RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

“IL GRIDO DI ANDROMACA. VOCI DI DONNE CONTRO LA GUERRA”. Un libro antico per essere testimoni del nostro tempo, di Valeria Melis

[Tempo di Lettura: 9 minuti]
La copertina del libro Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, a c. di A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis (De Bastiani Editore, Vittorio Veneto, 2022). In copertina: La madre dell’ucciso, bronzetto nuragico da Urzulei (X-VII sec. a.C.) su concessione MiC-Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Frutto degli studi del gruppo di ricerca Aletheia  Ca’ Foscari e di alcune notevoli studiose di diverse università italiane e straniere è il volume Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra (De Bastiani Editore, Vittorio Veneto, 2022), curato da Alberto Camerotto, Katia Barbaresco e dalla scrivente. Il libro, dedicato al tema della condizione femminile in contesti di guerra a partire dagli archetipi epici antichi, comprende diciotto contributi, tutti di donne, più un Epilogo redatto dallo stesso Camerotto, direttore della nuovissima collana Paradoxa e ideatore del progetto Ilioupersis. Archetipi epici.

IL PROGETTO ILIOUPERSIS

A partire dal marzo del 2022, professori e studenti hanno varcato le soglie delle aule universitarie e hanno “peregrinato”, come clerici vagantes, di museo in museo, dal Veneto alla Sardegna, per parlare degli archetipi epici della guerra, a cominciare dalla caduta dell’omerica Ilio. Con gli strumenti e il metodo della ricerca scientifica, quella messa in campo è una riflessione capace di coinvolgere un pubblico ampio, fatto di professori e di studenti, ma anche di cittadini. L’“impatto civile” è, infatti, uno degli obiettivi centrali del progetto Ilioupersis. Archetipi epici, ideato e diretto da Alberto Camerotto, Professore di Lingua e Letteratura Greca dell’Università Ca’ Foscari Venezia, molto noto, in Italia e all’estero, per i suoi studi sull’epica e sulla satira antica e per aver ideato, insieme al collega Filippomaria Pontani, il gruppo di ricerca Classici Contro (https://www.unive.it/pag/27333/) fortemente impegnato sul fronte sociale e civile.

In primo piano una parte del gruppo di ricerca Aletheia Ca’ Foscari sulla spiaggia del Poetto a Cagliari.
In alto a destra: Alberto Camerotto, ideatore del progetto Iloupersis. Archetipi epici.

L’IDEA DEL LIBRO

Perché entrare in azione nei musei? Perché il museo è, per definizione, il luogo delle Muse, cioè della memoria1. Ha un forte valore simbolico: custodisce e trasmette il pensiero collettivo attraverso gli “oggetti” della Storia. Prendendo le mosse dal Museo Archeologico Nazionale di Venezia, sulla splendida piazza San Marco, il gruppo Aletheia ha proseguito il suo cammino a Vicenza, prima al Palazzo Leoni Montanari, poi al Museo Naturalistico e Archeologico Santa Corona. È qui che è nata l’idea del libro: schierate come Lisistrata e le sue compagne, alcune studiose del gruppo hanno parlato al (e con il) pubblico delle loro ricerche sulle rappresentazioni letterarie delle donne in guerra nell’antica Grecia. Perché, allora, non scrivere un libro sulla caduta della città vista da e con gli occhi delle donne? Così, vagando “di pensier in pensier”, l’idea del libro maturava. Dopo le tappe del Museo Archeologico Nazionale di Adria e del Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso, dove andava in scena il dramma di Ecuba, il gruppo è letteralmente volato nell’antica Ichnoussa, per entrare in azione alla Pinacoteca e al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, ubicato (molto opportunamente) nella parte alta della città, nel cuore del quartiere Castello. Ed è proprio qui, al Museo, che è avvenuto l’incontro “fatale” con La madre dell’ucciso, la cui immagine ora campeggia sulla copertina de Il grido di Andromaca.

LA MADRE DELL’UCCISO DA URZULEI

Sulla copertina del libro a dar voce al grido delle donne in guerra è il muto dolore di una madre che, con nobile compostezza, accoglie tra la braccia il figlio morto, un guerriero al colmo della sua potenza, come suggerisce il pugnale a elsa gemmata che reca sul petto. La madre dell’ucciso è un bronzetto rinvenuto negli anni Trenta del Novecento nella grotta sacra di Sa Domu ‘e s’Orcu, a Urzulei, in Sardegna. Il suo nome fu scelto dal fondatore dell’archeologia nuragica in persona, Giovanni Lilliu, il quale si ispirò all’omonima «celebre e potente scultura di Francesco Ciusa», come spiegano le archeologhe Manuela Puddu e Federica Doria nel primo capitolo del volume2. In relazione al libro, il bronzetto è significativo per due motivi: definito «una sorta di “Pietà” ante litteram»3, esso rappresenta il dolore assoluto e universale della guerra; inoltre, la sua datazione, compresa tra il X e il VII sec. a.C., include il tempo in cui gli aedi e i rapsodi cantavano in Grecia le gesta degli eroi dell’epos omerico, compresa la ilioupersis, la distruzione di Ilio, archetipo della città in guerra.

Le curatrici e alcune autrici de Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra presentano il libro in occasione di Ilioupersis. Il cielo è rosso al Museo della Battaglia di Vittorio Veneto (27-29 ottobre 2022) – https://www.unive.it/data/agenda/2/65587


VOCI DI DONNE CONTRO LA GUERRA

L’argomento de Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra è chiaro fin dal titolo: Andromaca è la moglie di Ettore, il più grande eroe di Troia. Caduto lui, cade la città. È il momento della persis. Gli Achei, varcate le inviolabili mura grazie all’espediente del cavallo, saccheggiano e devastano ogni cosa. Uccidono gli uomini, difensori della patria, gli anziani, memoria del passato, e i bambini, speranza del futuro. Uniche a sopravvivere sono le donne. Chi esse siano, persone “comuni”, sacerdotesse o nobili regine, non fa differenza: tutte diventano preda e bottino, sono prese per i capelli, denudate, stuprate. Private dei figli e di tutti gli affetti, sono costrette ad abbandonare la loro terra per diventare concubine e schiave dei vincitori. Le donne, che in guerra, proseguendo le loro quotidiane attività, sono portatrici di una parvenza di normalità, dopo la persis sono le uniche custodi della memoria della loro civiltà, gli ultimi frammenti della città distrutta. Le loro antiche grida servono da monito contro la guerra. Buono per pensare. Anche oggi.

Fresco of dancing Peucetian women from the Tomb of the Dancers in the Corso Cotugno necropolis of Ruvo di Puglia, Le Musée absolu, Phaidon – Ph. Yann Forget

LE DONNE E LA GUERRA SECONDO GLI ANTICHI

Che cosa possono fare le donne contro la guerra? A questa domanda gli antichi Greci avevano dato una risposta molto semplice: nulla. Lo dice Eteocle, nei Sette contro Tebe di Eschilo (vv. 230-232), quando chiarisce alle giovani Tebane del Coro che sono i maschi a doversi occupare dei sacra et profana della guerra, mentre le donne devono tacere e badare alla casa; lo dice anche Lisistrata, nell’omonima commedia di Aristofane, quando racconta che il marito l’ha rimproverata per aver tentato di esprimere un parere politico contrario al prosieguo del conflitto con gli Spartani (vv. 507-515).

I motivi dell’esclusione femminile dall’amministrazione della città e la conseguente preclusione dall’espressione di qualsiasi parere politico sono almeno due, evidentemente connessi tra loro: la convinzione che la donna sia per natura inferiore all’uomo, poiché priva di razionalità e di autocontrollo4, e il mancato riconoscimento delle donne come soggetto di diritto e, dunque, l’impossibilità per loro di essere cittadine della polis.

Che cosa resta, allora, alle donne in guerra? Disperarsi5. Una reazione, questa, molto ben rappresentata in tutte le tragedie superstiti di argomento bellico. Là, infatti, i personaggi femminili si prefigurano il destino di schiave che le attende oppure, a città caduta e a deportazione avvenuta, descrivono la loro nuova condizione, rimpiangendo la gioia e la spensieratezza della vita passata e la perdita irrecuperabile di un futuro radioso. E, per una donna greca antica, radioso è il futuro che trova compimento nelle nozze e nella generazione di figli che possano dare continuità alla stirpe. Per questo le eroine della città in guerra temono la violenza che si abbatterebbe su di loro, qualora gli eserciti nemici riuscissero a oltrepassare le mura: come suggerisce Nestore, nell’Iliade6, giacere con la moglie del nemico (e si noti che il termine greco usato per designare la ‘moglie’ è ἄλοχος, con un alpha che conferisce al termine il valore letterale di ‘colei con la quale si condivide il letto’), cioè violentarla, è un portato della conquista della città, fa parte integrante del processo di affermazione dei vincitori sui vinti. È la fine di una stirpe, perché ora ad “arare i campi”, come i Greci usavano dire7, è una stirpe nuova.

Gravissima è la violenza esercitata sulle giovani vergini, perché la precocità dell’unione sessuale sovverte, al contempo, la φύσις e il νόμος, l’ordine naturale e sociale delle cose, le uniche dimensioni entro cui l’essere umano possa adattare la propria vita nel mondo. Il peso di questo atto è denunciato dalla voce corale delle Tebane, nei vv. 333-337 dei Sette contro Tebe di Eschilo:

Lacrimevol cosa
che di vergini appena cresciute
il frutto crudo sia colto,
che avanti i riti nuziali
varchino la soglia di case abominate.
Io dico alto che morte
è destino preferibile a questo.

(Trad. Franco Ferrari)
 

Il sovvertimento dell’ordine cosmico è evidente dalla sovrapposizione dell’immagine della vergine violata a quella di una pianta il cui frutto viene colto prematuramente, mentre il ribaltamento dell’ordine sociale è rappresentato dall’ingresso in una casa diversa da quella paterna prima del matrimonio. Di norma, infatti, la donna abbandona lecitamente la dimora d’origine solo quando si sposa, perché sono le nozze a sancire ufficialmente il passaggio dal vecchio tutore (κύριος), – solitamente il padre o, in mancanza di questo, il fratello – al nuovo, cioè il marito. Per la giovane vergine la violenza segna la fine della spensieratezza e delle aspettative per il futuro, lasciando il posto alle spine di una tragica maturità giunta troppo presto.

Per le donne mature, invece, la perdita più grande è quella dei figli, perché, come si è detto, al di là di ogni aspetto affettivo, comunque ineludibile, è nella generazione della prole che, secondo la concezione greca, la donna trova il massimo della sua realizzazione naturale e sociale. La disperazione per la perdita dei figli in guerra trova plastica espressione nei vv. 650-656 dell’Ecuba di Euripide, dove il Coro delle Troiane squarcia il velo della finzione scenica richiamando in maniera tutt’altro che nascosta il conflitto, allora in corso, tra Atene e Sparta. La guerra mitica tra Greci e Troiani si sovrappone a quella storica tra Ateniesi e Spartani:

Ma anche una ragazza di Sparta si lamenta
vicino alle belle correnti dell’Euròta
e versa in casa le molte sue lacrime;
per la morte dei figli una madre colpisce con le mani
il suo capo ormai grigio, si lacera le <…> guance:
il sangue dei graffi le macchia di rosso le unghie.

(Trad. Luigi Battezzato)
 

Il carattere universale del dolore per la perdita della prole in guerra è testimoniato dalla sua trasfigurazione artistica in culture e in tempi affatto diversi tra loro. La Madre dell’ucciso da Urzulei ne è una testimonianza. In questo caso, però, a differenza che nella tragedia di Euripide, il dolore trova la sua manifestazione fisica nella compostezza della figura materna. Un dolore, dunque, muto. Ma non meno intenso.

Si è visto come la donna, nell’antica Grecia, raggiunga l’apice della sua realizzazione nel matrimonio e nella generazione dei figli. Questo è, non a caso, il paradigma rovesciato da Aristofane nella Lisistrata. La commedia rappresenta un nutrito gruppo di donne greche sottrarsi alla vita coniugale e sessuale con un geniale sciopero del sesso, volto a indurre Ateniesi e Spartani a fare la pace una volta per tutte. È una vicenda paradossale quella rappresentata dal Comico, i cui orizzonti non rientrano affatto né nell’universo femminista né in quello misogino, come talvolta si è detto con prospettiva esegetica evidentemente viziata da anacronismo8. La Lisistrata, piuttosto, vuole trasmettere a chi veramente detiene il potere decisionale in Atene, i cittadini maschi adulti nel pieno dei loro diritti, un messaggio molto chiaro: la pace è necessaria per scongiurare l’eventualità di una sconfitta che potrebbe comportare la fine di Atene. Lo scarseggiare degli uomini è il segno più tangibile e preoccupante dell’indebolimento della città. È questo il fatto che più induce le donne al gesto estremo dello sciopero del sesso (vv. 523-526):

Quando abbiamo sentito per la strada
un uomo che diceva, senza giri di parole: «In questo paese non
c’è più nemmeno un soldato», e un altro che commentava: «No,
per Zeus, non ce ne sono più», abbiamo immediatamente preso
la decisione di radunare le donne per salvare, tutte insieme,
la Grecia. Che cosa avremmo dovuto aspettare?

(Trad. Simone Beta)
 

Il ruolo assegnato alle donne dalla società greca antica è così radicato da rendere particolarmente curiose, efficaci e stimolanti tutte quelle narrazioni o immagini che lo rovesciano o lo scardinano. Oltre a Lisistrata, emblematico è il caso delle Amazzoni, che, guidate dalla regina Pentesilea, combattono armate di tutto punto in difesa dei Troiani9. E gli effetti di questo paradigma, che classifica come “normale” l’estraneità femminile alle armi e come “anomalia” il suo contrario, non mancano di farsi sentire ancora oggi.

Ma, allora, tornando alla domanda iniziale, che cosa possono fare le donne contro la guerra? Preso atto, per dirla con Marcella Farioli, che «la stretta relazione tra le donne e la pace costituisce un topos tutt’altro che recente»10, la risposta è di una banalità disarmante. Le donne, contro la guerra, possono fare esattamente quello che possono tutte le altre persone: fare la pace e impegnarsi a mantenerla.

Il Sommario de Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, a c. di A. Camerotto,
K. Barbaresco, V. Melis (De Bastiani Editore, Vittorio Veneto, 2022)

Immagine di copertina
Foto di una rappresentazione di Lisistrata, celebre commedia di Aristofane, autrice Antonia Riccardi [https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lisistrata.jpg]

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Note

1. Su questo tema rimando al recente volume I luoghi delle Muse. La funzione dello spazio nella fondazione e nel rinnovamento dei generi letterari greci, a c. di S. Cannavale, L. Miletti, M. Regali (Baden-Baden, 2021)
2. M. Puddu, F. Doria, La madre dell’ucciso da Urzulei, in A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis, Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra
, Vittorio Veneto, 2022, pp. 15-16 (p. 15)
3. https://museoarcheocagliari.beniculturali.it/museo/esplora-la-collezione/luogo/urzulei/
4. M. Farioli, Sul resistibile pacifismo femminile. Note anti-naturaliste sulla Lisistrata di Aristofane, in A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis, Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, Vittorio Veneto, 2022, pp. 219-231 (pp.  222-223)
5. E. Biondini, In guerra, insieme: l’azione collettiva delle donne nella Lisistrata, in A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis, Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, Vittorio Veneto, 2022, pp. 189-200 (p.  189)
6. Il. 2.354-355. L. Consoloni, Le donne di Troia: fondamenta della città in pace, frammenti della città distrutta, in A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis, Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, Vittorio Veneto 2022, pp. 65-77 (p. 76)
7. Soph. Ant. 569
8. Per una panoramica su questo aspetto si veda F. Perusino (a c. di), Aristofane, Lisistrata, traduzione di S. Beta, Mondadori, Milano, 2020, pp. xxiv-xxix
9. A. Baldo, Pentesilea e le Amazzoni alla difesa di Troia, in A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis, Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, Vittorio Veneto, 2022, pp. 79-88
10. M. Farioli, Sul resistibile pacifismo femminile. Note anti-naturaliste sulla Lisistrata di Aristofane, in A. Camerotto, K. Barbaresco, V. Melis, Il grido di Andromaca. Voci di donne contro la guerra, Vittorio Veneto, 2022, pp. 219-231 (p.  221).

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  • Valeria Melis

    Valeria Melis, docente a contratto di Cultura classica (Università Ca’ Foscari Venezia), svolge le sue attività di ricerca presso le Università di Cagliari e Ca’ Foscari Venezia. Le sue ricerche spaziano dal mondo antico (teatro tragico e comico e le sue interazioni con la Sofistica e il diritto attico; teorie del linguaggio; critica letteraria antica; il De rerum natura di Lucrezio) a quello contemporaneo (libro personalizzato; social reading; digital humanities). Tra le sue pubblicazioni più recenti vi sono il volume Le amiche di Lisistrata. Lingua, genere, comicità nel tempo (Morlacchi U.-P., 2021, con Rita Fresu) e il manuale Scripta manent. Dieci lezioni sulla scrittura argomentativa (Mimesis, 2021, con Francesca Ervas ed Elisabetta Gola).

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