia mediterranea per poi a salire verso faggete e conifere. E di questo lembo ha scelto, per il suo ultimo lavoro, quello più estremo ed impervio: l’area grecanica. Piccola la sua estensione geografica, ma varia e complessa la struttura. Marine che passando per Capo Spartivento e Capo delle Armi trasfondono le acque dello Jonio nel Tirreno. E borghi sovrastanti fiumare di sassi di un bianco abbagliante, aggrappati agli ultimi contrafforti dell’Aspromonte quasi a sorvegliare un azzurro “liquido” che può portare navi di mercanti o incursioni di pirati. 

Ho avuto il piacere di curare e presentare, in prima nazionale, questo “ritratto fotografico” alla Piccola Biblioteca di Cuti, world’s smallest library, dove un giovane poeta calabrese, Daniel Cundari, anima e catalizza una comunità di intelligenze che hanno fatto della “restanza” (come usa dire Vito Teti) un valore simbolico e pratico. E della “andanza” (la definisce così Ivana Margarese) un valore aggiunto e necessario per “transiti” in una nuova koiné. E a quell’incontro mi piace dare seguito con questa intervista.            

Rhogudi, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Masseini

Buongiorno Alvaro e grazie per questo bel libro che ci hai regalato. Mi scuserai se non sarò “tecnico” nel gestire questa intervista. Non ci riuscirei proprio: tu sai che la Calabria greca è uno dei miei luoghi del cuore… Mi hai raccontato che questo tuo lavoro è frutto di una esperienza pluriennale dei luoghi e delle persone. Di lunghi soggiorni nei periodi in cui, passato il turismo che affolla le marine estive sconfinando nei borghi dell’interno, il silenzio e le parole scambiate con gli ormai pochi abitanti di questi borghi – alcuni completamente abbandonati – diventano essenziali.

Cominciamo allora a raccontare ai nostri lettori la Calabria grecanica. Qual è la sua precisa collocazione geografica, quali le radici che Witte nel XIX secolo e Rohlfs nel XX fanno risalire alla prima colonizzazione ellenica? Quale la sua storia millenaria?                                                                                                                                                             

«Michele ti ringrazio per questa opportunità, dato che il pericolo più grosso per questo tipo di pubblicazioni è quello di essere così di nicchia da rimanere confinate fra un pubblico stretto di specialisti, a fronte di un grosso lavoro a monte. Editare un libro fotografico oggi significa una discreta mole di lavoro e anche d’impegno finanziario che solo pochi editori sono disposti a sostenere. Detto questo, entriamo nel merito. L’area specificatamente grecanica è quella che inizia da Pentedattilo e finisce praticamente a Roghudi. Si tratta di una decina di paesi e frazioni alcuni ancora abitati, altri in macerie. Tutti comunque ubicati nella zona interna, ionica della Provincia di Reggio Calabria, cioè alle pendici del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Tuttavia, una linea precisa è difficile tracciarla dato che, in un passato lontano, si parlava grecanico fino a Palizzi, ma poi le autorità del tempo – sia politiche che religiose – hanno fatto di tutto per isolare, contrastare questa parlata. Prima proibendola nei riti religiosi, poi escludendola dall’ufficialità istituzionale così da relegarla a parlata dei pastori, dei caprai, di quelli che abitavano lontano dai paesi, rappresentanti di una classe sociale marginale e disprezzata.

Il volume in questione è soprattutto un libro fotografico, introdotto da un saggio storico-antropologico di Vito Teti e abbellito dalla canzone di Francesca Prestìa che, con il sistema del QC, mentre si sfoglia il libro, canta in grecanico, con l’accompagnamento di strumenti musicali locali. Per l’introduzione e le schede che aprono ciascun capitolo mi sono avvalso di fonti secondarie, dato che non avevo e non ho competenze per entrare nel merito dell’annosa questione se l’origine della lingua grecanica sia effettivamente greca antica, appartenente cioè alla prima colonizzazione di 25 secoli fa, come sostiene Gerhard Rohlfs, oppure greco-bizantina, come hanno sostenuto altri linguisti come Giuseppe Morosi e più recentemente il professor Domenico Minuto. Quale che sia la sua origine – e nonostante le leggi che tutelano le minoranze linguistiche – il problema grave, oggi, è quello della sua dispersione dovuta soprattutto allo spopolamento delle aree montane e alla ripresa in Calabria di un flusso migratorio significativo».

Palizzi, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Masseini

“Il passato nel presente” descrive, con i tuoi scatti ed i tuoi commenti, undici borghi simbolo di questa area e di questa cultura (in realtà ne troviamo anche un dodicesimo, ma di questo mi piacerà farti, dopo, una domanda specifica). Ad ognuno tu dedichi la tua narrazione, con la scrittura di parole e la scrittura di immagini. Entrambe hanno il requisito dell’immediatezza e della leggerezza. Nella sua prefazione Teti scrive che “noi fotografiamo i luoghi e le persone, ma i luoghi e le persone fotografano noi. La realtà è il risultato di dialoghi, rapporti, sguardi incrociati.” Mi racconti più in dettaglio la storia del tuo dialogo con questo “passato nel presente”?                                                                                                                                                                   

«L’incontro con quest’area della Calabria è avvenuto casualmente. Per sei, sette anni, io, con mia moglie Alessandra Lorini e Ginger, il nostro cane, per motivi salutistici abbiamo passato l’inverno sul mare di Ferruzzano, un piccolo comune della Locride, fra Brancaleone e Bianco. Una volta lì, i nostri amici locali ci hanno raccontato di questa realtà racchiusa sui contrafforti dell’Aspromonte. Quindi nei luoghi più facili a raggiungersi come Pentedattilo o Bova ci sono andato da solo, mentre per altri come Gallicianò, Roghudi, Casalnuovo e Africo mi sono avvalso di guide del Parco Nazionale o di amici locali, comunque esperti dei luoghi. Voglio qui ricordare che per l’ultimo viaggio, a Ghorio di Roghudi e Roghudi, avevo una guida d’eccezione: il compianto Salvino Nucera che era nato a Ghorio. Con lui sembrava che quelle mura mute che si stanno sbriciolando si rianimassero di nuovo. Qui era l’ufficio postale, qui il bar del paese, qui la sede della Filarmonica, qui la caserma, qui il frantoio; la parlata pacata di Salvino faceva rivivere d’incanto le vie del paese, ridando forma e identità ai luoghi, ridando loro “senso”, come dice Teti. Va da sé che, in quella circostanza, anche le foto risultassero più efficaci e coinvolgenti».

Hai ricordato Salvino Nucera, un poeta, un greco di Calabria che con i suoi racconti e le sue liriche ha tenuto viva questa cultura. Anche tu lo fai. Con le tue immagini entri nei luoghi per preservarne la memoria. Già, perché tanti di questi paesi si sono lentamente spenti. Penso a Roghudi (di cui ci hai appena parlato), a Brancaleone Vetus, ad Amendolea, ad Africo. Ognuno con la sua storia di terremoti, alluvioni, o più semplicemente emigrazione verso condizioni di vita supposte migliori. Nasce così, nel secolo scorso, l’inatteso fenomeno dei paesi doppi. Strano come a volte la storia ripercorra, in senso contrario, passi già visti molti secoli prima. Il vecchio sito – alto sulla fiumara, gioiello di pietra antica incastonato agli ultimi contrafforti aspromontani, lontano dai pericoli della costa dove malaria e scorrerie barbaresche hanno reso la vita impossibile – che per secoli è stato il centro della comunità ed i nuovi quartieri sviluppati sulla marina, dove passano la ferrovia e la nuova strada nazionale che congiungono Reggio Calabria a Taranto.                

«Come hai ben detto, un concorso di cause, naturali e sociali hanno prodotto o la scomparsa fisica dei paesi (Africo) o il totale abbandono di alcuni di questi (Roghudi), determinando al contempo emigrazioni lontane e la nascita dei cosiddetti paesi doppi sulla marina. A questo proposito quello che mi sento di dire e che, mentre quelli che tu chiami “i gioielli di pietra antica” un’anima ce l’avevano in quanto stratificazione architettonica secolare di una civiltà agropastorale, di contro i paesi della marina sono nati spesso in fretta e furia, senza un piano regolatore, senza un progetto. Molti gli edifici abusivi. Spesso manca una piazza centrale. Centinaia i fabbricati iniziati e non finiti con migliaia di ferri d’armatura che escono dai solai e che non avranno mai un tetto. Fanno molta tristezza. Le immagini del volume, che ovviamente rispondono ad un mio sentire, non vogliono esprimere in alcun modo un pensiero nostalgico e passatista, ma il rimpianto è semmai quello di constatare che, abbandonata la montagna, quello che è stato costruito lungo la costa ionica è quasi sempre un paesaggio urbano brutto, E sappiamo quanto questo incida sull’umore e sull’animo delle persone che vi abitano nel quotidiano».

Campi di Bova, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Mastini

E tuttavia a questa sorte di progressivo abbandono sfugge Bova. Chora tu vua. Chora in greco di Calabria definisce il paese, il centro più importante per tutta la costellazione di villaggi che su di esso gravitano e a cui fanno riferimento per la presenza di autorità civili e religiose e per la presenza di fortificazioni e sistemi di difesa. La leggenda narra che fu fondata da una regina di origini armene. Gli scavi nell’area dell’acropoli testimoniano di una importante presenza autoctona e tutta la Calabria jonica continua a restituire reperti archeologici che confermano frequentazioni commerciali con l’Egeo occidentale ed il Pontos Euxeinos (il Mar Nero) anteriori alla prima colonizzazione greca. Ma è con questa, con la Megali Ellas, che l’area assume una centralità strategica. A Bova, la “capitale” tu dedichi immagini suggestive che spaziano dal Passo della Zita ai Piani di Bova, all’antico quartiere ebraico, alla processione della Domenica delle Palme che riecheggia gli antichi riti delle Persefoni. Bova, l’ultima Diocesi cristiano-cattolica dove il rito greco – abbandonato in tutte le altre già di influenza bizantina dopo la forzata latinizzazione normanna – resiste fino alla seconda metà del XVI secolo.  

«Bova con le sue 450 persone residenti, come dici tu, si è salvata fino ad oggi, ma il trend demografico nazionale e della Calabria in particolare, la condanna nei prossimi trent’anni, come tutti gli altri comuni montani. È stata per secoli la capitale della Bovesia con sede vescovile, preture e tribunali e tutt’oggi è il paese meglio conservato: solo una piccola parte è diroccata, il resto è ben ristrutturato e ben tenuto. Ma anche qui, come altrove, va trovata una “cura” che freni l’emorragia della popolazione. La medicina per frenare l’esodo sembra che ancora non sia stata trovata. Non solo: mi sembra che non se ne stia nemmeno parlando. Anche il grecanico, al di là di qualche parola o frase di circostanza, lo parlano oramai veramente in pochi. Solo Gallicianò, l’acropoli dell’area grecanica mantiene ancora un nucleo che parla correntemente grecanico, ma… sono rimasti in sessanta!».

Gallicianò-Kalos Irthete, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Masseini 

Mi piace ricordare ancora con te Pentedattilo, CinqueDita, per la particolare conformazione delle rocce che lo accolgono come un nido (un tuo suggestivo scatto al tramonto è l’immagine di copertina); il paese abbandonato per alluvioni e frane nel secondo dopoguerra; il paese che rivive grazie alla paziente opera di “stranieri” che lo hanno eletto a loro nuova casa. E Gallicianò, alto sulla vallata dell’Amendolea, dove i pochi residenti stabili rimasti parlano ancora il greco di Calabria; dove un beneaugurante “Kalos irthete” (Ben venuto) accoglie l’ospite.                                                                                                                                                                     

«Per Pentedattilo il discorso è diverso. Se ci fosse davvero nella classe dirigente calabrese una mentalità lungimirante, è un paese che potrebbe rinascere per almeno tre motivi: è vicino al mare, dista solo 5 km dalla statale 106, è servito da una strada asfaltata, è piccolo e ben raccolto. Quindi un progetto intelligente di recupero urbanistico sarebbe possibile e potrebbe liberare, una volta realizzato, grandi potenzialità. Dove si trova un paese come questo? Molti di noi, pur avendo girato mezzo mondo, dove hanno visto mai un agglomerato siffatto? La meraviglia che colpisce i visitatori di oggi è la stessa che impressionò Edward Lear ed Escher e molti altri che l’hanno visitato nel tempo. Quando il paese ti appare, all’improvviso, dopo l’ultima curva, non ti sembra vero. Sembra un dipinto, un’immagine creata ad arte. Poi scopri con melanconia che è lasciato in gran parte in macerie ed abitato coraggiosamente da due donne ed un giovane malese. Anziché custodirlo come un gioiello, quasi tutti gli anni qualcuno dà fuoco alle sterpaglie intorno, mettendo a rischio anche quel poco di recupero urbano che c’è stato. È mai possibile sopportare tutto questo? Per Gallicianò è un po’ più complicato. Il grosso lavoro che negli ultimi trent’anni hanno messo in atto con la costruzione della chiesetta in stile ortodosso-bizantino, del teatro greco, insieme alla ristrutturazione di alcune vie centrali, al Museo antropologico, alla Fontana dell’Amore, i lavatoi storici, l’ospitalità diffusa, il tentativo di tenere stretti i legami con la Grecia e il mondo ortodosso con il gemellaggio di Gallicianò con Alimos, sono tutte iniziative che vanno nella direzione giusta. Tuttavia il paese è assai lontano dal mare, con una viabilità precaria. E da un punto di vista architettonico non ha la spettacolarità di Pentedattilo e quindi anche dal punto di vista turistico ha sicuramente meno attrattiva. Rimane, poi, il problema di sempre: chi scegliesse di stabilirsi lì oggi come potrebbe procurarsi da vivere?  Forse, proprio perché isolato e al tempo stesso con una popolazione intraprendente ha mantenuto più degli altri paesi l’integrità della lingua grecanica. Ma nel futuro?».

Riace, l’accoglienza di Mimmo Lucano, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini  (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Masseini

Si, è proprio così, Alvaro. Il futuro? Questa tua riflessione mi dà allora l’opportunità di rivolgerti la domanda che mi ero riservata all’inizio.
Nella struttura della tua opera lasci uno spazio finale a Riace. Riace non rientra, né per storia né per ambito geografico, nella Calabria Greca. Però è un paese che ha sognato il futuro. Non nel suo “doppio marino”, ma nel suo centro antico. E tu hai voluto inserirlo in questa tua rassegna. Ci lasci immagini commoventi di una esperienza recente che nel borgo antico ha dato un significato attuale e concreto al valore dell’ospitalità magnogreca. Quel Kalos irthete che ci ha accolti a Gallicianò e che qui il mare conferma restituendoci due capolavori bronzei dell’arte greca classica.                                                                                                                                                                      

«Verissimo. Riace fa parte sicuramente della grande area ellenofona come tutta la costa calabra-ionica, ma non di quella grecanica, perché dunque inserirlo nel volume? Proprio per quello che dicevi tu. Se il pericolo più grosso per la scomparsa di questi caratteri identitari importanti, quali la lingua, è dovuto alla lenta ma incessante emorragia di popolazione – la Calabria negli ultimi dieci anni ha perso oltre centomila persone – l’esperienza umana e politica di Riace ad opera del sindaco Mimmo Lucano, ha dimostrato nel concreto quali siano gli antidoti che si possono mettere in atto per reagire al lento ed inesorabile spopolamento dei borghi montani. Per una quindicina d’anni (2003-2018) Riace è letteralmente rinata, accogliendo centinaia di migranti, riaprendo botteghe, scuole e ambulatori medici, finché il ministro degli interni di allora (2018) Matteo Salvini e il Tribunale di Locri, non decisero, con una repressione brutale, di radere al suolo quel tentativo di ripopolamento dei paesi abbandonati. Tentativo che aveva nei migranti i nuovi soggetti attivi di una cittadinanza partecipata. Chi se non loro, i nuovi migranti, all’interno di un progetto ben studiato di accoglienza possono riabitare quei paesi spopolati ma con ancora un patrimonio immobiliare usabile? È chiaro che si tratta di riesumare antiche attività. E di inventarsene di nuove per creare reddito e radici. Ma non ci sono alternative a quello che è sotto gli occhi di tutti: un esodo inarrestabile delle popolazioni montane e non solo montane. I soldi che spendiamo per rinchiudere nei CPR (Centri per il Rimpatrio) che sono delle prigioni, o tentare di deportare in Albania questi giovani disperati che arrivano da paesi in guerra, da carestie, dittature, in cerca della possibilità di vivere, potrebbero essere più proficuamente impiegati per una loro collocazione studiata nei paesi montani della Calabria e non solo. Potrebbe essere una buona opportunità per far rivivere ciò che oggi sta morendo».  

Capre, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini  (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Masseini

Siamo giunti al termine di questo nostro interessante dialogo. Lasciamo ai lettori il piacere di scoprire – con la tua scrittura di immagini e di parole – come storia, tradizioni, sensibilità diverse abbiano tessuto trame di vita in questi borghi. Lasciamo a loro l’emozione di abbandonarsi allo sguardo indagatore di capre curiose che scrutano il tuo obiettivo nel silenzio di una Roghudi ormai deserta, aggrappata allo sperone di roccia alto sulla fiumara dell’Amendolea. Ed accompagniamoli, in queste emozioni, con qualche tua riflessione finale sull’ultima sezione con cui tu chiudi il libro: “Capre ed asini animali nobili”.                                                                                                                                                                                    

«Hai ragione Michele, il libro in questione, trattandosi di un volume fotografico, più che spiegato va visto, sfogliato non distrattamente, possibilmente sotto una buona fonte luminosa, dato che, come diceva con una battuta felice il grande fotografo americano Ansel Adams, “le foto sono come le barzellette, quando le devi spiegare vuol dire che non sono venute bene!”.
L’ultimo capitolo, questo elogio sentito verso capre ed asini, due animali alla base della storia materiale delle popolazioni mediterranee, mi è nato spontaneo quando ho notato che le popolazioni della marina calabrese, nonostante siano da una, due o tre generazioni scese dall’Aspromonte, dalle Serre o dalla Sila, hanno cambiato di poco la loro alimentazione: continuano a mangiare carne (che oggi possono permettersi quasi tutti i giorni) e quindi a macellare capre e maiali che poi vengono esposti interi, decapitati e  sanguinolenti nelle macellerie. Non solo. Mi sono chiesto anche perché una presenza dei monaci basiliani così importante per la Calabria, monaci che erano vegetariani e lo motivavano con il diritto alla vita di tutte le creature viventi – come il francescanesimo d’altronde e prima di loro Pitagora, seguace di un movimento olistico vegetariano – non abbiano inciso poi tanto nella cultura culinaria delle popolazioni locali. Ho cercato di capire anche come mai la capra, un essere grazioso che da vivo ha reso agli uomini solo benefici, quasi divinizzata nella cultura greca – aveva con il suo latte salvato Giove bambino da morte certa – non abbia avuto poi la stessa considerazione in un’area che dalla Grecia è stata colonizzata a lungo».

Grazie Alvaro per il tempo e la passione che hai voluto dedicare, tu “straniero”, ad una terra di “stranieri” in questa penisola nella penisola. In fondo, forse, è proprio questo che ritengo dalle tue belle immagini e dal tuo racconto. Uno sguardo “straniero” che incontra un “kalos irthete”. E si sente accolto. Grazie!

Michele Andronico


Immagine di copertina
Gallicianò, vista dal teatro greco, in “Il passato nel presente. Ritratto fotografico della Calabria grecanica” di Alvaro Masseini (Morlacchi Editore 2025) – ©Alvaro Masseini  

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