RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

Chiaro Scuro / Interviste sul presente di Delilah Gutman – Laura Forti, la parola autentica attraversa “Una casa in fiamme”

Tempo di Lettura: 17 minuti

 

Laura Forti, © foto di Lucia Baldini

DELILAH «Ci sono tante versioni di felicità, nessuna è scontata e ognuno deve trovare un senso alla propria tirandolo fuori dal groviglio delle paure, delle fantasie e delle aspettative che ci portiamo dentro. Per alcuni è un cammino paziente e lineare, un progetto a lungo termine. Io non arriverò mai alla pace di Gerusalemme. So che il mio percorso non sarà coerente. Sarà complicato, tortuoso, con il rischio di precipitare per un passo falso o una buca, ma va bene così. Ognuno è la sua storia».
Sono le parole di Manuela, la voce narrante di “Una casa in fiamme”, che parla di tutti noi in un romanzo di Laura Forti – scrittrice e drammaturga – che non vorresti smettere di leggere perché necessario a capire angoli di una quotidianità che è vita, dove non sempre la luce illumina e dove l’ombra ci chiede di avanzare per poter poi vedere qualcosa anche nel buio.
Manuela ha quarantacinque anni, un lavoro intrecciato alla scrittura, è moglie e madre. Le sue parole diventano uno specchio per il lettore e le lettrici dove ritrovarsi, scoprirsi, interrogarsi.
Se ne “L’acrobata” il commovente e rivoluzionario incontro con il complesso mondo di una madre avviene abitando le parole di una nonna che confida la storia di suo figlio al nipote, e in “Forse mio padre” la toccante mediazione con la figura della madre emerge dal racconto di una figlia, che si rivolge ad un padre mai conosciuto, in “Una casa in fiamme” Manuela ci conduce nel cuore di una madre, dove esplora con energia e chiarezza la ricerca d’identità.
Non è più, dunque, il legame di carattere autobiografico e l’indagine di storie annidate tra le proprie radici a essere tema centrale?

LAURA Hai citato tutti i miei libri. I primi due attingono a una memoria familiare autobiografica. Anche ne “L’acrobata”, il personaggio è trasfigurato e, sebbene non sia io, è ispirato dalla mia storia personale: Jose Valenzuela Levi, il ragazzo morto, che poi è stato il capo dell’attentato a Pinochet nel 1986, era mio cugino. È quindi una memoria della mia famiglia. Mentre, invece, con “Una casa in fiamme” ho voluto fare un lavoro di fiction, cioè tornare a raccontare una storia, anche se i libri, per un autore, sono sempre inseriti in un percorso di crescita personale e di ricerca. Anche in “Una casa in fiamme” ci sono, però, i miei temi, come quello di interrogarsi, questa volta, non tanto sulla memoria storica, come ne “L’acrobata”, ma sulla memoria personale, tema in comune con “Forse mio padre”. Che cosa ci resta di quello che i nostri padri, i nostri antenati, ci hanno tramandato in termini di valore? Dei valori che si sono, poi, tradotti in sentimenti passati di generazione in generazione? Quella di “Una casa in fiamme” è la storia di una famiglia alle prese con queste domande.

Trame di tempo, HG Studios

Che cosa rappresenta per te la famiglia a livello letterario?

Per me, come penso per molti altri autori, la famiglia è un grande bacino di relazioni umane, anche di conflitti e trasformazioni, che mi piace indagare. Quella di “Una casa in fiamme” è una famiglia ebraica italiana. Per me era un gesto politico rappresentarla come una famiglia italiana come tante; come tutte le famiglie, anche questa ha una memoria ed è una memoria specifica e traumatica perché appare in sottofondo lo spettro delle persecuzioni della Shoà, che vedremo incidere molto sulla personalità e l’identità della coppia al centro della trama. È una storia ebraica e allo stesso tempo una storia “normale”, sebbene non ami usare questa parola che rimanda a un concetto di omologazione a cui non credo. Volevo cercare di evitare lo stereotipo che gli ebrei devono essere “quelli della Shoà” oppure quelli strani, esotici, diversi. Gli ebrei sono una presenza millenaria, sono italiani, fanno parte del tessuto dell’identità italiana di oggi, esattamente come se avessi parlato di una famiglia musulmana. Qualcuno mi ha accusato di non aver messo un glossario, dato che uso termini riferiti alle feste e alle tradizioni ebraiche, parlo di Pesach, del Seder, dello Shabbat, ma per me anche quella è stata una scelta pensata perché un italiano, ormai, dovrebbe sapere che cos’è lo Shabbat, come deve sapere che cos’è il Ramadan. Sono realtà che fanno parte dell’identità nazionale, che è un’identità multiculturale e non unica: non esiste un solo modo di essere italiani.

L’invenzione e la libertà letteraria sono qui gli strumenti per parlarci della difficoltà anche di essere una madre oggi. A chi si rivolge Manuela?

Manuela è madre, ma non è solo madre. È una donna che lavora, che scrive, che ha un compagno, che si ammala. È una donna che esprime molti aspetti del femminile e che s’interroga sul suo femminile. Mi piaceva l’idea che le donne potessero trovare un’amica, una protagonista che non è forse seduttiva come la bambina di “Forse è mio padre” che ispira tenerezza e protezione. Manuela è una donna che si racconta anche nei suoi lati brutti, spigolosi, sbagliati, con le sue cadute e i suoi inciampi; lo fa, però, in modo autentico, come il femminile dovrebbe essere per me raccontato, ovvero nella sua complessità e ambivalenza.

Infatti, in “Una casa in fiamme” il tema della madre non prevarica gli altri caratteri dell’essere donna, ma emerge fortemente quando in relazione, questo romanzo, con i due precedenti. Il cancro al seno è una piaga del XXI secolo. Se una malattia grave come il tumore squarcia la nostra coscienza lasciando traboccare la paura e la vulnerabilità, con la scoperta di una lesione al seno la donna deve violentemente affrontare il rapporto con la propria femminilità e cosa di essa condizioni la vita, come preservarla dal nostro contatto con il corpo. Che cosa permette di raccontare di sé stessi la malattia di Manuela?

Una casa in fiamme” non è un libro sulla malattia, non racconta della lotta tra la protagonista e il suo cancro. Con questo non voglio sminuire il tema della malattia. L’unico elemento autobiografico di questo libro è che il cancro cha ha avuto Manuela è il mio – è esattamente andata così, il mio è stato proprio il percorso medico particolare del libro. Non è stato facile tradurlo su carta, perché, chiaramente, la malattia va a toccare tanti aspetti dell’identità, come l’incapacità di controllare gli eventi, la nostra paura, la nostra vulnerabilità, la nostra fragilità, la nostra mortalità. Ne “La casa in fiamme” la malattia è una specie di miccia che accende e devasta un equilibrio instabile riportando a galla tutti i conflitti e i problemi che questa famiglia ha voluto negare e li costringe a riaffrontarli.

Cosa rappresentano le fiamme?

Le fiamme di questa famiglia sono soprattutto quelle del male psicologico, della negazione, della depressione, della paura, di tutto quello che può minare una vita. Il titolo richiama un Midrash in cui si racconta di Abramo che cammina nel deserto e vede un bellissimo palazzo in fiamme. Si chiede allora chi ne sia il proprietario. Perché ha permesso che questa magnifica costruzione andasse in rovina e non fa niente per spegnerlo? E Dio interviene dicendo: «Sono Io il proprietario di questo palazzo». Poi, il Midrash finisce, in modo ermetico come spesso avviene per questi racconti misteriosi. La cosa interessante è che Abramo si trova davanti a una visione ambivalente: da una parte vede il palazzo, dunque il mondo, la nostra casa divorata dal male così com’è (il male della malattia, dell’ingiustizia, della violenza o, se è la nostra casa interiore, il male psicologico); dall’altra parte vede la struttura che Dio ha disegnato, cioè un bellissimo palazzo, gioioso, armonico, pieno di bellezza. La tensione dell’ebraismo – di Abramo in questo caso – sarà allora quella di riportare il palazzo alla sua originaria forma, perché l’ebraismo è una religione del fare. Davanti a un palazzo che brucia non ci fermiamo a chiederci il perché, ma si spengono le fiamme.
Lo stesso succede a Manuela – la sua famiglia va in fiamme, il suo corpo va in fiamme – ma, lei comincia a poco a poco a intravedere che la vita può essere diversa. La vita non è quella da cui è partito l’incendio: la vita può essere più ampia, più libera e gioiosa. Le relazioni possono essere più autentiche e il libro fotografa l’inizio di un cambiamento. I cambiamenti però sono sempre dolorosi, difficili, progressivi.

Laura Forti, © foto di Lucia Baldini

Il cambiamento di Manuela è una rivelazione?

Quello che a me piaceva non era la rivelazione del cambiamento a livello razionale. Volevo indagare il cambiamento nei piccoli gesti, in un percorso sotterraneo i cui germi cominciano a maturare lentamente: come tuo figlio che impara ad andare in bicicletta, tu che godi con lui di una bella giornata, la libertà di decidere cosa è buono per te, per i tuoi bisogni profondi. Piccoli gesti che la famiglia inizia a fare per osmosi – chi più, chi meno, come Sergio che incontra maggiori difficoltà perché viene da uno sprofondamento depressivo più grande.

C’è una qualità rara nel tuo romanzo, che negli ultimi anni ho riscontrato solo con “La porta” di Szabò e “La boutique” di Eliana Bouchards. È quella di sentire vivo il respiro dei personaggi e, quando interrotta la lettura, percepire la possibilità e la voglia di chiamare qualcuno per chiedere come stanno, che fine hanno fatto… l’immaginario che entra nella realtà. Cosa determina nella letteratura l’opportunità di abitare quella frontiera tra il reale e l’irreale? Il personaggio di Manuela è stato suscitato o ispirato dalla tua vita personale?

Ogni personaggio è composto da tante parti legate ai nostri vissuti. È per il lettore pettegolo pensare che Moishe Pipik o Nathan Zuckerman siano davvero Philip Roth, come quelli che vanno a vedere un film di Woody Allen e cercano di trovare somiglianze con la vita di Woody Allen. Casomai, se si genera questa curiosità, vuol dire che Philip Roth è stato così bravo da farti pensare che quel personaggio potesse essere lui! In realtà quella è una versione letteraria, non un’esibizione, ma una ricreazione di sé. L’importante è che il personaggio sia credibile, per poter giungere al lettore. Per creare empatia, il libro deve suscitare nel lettore la fiducia, l’autenticità che porta a identificarti in ciò che leggi.

La lettura di “Una casa in fiamme” ci permette di abitare il momento felice e la fragilità di esso nel suo essere limitato ad un tempo, e non solo di leggere una descrizione di cosa possa essere il tempo e la felicità. Leggendo “Una casa in fiamme” vivi con Manuela il suo momento felice, non ne leggi la narrazione! L’esperienza teatrale ha un ruolo nel tuo linguaggio letterario rispetto alla capacità di tradurre in parola e azione attraverso la parola stessa la riflessione intorno a tematiche in apparenza così astratte come la felicità e il nostro essere figli del tempo?

Sicuramente, come tutte le cose che uno fa nella vita, ha influito, dato che per venticinque anni ho lavorato come autrice di teatro! Tra teatro e letteratura ci sono delle differenze date dalla struttura stessa dei tempi, il teatro è molto più sintetico perché chiaramente non può aver la durata e lo spazio di un romanzo! Però, non trovo così tante diversità: il teatro è l’arte delle relazioni umane che cambiano durante uno sviluppo narrativo. Nell’affrontare i conflitti le relazioni mutano e questo avviene anche nella letteratura. Il teatro forse abitua a trovare subito la voce dei personaggi; essendoci solo dialogo devi poter entrare nel vivo e questo accade provando a mettersi nei panni degli altri. In questo senso è una palestra ottima per qualsiasi tipo di scrittura, i dialoghi devono essere veri, credibili, urgenti, devono portare avanti l’azione.

Con “Una casa in fiamme” affronti un contesto storico differente da quello de “L’acrobata” e di “Forse mio padre”, dove l’indagine storica ci permette di avvicinarci a un passato importante, conoscerne alcuni sguardi nuovi e catturarne gli elementi che ancora oggi si riverberano nella ciclicità della storia stessa. Qui, a essere vivo è un presente dove la storia è quella degli stessi conflitti dei personaggi: i risvolti della malattia di Manuela, la complessa ricerca d’identità della figlia, la conoscenza senza sosta del marito, le difficoltà scolastiche del figlio.
La comunicazione che traspare è potente, la storia siamo noi.
Può la letteratura scrivere la storia del presente? In che modo le arti ci permettono di sigillare delle testimonianze? E in che modo oggi la letteratura può invitare le nuove generazioni a sviluppare una coscienza storica e un impegno sociale?

Credo che le persone, come poi i personaggi che uno scrive, siano composte da memoria, cioè il contesto sociale, culturale e familiare da cui provengono, le tracce che la memoria ha portato nell’identità, ma anche di presente, incontri ed esperienze che facciamo giorno dopo giorno.  L’identità è un concetto aperto, perché si rinnova continuamente. È un mix di esperienze e scelte che facciamo quotidianamente che vanno a confrontarsi con quello da cui provieni. È il cammino di una vita ripulirsi da memorie personali non nostre, per capire sempre meglio chi siamo. E, sicuramente il mio percorso esistenziale, personale, dopo aver affrontato i nodi, i segreti, le cose del passato che andavano sciolte e portate alla luce, si rivolge sempre più al presente, perché sono interessata a leggere i segni del cambiamento, a cogliere le novità della trasformazione. Anche la famiglia di “Una casa in fiamme” riflette questa dinamica, questo tentativo di trovare un equilibrio tra un passato ingombrante e un oggi in cui è necessario metterci alla prova da soli. Della madre di Manuela si dice poco, solo qualche traccia, mentre si danno più informazioni sul padre di Sergio, il cui padre e il cui nonno si sono suicidati in seguito al periodo delle persecuzioni: traumi del genere entrano nell’identità di una persona, ma anche in quella di una coppia e di una famiglia. I figli di Sergio e Manuela sono vittime delle negazioni dei genitori, cioè Elias non viene accolto nella sua fragilità e nella sua vulnerabilità, esattamente come Gioele non la tollera in sé stesso e in Sergio.

E Lea, la figlia?

Lea cerca un’identità che sia sua, scrollandosi quella di una madre impegnativa, che a sua volta deve fare i conti ancora con la propria madre. Però sarà proprio lei a condurre i genitori in un cambiamento e questo è evidente nel momento in cui si ribella ai silenzi familiari, vuole conoscere la verità per troppo tempo incapsulata e non detta o scappa per andare al Gay Pride costringendo letteralmente Sergio e Manuela a mettersi in moto in una ricerca che è anche ritrovamento di una libertà, di un affetto che sembrava perduto. In quel momento la famiglia si ritrova e da luogo di tanti solitudini diventa possibilità di accoglienza, di accettazione delle tante parti di cui è composta l’anima dell’altro ma anche la propria.

Che cosa è, invece, la memoria personale?

La memoria personale è lo sguardo rivolto a cosa ci hanno trasmesso i nostri genitori e i nostri antenati in termini di sentimenti, ci permette di scegliere che cosa prendere e che cosa no. È ciò che fa Laura in “Forse mio padre”: di mia madre non prendo la rabbia, ma una lacrima e di mio padre letterario immagino che fosse una persona sensibile, almeno dai pochi dati a mia disposizione, prendo la delicatezza, un valore che non avevo conosciuto nella mia famiglia e nell’infanzia.
Esiste la memoria storica, che ovviamente non possiamo cambiare, anzi, dobbiamo tramandare e poi quella personale e quella dell’arte, degli artisti e degli scrittori, che riempiono i buchi con l’immaginazione. Io mi sono inventata un padre mai conosciuto con un romanzo! Come succede non solo a me ma a tanti scrittori ebrei di seconda generazione della Shoà, che non hanno vissuto il trauma in prima persona, ma ne portano le tracce e devono dunque interrogarsi, e lo fanno con i loro strumenti letterari, operando una ricerca interiore. Uno degli esempi più famosi è forse quello di Jonathan Safran Foer in “Ogni cosa è illuminata”, dove il viaggio nella memoria della nonna diventa un viaggio in sè stesso, complicato e tortuoso: un libro difficile da leggere come è difficile il viaggio di ricostruzione della memoria.

Se ne “L’acrobata” e in “Forse mio padre” il racconto rivela il tuo personale legame con le radici ebraiche, in “Una casa in fiamme” ci conduci per mano in una possibile attuale quotidianità di una famiglia ebraica. Che cosa racconta dell’ebraismo italiano di oggi?

Nel romanzo c’è una coppia dove entrambi in qualche modo hanno perso la fede: Manuela nella vita e nel futuro, il marito anche nella religione. Per Manuela la malattia è diventata un rifugio per nascondersi, per Sergio la fede è un bunker che lo protegge dal mondo, perché lo mette al riparo dal dolore. Il libro porta i personaggi a interrogarsi su cosa dia un senso all’esistenza. Ci sono due momenti importanti dove la famiglia sente il bisogno di far propria la tradizione e riattualizzarla in base alle esperienze che stanno attraversando  Uno è quello della cena di Pesach, perché in Pesach, dove viene letta l’Hagadà, il libro che ripercorre la storia della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto, noi non ripetiamo semplicemente a memoria la storia, ma la riviviamo, ci interroghiamo su cosa sia per noi l’Egitto e la schiavitù, oggi, e che cosa sia la libertà per noi in senso sociale ma anche interiore. Il secondo momento è quello dello Shabbat, in autostrada. Sergio e Manuela con la figlia stanno tornando da Roma e si fermano a guardare un tramonto: lì si apre quello che potenzialmente dovrebbe essere lo Shabbat, cioè un varco nella settimana, uno spazio unico in cui l’anima può rigenerarsi. Quando ha un senso spirituale profondo e autentico, il rituale ha un significato molto bello, ma sei tu che ogni volta devi dargli un senso e scegliere un’alleanza con la religione, come in un matrimonio.

Laura Forti, © foto di Lucia Baldini

Tema che permea l’osservazione di ogni ambito è l’ambivalenza, anche rispetto all’amore. Ce ne puoi parlare?

Tutti i sentimenti sono in un certo senso ambivalenti. Anche l’amore di una madre per un figlio: a volte i nostri figli non ci piacciono! Fa parte dei sentimenti e della loro complessità essere composti di tante sfumature e contraddizioni. Più sono forti e più aumenta la complessità. L’amore contiene l’odio e l’odio l’amore. Sarebbero, altrimenti, sentimenti molto formali, superficiali. A me piace raccontare la famiglia non come luogo borghese, dove ognuno è solo con se stesso, anzi, se è così è meglio che vada in fiamme! Io credo che la famiglia possa essere davvero un’occasione di amore e di crescita, di accettazione delle differenze.

In un periodo dove siamo travolti dal numero di pubblicazioni di libri che narrano storie vere, senza essere talvolta opere letterarie o saggistiche, ci s’interroga sul privilegio e sulla necessità della scrittura. La letteratura può donare una voce – un pensiero, un’immaginazione, una speranza, come scrivi nella nota introduttiva de “L’acrobata” – a persone esistite e fatti storici. Quando e quanto è necessario scrivere e testimoniare la propria storia?

Ti riporto a ciò che ho detto prima, un libro deve essere, prima che scritto in maniera eccellente, credibile. C’è chi sostiene che il romanzo sia finito – Avraham Yehoshua, ad esempio, afferma che il romanzo europeo sia morto perchè ormai non abbiamo più nulla da raccontare. Il romanzo va a passo con i tempi e si trasforma nella struttura, nel linguaggio e nei contenuti. Non so perché ci sia una tendenza al racconto di vicende personali, forse perché gli autori cercano un rapporto forte con i lettori, una condivisione tra vissuti. Ognuno dovrebbe essere libero di scrivere ciò di cui ha bisogno e urgenza.

E scrivere storie richiede un lavoro molto impegnativo…

Che però è bellissimo. Nel mio percorso teatrale ho scritto venticinque testi e ho raccontato tante storie: la bellezza della scrittura consiste proprio nel mettersi nei panni del personaggio, dal prete pedofilo al sopravvissuto della guerra serbo-croata o alla ragazzina che abortisce a Ragusa. Non si può raccontare sempre del proprio “ombelico”! Ciò che trasforma la storia in letteratura è quando attraverso la vicenda che affronto arrivo a parlare anche del vissuto di chi legge e la trama diventa così universale. La scrittura crea un ponte tra l’autore e il lettore, donando la speranza di non essere soli sulla faccia della terra, attraverso la scoperta di esperienze che possono essere condivise.

Acqua come fuoco, HG Studios

Cosa ci dona la letteratura?

La letteratura può dare speranza, anche attraversando il dolore: ti prende per mano, ti conduce nelle zone più buie per conoscerle e riportarti, poi, fuori, in superficie. Ti offre un percorso di interiorità.

Quando hai iniziato a scrivere? E quando hai iniziato ad aprire il percorso teatrale alla letteratura?

Ho sempre scritto. Ero una bambina molto introversa e in un contesto particolare. Scrivevo tanti fumetti, poi sono passata ai testi che consideravo romanzi! Per una ragazzina così piccola, erano in effetti dei testi molto lunghi, ho riempito quaderni su quaderni…probabilmente volevo scappare dalla mia vita e inventarmene altre. Era un’evasione.
In verità, nel mio percorso artistico, io nasco attrice. Ho fatto l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e sono laureata in Storia dello spettacolo. Per una serie di motivi, ho iniziato a scrivere per il teatro intorno ai trent’anni. Ho avuto uno strano caso. Il primo testo che ho scritto fu segnalato a un concorso internazionale a Graz, in Austria, e qui trovai un’agenzia che mi ha tradotto e fatto lavorare per molti anni nei paesi di lingua tedesca.

E hai vinto con “Pesach” il Premio Ugo Betti nel 2001.

Con il Premio Ugo Betti, “Pesach” è stato inviato a Strasburgo, dove un regista franco-tedesco – che leggeva l’italiano – lo ha scoperto e ne ha fatto una grande produzione a Parigi al Teatro de la Ville. In seguito ho lavorato moltissimi anni in Francia e in Germania!
In Italia ho lavorato con Teatro Due, il Teatro dell’Elfo e altre compagnie. A un certo punto del mio scrivere per teatro, ho iniziato a scrivere monologhi. Ho pubblicato un libro per Editoria e spettacolo, dove ci sono tre monologhi e poi “La badante” – una storia di fantasmi – che è un testo teatrale. Avevo voglia di avere più spazio, indagare maggiormente l’anima del personaggio. Ero già in viaggio verso la narrativa…
Quando nel 2008 sono andata in Cile – proprio per “La badante” che era stata premiata ad un concorso e rappresentata a Santiago – e ho fatto la scoperta di mio cugino e della sua storia, qui è entrato una specie di Dybbuk che mi ha portato a indagare questa vicenda per molti e molti anni. Prima de “L’acrobata” ho scritto un altro romanzo non pubblicato, che s’intitola “Camminare sulle dita”. Cercava di elaborare il passaggio dei sentimenti d’esilio di tutta la mia famiglia, fino ad arrivare a mio cugino, che rompeva la catena dello sradicamento forzato vissuto dagli altri componenti, perché tornava in Cile, voleva dare un segnale di rottura. È stata un’analisi che ho fatto su me stessa e molto materiale di “Camminare sulle dita” è andato in “Forse è mio padre”, come una parte andrà ne “La figlia inutile”, il romanzo di prossima pubblicazione sempre con Guanda.

Manifesto de L’acrobata

E come è emersa la voce della nonna de “L’acrobata”?

Credo che sia stato un processo. Da “Camminare sulle dita” si è isolata questa voce di nonna e di mamma… ho fatto leggere il testo a Cristina Crippa, che se n’è innamorata. Doveva essere un monologo, invece è diventato uno spettacolo a tre personaggi, con l’uso di molti interventi video dove appare Elio De Capitani che interpreta il mio bisnonno; nipote e figlio sono due personaggi interpretati dallo stesso attore. Lo spettacolo, che ha avuto un grande successo, tornerà dal 25 novembre al 13 dicembre 2023 a Milano, in occasione del cinquantenario del Golpe, 1973-2023.

Ti sei mai sentita smarrita come la protagonista di “Una casa in fiamme”?  Il percorso letterario può essere una ricerca del sé e di chi circonda?

Certo… io mi sento smarrita tutti i giorni rispetto alla mia identità! Però, è anche il percorso che voglio indagare, è l’avventura della vita che non sappiamo dove ci porta.
Uso la scrittura anche per analizzarmi, per un percorso di ripulitura e di scoperta di me, per poi proporlo al lettore.
C’è sempre una parola chiave nei miei libri: in “Forse è mio padre” è la delicatezza, in “Una casa in fiamme” ce ne sono diverse, tra cui gioia – la scoperta che la vita può essere gioiosa, non solo il dolore è autentico… sembra una banalità, ma per chi viene da certi contesti è una cosa difficile da ammettere – come in “La figlia inutile” la parola chiave sarà affetto. Nel romanzo che sto scrivendo ora – “Sul fondo del lago” – la parola chiave è fiducia – non tratta tematiche ebraiche e parla dell’affidarsi all’altro, di quanto la scommessa della fiducia sia difficile e allo stesso tempo necessaria per avere delle relazioni vere. Lo scrivere è sempre legato all’interiorità. Interiorità che a volte sembra essere, nella nostra epoca, una parola sporca, perché i sentimenti non sono considerati. Sono considerati inutili, appunto, cose zuccherose e si va avanti per forza muscolare.

Grazie Laura. Ognuno è davvero la sua storia: «(…) solo dopo aver ritrovato la propria identità, rompendo i lucchetti che incatenano al prima, si può allargare l’orizzonte, pensare al futuro, avere un progetto di esistenza personale. Che senza disfacimento di chi eravamo non saremo mai veramente pronti ad amare quando è il momento (…)» – da “Una casa in fiamme”.

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Laura Forti, scrittrice e drammaturga, è una delle autrici italiane più rappresentate all’estero. Insegna scrittura teatrale e auto­biografica e collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi “I cannibali” e “Mein Kampf “di George Tabori. Con La Giuntina ha pubblicato “L’acrobata” e “Forse mio padre”, romanzo vincitore del Premio Mondello Opera Italiana, Super Mondello e Mondello Giovani 2021. Con Guanda nel 2022 ha pubblicato “Una casa in fiamme”.

Delilah Gutman, è pianista e compositrice, cantante e poetessa. È docente in Composizione al Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro e redattrice di Finnegans, dove scrive per “Chiaro Scuro/Interviste sul presente” e “Masha e le altre/Donne e diritti”. Pubblica con Curci e Stradivarius. Ha pubblicato con Raffaelli Editore i libri di poesie “Alfabeto d’amore”, “Alfabeto degli opposti” (Menzione d’onore al Concorso Nazionale Alda Merini 2023) e “Esistenze. Canto a due voci” in collaborazione con il poeta turco Erkut Tokman, con la prefazione di Manrico Murzi.

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