Le Comunità Laudato Si’ ricevute da Papa Francesco in udienza privata, testo di Lucio Carraro

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12 settembre 2020
Udienza di Papa Francesco riservata
alle Comunità Laudato Si’

La Roma che attraversiamo è la Roma semideserta del Covid, straniante, snervata, stupita. Che si sia ripiegata per aver compreso, in un lampo di tempo, tutta la fragilità della sua monumentalità, della sua bellezza imperiale, del suo fascino cromatico e architettonico? Che sia la sensazione di essere stati comparse nei film di Fellini e di Sorrentino, ora ronzanti dentro gli scenari abbandonati di Cinecittà? Che sia l’illusione ottica di vivere in un mondo di cartapesta, e che a nulla valsero nei secoli guerre, sopraffazioni, macerie insanguinate?
Roma c’inquieta con i suoi contrasti, con le scie di monopattini-fenicotteri che sfrecciano silenziosi nella notte e i suoi improvvisi angoli di mendicanti sdraiati nei giorni della loro dolente immobilità.
Dunque, è così? È l’incontro con il vacuum?
No. Non è tutto così. C’è un’altra Roma che ci attende in questo giorno, per noi che arriviamo dalla provincia dell’impero, nuovamente sorprendente, nuovamente al centro del mondo.

È venuto quasi dalla fine del mondo l’uomo che la sta prendendo per mano, e con lei il mondo. Scende le scalinate dell’aula Nervi con un po’ di sofferenza (come accade ai grandi uomini della Storia quando accolgono le tribolazioni del mondo e le trasformano in speranza) e si siede per ascoltare il saluto di un altro uomo di riferimento, che con lui ha conversato a lungo in questi ultimi anni. Li accomuna la loro origine piemontese (il bisnonno di Bergoglio era di Portacomaro nell’astigiano, Petrini di Bra, in provincia di Cuneo) ma soprattutto i tratti della loro espressione, che riflettono i caratteri originari del loro pensiero, quell’humus frutto di nebbie e di sole, di amore per gli altri e di rispetto per le cose, e quella ieraticità del volto che s’accompagna alla dolcezza degli occhi.
Quel che subito avvertiamo è l’andamento disteso della loro voce: roca quella di Carlin Petrini, fioca quella di Papa Francesco. In mezzo a tanto frastuono, la loro voce si avvicina al silenzio, ne possiede l’energia e c’invita alla solennità della riflessione.
Quel che ci sorprende è la forza che sanno dare al loro discorso, la scelta avveduta delle parole, scandite e pronunciate come un potente estratto, succo della realtà.
Parla di comunità come futuro del mondo Carlin Petrini, di affettività come ingrediente fondamentale della comunità moderna, vedendo nella fratellanza il perno dell’identità (perché l’identità o è sociale, o non è, come ci ha fatto intendere già due millenni fa Aristofane). E conclude il suo saluto a nome delle Comunità Laudato Si’ parlando nella lingua madre del Papa, in suo omaggio, parafrasando con voce levantina il celebre motto di Ernesto Che Guevara “hasta la victoria siempre!” in “hasta la fraternidad universal siempre!”.

Da sinistra, Carlo Petrini, Mons. Domenico Pompili e Papa Francesco

(Sorridiamo, e con noi sorride anche il Vescovo di Rieti, monsignor Pompili, l’altro lucido promotore delle Comunità Laudato Si’, quando il Papa prendendo la parola, dapprima in modo formale, chiamando Petrini il Signor Carlo Petrini, passa subito dopo al registro linguistico a loro più familiare, e lo riprende per avergli annunciato di concludere il suo saluto nella “lingua madre” del Pontefice: “in lingua paterna, Carlin!” lo corregge con un benevolo rimbrotto, per rammentargli che la sua vera “lingua madre” è la lingua a loro comune: il dialetto piemontese! Sono note le battute che corrono fra di loro con uno spiccato sense of humor, dote che Papa Francesco avvicina al Creatore.)
Parla con voce vellutata il Papa. Anche il suo discorso s’innerva su parole-chiave, quelle che come un faro sanno indicare una direzione precisa. Parla delle cose che ci mancano per capire la realtà che stiamo vivendo: di contemplazione, come modalità per comprendere la bellezza del creato e di come la nostra principale malattia (siamo malati di consumo, dice) c’impedisce di vedere la progressiva distruzione delle risorse e l’espandersi delle povertà. Parla di compassione, come scelta di vita di farsi carico degli altri, di entrare nella dimensione della fratellanza. Entrambe queste parole forti invitano all’azione, all’impegno per cambiare le cose a partire dai territori. Ed è questa la preghiera che rivolge alle comunità Laudato Si’ presenti: di continuare in questa battaglia contro l’epidemia dell’indifferenza, del girare la testa da un’altra parte di fronte alla realtà. Ci saluta con una sensibilità unica, con una benedizione universale che coinvolge tutti, credenti, non credenti e agnostici pii. Quando scende dalle scale e passa in rassegna i partecipanti per salutarli, un uomo avanti con gli anni non resiste e gli chiede di farsi un selfie con lui. Il papa guarda, sorride e con il suo consueto sense of humor dice: “Questi adolescenti!”.

Foto di gruppo dei membri della Comunità Laudato Si’ Treviso-Africa, con al centro Carlo Petrini

Torniamo sui nostri passi attraversando il grande colonnato di Piazza San Pietro. Di tanto in tanto sostiamo e commentiamo. Dagli sguardi traspare l’intensità della nostra partecipazione, a tratti pura commozione. Abbiamo ritrovato nella loro voce tutta la sacralità di San Francesco, la poesia che accomuna gli uomini al creato, e tutto rende più semplice, più bello, più vero.
La sera ci attende la trattoria di Cesare, un locale dove il convivio è appagato dai buoni piatti della tradizione. Lo raggiungiamo con letizia, perché è una conclusione che accresce anche la nostra fraternidad e perché mangiare bene, come dice Papa Francesco, non è un peccato.

Nota

All’udienza di Papa Francesco, per la Comunità Laudato Si’ Treviso-Africa, hanno partecipato: Sergio, Marta, Gino, Daniela, don Paolo, Guido, Bruna, Giancarlo, Chiara, Martina, Sandra, Lucio.


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