Il lato cinematografico di Nane Oca, di Antonio Costa

Giuliano Scabia nel suo studio, © Finnegans

 

       «Ad Antonio che ha visto il cinema nella mia scrittura». Questa dedica, ritrovata sul frontespizio della mia copia di L’azione perfetta, mi ha incoraggiato a dare a questi appunti sul “cinema” di Giuliano Scabia un titolo ricalcato su quello di uno dei romanzi del ciclo di Nane Oca. 

       Tra tutti gli uomini di teatro che ho conosciuto, Giuliano Scabia era il più cinematografico. Gli piaceva vedere film, gli piaceva parlarne. Seguiva con interesse il cinema italiano, soprattutto i nuovi registi, mi chiedeva notizie di quelli che erano passati per le nostre aule, come Mazzacurati, forse perché era anche lui padovano.

       È probabile che la forza evocativa di immagini che trovavo nella scrittura di Scabia, e ancor più nella sua voce, non avesse origini cinematografiche, venisse da più lontano, avesse origini più remote. Ma sicuramente aveva a che fare con l’incanto cui sapeva abbandonarsi quando vedeva un film, con la curiosità di cinema che aveva, con la capacità di conservarne memoria. Ricordo con esattezza il momento in cui capii tutto questo. Per il centenario dell’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumière, avevo invitato a parlarne al mio corso vari cultori di arti e discipline diverse, tra i quali Giuliano. E Giuliano, semplicemente, ci incantò, dando voce ai suoi ricordi di cinema.

1. La notte della grande nevicata

      La mia amicizia con Giuliano Scabia ha una data d’inizio. Ed è quella della grande nevicata del gennaio del 1985, quando per alcune ore la stazione di Bologna rimase paralizzata. Ci trovammo bloccati, Giuliano e io, sull’ultimo treno in partenza per Venezia, dove lui era diretto, mentre io sarei sceso a Padova, se mai si fossero decisi a farlo partire. Io insegnavo da alcuni anni Storia del cinema al Dams dove avevo avuto la fortuna di avere come collega Giuliano, che era stato uno dei protagonisti del nuovo corso di laurea, fin dalla sua fondazione (1971-72). Non avevo però ancora avuto l’occasione di conoscerlo un po’ meglio, di parlare un po’ a lungo con lui. Certo, sapevo del ruolo da lui avuto nell’invenzione di un nuovo teatro, al di fuori degli spazi istituzionali: il Teatro Vagante, Marco Cavallo e il Gorilla Quadrumàno. E inoltre sapevo di sue esperienze di scrittura d’avanguardia: avevo letto All’improvviso & Zip (1967); ed ero incuriosito dalle sue esperienze di collaborazione con Luigi Nono e il suo entourage (Emilio Vedova, Bruno Maderna, Tancredi Parmeggiani, e altri). In quella sosta forzata, nel cuore di una notte avvolta nella neve, ci siamo raccontati le nostre storie. A Giuliano che mi parlava della Venezia di Luigi Nono negli anni di Intolleranza 1960 e di La fabbrica illuminata, (cui aveva collaborato), io potevo rispondere con piccole storie che rilevanti erano solo per me. E così gli raccontai del viaggio in bicicletta fatto insieme a mio fratello gemello, a diciassette anni non ancora compiuti, dal paesino tra Feltre e Belluno dove abitavo, a Venezia per assistere alla Fenice alla rappresentazione dei Demoni di Dostoevskij nell’adattamento di Albert Camus (eravamo convinti di incontrare lo scrittore-regista, ma non riuscimmo a vederlo neppure da lontano). E raccontai anche il mio viaggio in autostop con il mio amico Flavio Marcello a Spoleto per vedere l’allestimento del Principe costante di Grotowski (questa volta avevo avuto migliore fortuna e Grotowski lo incontrai davvero ed ebbi modo anche di parlarci).

     Quella notte diventammo amici scambiandoci delle storie di teatro. Ben poca cosa erano le mie in confronto alle sue, ma non me lo ha fatto pesare: tutt’altro. In fondo era questo che, come anni dopo avrei letto in un articolo di Gianni Celati, faceva il Teatro Vagante: andare in cerca di racconti, di storie.

Marco Cavallo esce dal manicomio di San Giovanni di Trieste (1973)

2. Intolleranza 1960: da Griffith a Nono, via Chaplin

       Un’altra occasione cinematografica che amo rievocare è quando vidi insieme a Giuliano la copia restaurata di Intolerance di Griffith, nella sala La Perla durante la Mostra di Venezia del 2007. Giuliano desiderava vedere questo film del quale in Italia si aveva una conoscenza vaga all’epoca in cui Luigi Nono aveva presentato alla Fenice, per la Biennale Musica del 1961, il suo Intolleranza 1960. A partire dal titolo, ma ancor più nella sua organizzazione tematica e narrativa, l’opera richiamava il film di Griffith. Probabilmente Nono e l’autore del libretto, lo slavista Angelo M. Ripellino, avevano assorbito la lezione di Griffith indirettamente, filtrata attraverso le avanguardie europee: il teatro di Mejerhol’d e di Piscator, il cinema di Ejzenštejn. Come è probabile che la figura del protagonista, l’Emigrante, derivasse da L’emigrante di Chaplin, che era stato insieme a Griffith protagonista della grande stagione del cinema muto americano. Di tutto questo discutevamo appassionatamente avendo l’occasione di vedere il film di Griffith nelle migliori condizioni possibili. Ciò che mi colpì in modo particolare in quella occasione fu l’attenzione, la curiosità e l’interesse con i quali Giuliano seguì questo film la cui visione durava tre ore e mezza circa e richiedeva un particolare impegno.

Venezia, 15 settembre 1964, dopo La Fabbrica Illuminata (Da sinistra, Nuria Schoenbeg, Italo Calvino, Luigi Nono, Giuliano Scabia, Luigi Pestalozza, Toni Negri, Cichita Calvino, Martine Cadieu, Jean Paul Sartre, Rossana Rossanda, Massimo Mila) – © Fondazione Archivio Luigi Nono Onlus

3. Qui e altrove: Immagini del Gorilla Quadrumàno a Bellaria

       Nel periodo in cui mi sono occupato della direzione artistica del “Bellaria Film Festival. Anteprima per il cinema indipendente italiano”, insieme a Morando Morandini e Daniele Segre, ho cercato di dare spazio alle manifestazioni del cinema e del video sviluppate a stretto contatto con altre pratiche come la letteratura e il teatro. Fu così che invitai Scabia a presentare la documentazione audiovisiva de Il Gorilla Quadrumàno, una delle più importanti avventure del Teatro Vagante. Per quanti, magari per motivi d’età, non lo conoscevano, fu un’occasione per avere una documentazione intensa e partecipata di un importante evento teatrale (e non solo). Per chi invece quell’esperienza l’aveva vissuta in prima persona, si trattava di un’occasione per riflettere su di essa, sulla base dei materiali di documentazione assemblati.

       Io non avevo avuto conoscenza diretta della nascita del Gorilla nel corso di Drammaturgia 2 dell’Università di Bologna. Avevo cercato di farmene un’idea tramite il mitico volumetto della Feltrinelli. E avevo assistito alle varie fasi di riedizione del materiale audiovisivo che costituisce Immagini del Gorilla Quadrumàno. Ho visto questo filmato cambiare formato e supporto, passare dai più svariati formati (8 mm, super 8, 16 mm, betacam) alla versione in dvd presentata a Bellaria. Se per Giuliano Scabia e i suoi collaboratori la documentazione audiovisiva serviva a conservare le tracce sparse di un’avventura di cui erano stati protagonisti, per me essa era la memoria di qualcosa che avevo solo immaginato attraverso la lettura: da una parte, il loro tempo vissuto, dall’altra, il mio tentativo di recuperare un tempo storico.

       La presentazione di materiali filmati e variamente montati di un evento teatrale in un festival cinematografico ci poneva interrogativi di varia natura. Come può il cinema restituire l’esperienza del teatro, e di un teatro di questo tipo? Certo, può mostrare frammenti della ricerca, momenti del viaggio, tappe di un itinerario. Ma c’è il momento in cui la cinepresa coglie la differente qualità dell’evento, la consistenza differente del gesto, della parola, degli sguardi. È allora, nel momento in cui incontra il teatro, che il cinema è il cinema.

       Immagini del Gorilla Quadrumàno era il risultato di un montaggio di diversi materiali. Ho scritto montaggio, ma sarebbe più giusto dire stratificazione. I vari passaggi da un supporto all’altro hanno ridotto le differenze dei formati originari (pellicola in 16 mm, in super 8, video, fotografie, disegni e cartelloni).

       Le immagini di partenza possono essere imperfette e di diversa qualità: dalle riprese in continuità dell’evento, con i balzi e gli scossoni della camera a mano, ai fotogrammi fissi che coprono un vuoto di documentazione, un inghippo tecnico. Le differenti temporalità delle immagini vengono assorbite nel tempo mitico, nel tempo della narrazione. Forse qui è il punto: il cinema, il video, la fotografia testimoniano di un essere stato là del teatro. Non ci restituiscono la presenza del teatro: esse definiscono la sua assenza nel qui e ora delle immagini riprodotte e la sua presenza nell’altrove in cui esso ha avuto luogo.

4. La casa della scrittura

          A Bellaria, dove nel 2004 abbiamo festeggiato i trent’anni del Gorilla con l’evento speciale intitolato «Giuliano Scabia e la grande avventura del Gorilla Quadrumàno », abbiamo presentato anche La casa della scrittura. Lo abbiamo presentato come una sorta di appendice, di postilla a Immagini del Gorilla. La «casa della scrittura» era al primo piano di una fattoria, nella campagna di Tavernuzze, presso Firenze. Per oltre vent’anni è stata il laboratorio di Giuliano Scabia. Dividendosi tra Firenze, Venezia e Bologna, Scabia ha fatto di quello spazio il suo rifugio, la sua bottega artigianale e il suo teatro della memoria. In quel luogo ha preso forma una parte importante della sua opera («Ognuno di noi lega parti della sua vita a un luogo»): qui si è svolta la scrittura di romanzi, poesie, testi teatrali; qui si è conservata la memoria di un’irripetibile avventura.

       Quando si presentò la necessità di abbandonare quel luogo, Giuliano ha avuto la percezione che andarsene di lì non comportava solo un trasloco. Non si trattava di trasportare manoscritti, disegni, pupazzi, bozzetti, locandine, appunti per spettacoli e seminari. Perché uno spazio del genere non è fatto solo di cose, magari fragili, ma anche del modo in cui un uomo lo ha inventato e lo ha vissuto giorno dopo giorno. Qualcosa che non si può traslocare. Da qui è nata l’idea di filmare, di conservare traccia di uno spazio che non sarebbe più esistito in quel modo. Se il trasloco è durato molto tempo, ancor più è durato il montaggio del materiale girato da Maurizio Conca: ci vuole molto tempo, molto silenzio perché il montaggio porti alla giusta forma, al giusto ritmo quanto la videocamera digitale ha registrato.

       Certo, nessun audiovisivo può restituire quel rapporto magico che conosce chiunque partecipi a una performance del poeta-attore-drammaturgo: «l’armonia del mondo è nella voce di chi dice la parola». Ma La casa della scrittura tratta di un’altra cosa, della storia segreta di un’avventura creativa, del contatto quotidiano con la scrittura, i fogli, la cartapesta, il disegno, i colori della notte e la propria voce interiore. Una delle cose più difficili per il cinema è mostrare come lavora uno scrittore: forse perché Scabia sa scrivere con i gesti, con la voce, con lo sguardo, La casa della scrittura è una scommessa vinta.

5. Salita alla montagna Etna

       Giuliano Scabia teneva moltissimo al video che aveva realizzato insieme a Maurizio Conca sul suo viaggio “a cavallo” sulle pendici dell’Etna. Ne ha messo a punto diverse versioni, che mi faceva vedere e rivedere chiedendomi consiglio su quale era a mio giudizio il festival al quale inviarlo. Gli consigliai infine di farlo vedere a Sandra Lischi, direttrice del Festival «Invideo» di Milano.  L’idea di poterlo presentare a Milano gli piacque moltissimo. E per l’occasione ne preparò una versione in dvd, per la quale mi chiese di scrivere un breve testo. Mi piace qui riprodurlo perché è probabilmente il testo nel quale mi è riuscito di esprimere al meglio le mie idee su Giuliano Scabia come facitore di immagini (e l’idea del fare è insita nell’etimologia di poesia).

Per vivere qui/ho fatto un fuoco (e un cavallo)

1. (Ri)vedo e (ri)ascolto Salita alla montagna Etna con visione del fuoco. No, devo correggermi: (ri)ascolto e (ri)vedo, perché in Giuliano Scabia prima viene la parola. E ogni volta, penso a due versi di Paul Éluard che cito a memoria, senza averli controllati: Per vivere qui/ho fatto un fuoco. Per vivere qui, sembra fargli eco Giuliano, ho fatto un cavallo. Anzi, mi sono fatto cavallo.

2. Quella di Scabia è un’azione scenica che vive nello spazio incerto, indefinito che sta tra la parola e la cosa, tra il corpo e l’artefatto. Il corpo è di «colui che dice la parola». L’artefatto è la parola che vuole diventare cosa. E l’uno (corpo) e l’altro (artefatto) cominciano il loro viaggio assieme. A guidarli è la parola.

3. «Cavallo, se nessuno ci vede, esistiamo?». La salita alla montagna Etna è il viaggio della parola incontro all’immagine. È il viaggio delle parole che ci fanno vedere oltre ciò che vediamo. Mentre le immagini ci fanno sentire ciò che le parole non dicono.

4. Quando, nella ripresa in controluce, cavaliere e cavallo, corpo e artefatto diventano un’ombra impalpabile, essi si fanno apparizione. E, nello spazio dell’apparire, essi sono. Esistono: come la montagna, come il fuoco, come l’acqua.

5. Quante sono le immagini girate che non sono state montate? E quanto a lungo questi materiali sono rimasti negli archivi di Giuliano, assieme a pupazzi, schizzi, manoscritti? Sono rimasti finché non si è compiuto il loro incontro con la parola. Attraverso quante varianti è passato il montaggio prima della forma attuale? A differenza di un manoscritto che mantiene memoria delle sue varianti, il video cancella le tracce dei suoi mutamenti e lascia dietro di sé, nel non essere del non apparire, immagini che non hanno più luogo se non nella parola che le cerca.

Giuliano Scabia al Teatro Olimpico di Vicenza, 2019 (foto di Maurizio Conca – Doppiozero)

6. Teatro Olimpico 2019

       L’ultima volta che ho visto Giuliano Scabia in un’azione scenica è stata alla fine del 2019. Il luogo era il Teatro Olimpico di Vicenza. Giuliano aveva condotto un laboratorio teatrale e presentava lo spettacolo realizzato dai suoi giovani allievi. Ho provato la stessa emozione che mi aveva dato l’assistere a uno dei saggi finali del suo corso di Drammaturgia.

       Lo spazio scenico era tutto per le ragazze e i ragazzi che davano prova di quanto avevano imparato, dei risultati della sperimentazione alla quale avevano partecipato. Ciò che più mi è rimasto in mente è stato il modo di essere sul palcoscenico di quei ragazzi: la loro gioia, il loro entusiasmo, l’eleganza dei loro gesti. E accanto a loro, in mezzo a loro Giuliano si muoveva con pari leggerezza, con pari eleganza, mosso dallo stesso entusiasmo.

       È così che voglio ricordarti, Giuliano.

Foto di copertina
Giuliano Scabia racconta la sua commedia Teatro con bosco e animali su un albero, tra i colli di Firenze, 1990 (Foto di Massimo Agus – Doppiozero)

Un sentito ringraziamento alla famiglia di Giuliano Scabia, alla rivista culturale
Doppio Zero, ai fotografi Massimo Agus e Maurizio Conca e alla Fondazione
Archivio Luigi Nono Onlus per la gentile concessione delle immagini

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Antonio Costa (Feltre, 1942), saggista e storico del cinema. È stato a lungo collega di Giuliano Scabia all’Università di Bologna dove ha insegnato Storia del cinema e dove ha diretto il Dipartimento di Musica e Spettacolo dal 1995 al 1998. Successivamente è passato all’Università IUAV di Venezia dove ha insegnato “Cinema e arti visive” presso la Facoltà di Arti e Design. Tra i suoi libri più recenti, La mela di Cézanne e l’accendino di Hitchcock (Einaudi 2014, Premio Efebo d’oro) e Il richiamo dell’ombra (Einaudi 2020) e Il cinema italiano (Il Mulino/Farsi un’idea, 20212).

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