We Are One, la nuova vita del cinema, di Elena Furlanetto

 

Quando ad inizio marzo anche la Germania abbandonò l’iniziale nonchalance ed impose le misure di sicurezza contro il COVID-19, tra cui reclusione domestica, mascherine e chiusura dei servizi pubblici, confesso che il cinema non fu il mio primo pensiero. Lo fu dopo alcuni giorni, quando mi accorsi che le locandine del cinema dietro l’angolo non erano cambiate da settimane. Allora mi posi il problema, con cinema chiusi fino a nuovo ordine e produzioni sospese, di cosa avrei recensito nei mesi a venire. La prima idea fu radunare film di un passato non remoto che i lettori potessero aver trascurato, e presentarle come un archivio domestico a cui ricorrere ai tempi del lockdown.
Un’idea simile l’hanno avuta anche molti altri, tra cui principalmente il festival cinematografico digitale We Are One, andato in onda su YouTube dal 29 maggio al 7 giugno grazie al contributo di oltre 100 film da parte di 21 festival internazionali tra cui Annecy, Berlino, Cannes, Guadalajara, Jerusalem, Locarno, BFI London, Karlovy Vary, Macao, Marrakech, Mumbai, New York, San Sebastian, Sarajevo, Sundance, Sydney, Tribeca, Tokyo, Toronto e Venezia. Scorrendo il canale YouTube di We Are One, alcuni aspetti catturano l’attenzione più di altri ed invitano a riflettere su cosa cambia e cosa resta del festival una volta tradotto in forma digitale, al di là di ovvietà quali i paparazzi, il non poter trasalire notando che Kim Ki-duk ha appena ordinato un caffè a fianco a te al bancone, o scontrarsi con Jude Law svoltando l’angolo (entrambe storie più o meno vere: tuttora non sono sicura fosse Jude Law).

Il cinema dietro l’angolo in Elfriedenstraße, Essen

Cambiano i tempi e i costi. Non si corre più da un film all’altro, non si sosta per ore nella speranza di intravedere una star o l’altra. La selezione di film, documentari, corti, e interviste con gli artisti era accessibile online, interamente gratis. We Are One sfruttava le gioie dello streaming dal divano, ma cercava anche di emulare l’atmosfera del festival: il programma cambiava a ritmo giornaliero, la maggior parte delle opere rimaneva accessibile per l’intera giornata, mentre alcuni livestream venivano cancellati dopo la fine dell’evento, richiedendo l’autodisciplina necessaria per presentarsi sul divano in tempo. Cambia l’equilibrio tra première e archivio. Mentre il classico festival propone un numero limitato di restauri e tributi, We Are One ne ha radunati diversi, in aggiunta a prime mondali come Iron Hammer, il documentario di Joan Chen sulla pallavolista cinese Jenny Lang Ping, campionessa olimpica accusata di tradimento quando decise di allenare la squadra statunitense.
La maggior parte dei film in “concorso” erano prime digitali di opere già presentate o premiate negli ultimi anni, come Atlantique, della regista francese Mati Diop, che vinse il gran premio della giuria a Cannes nel 2019. Quello che non cambia, ma forse è presente in modo più intenso e visibile grazie alla strana democrazia del web, è il respiro globale di We Are One. La varietà di voci, paesi ed etnie nel programma, combinata all’assenza di attori e attrici sul tappeto rosso, ha offerto un insperato sollievo dalla dilagante whiteness delle élite cinematografiche contemporanee. In tempi come questi, dopo il deflagrare della violenza contro gli afroamericani negli Stati Uniti e dopo che COVID-19 ha colpito sproporzionatamente la popolazione di colore, evidenziando in modo ancora più acuto e doloroso la disuguaglianza razziale nel paese, una sezione a cui sarebbe stato imperativo prestare attenzione era “Black Voices,” tra cui il documentario Traveling While Black del regista Roger Ross Williams. Inizialmente parte della programmazione di We Are One, il film è rimasto accessibile online.

In venti minuti, Traveling While Black riflette sulla criminalizzazione della mobilità afroamericana e i pericoli che viaggiare, spostarsi, guidare un’auto, fare jogging o passeggiare in un parco comporta per le persone di colore negli Stati Uniti. Il documentario gravita attorno ad un locale di Washington, Ben’s Chili Bowl, uno storico rifugio sin dai tempi del Green Book, la guida dedicata alla sicurezza degli afroamericani in viaggio nell’America segregata, che elencava locali, hotel ed esercizi commerciali accessibili agli americani di colore. Ben’s Chili Bowl esiste tuttora e fa da sfondo alle voci di Traveling While Black. Il documentario parte dalla testimonianza di Sandra Butler-Truesdale, nata a Washington ai tempi della segregazione razziale. Avendo vissuto un’infanzia in quartieri, scuole e strade dove tutti erano come lei, imparò più tardi cosa fosse la discriminazione. Un giorno, “una ragazzina mi sputò addosso […] e io non potevo, non potevo, non potevo difendermi.”1 Le misure restrittive applicate alla mobilità afroamericana negli anni Cinquanta e Sessanta mettevano in pericolo ogni giorno la vita degli americani di colore. Ogni giorno, uscire di casa li metteva a confronto con la possibilità della violenza.
E dopo decenni di battaglie del movimento per i diritti civili e le sue innegabili conquiste, “traveling while Black” rimane un’esperienza potenzialmente fatale. “Sembrava che volessero farci del male o ucciderci solo perché eravamo neri”, racconta la voce narrante, “ci si aspettava che ad un certo punto sarebbe finita, ma non fu così. Non è mai finita. È un problema continuo e non è cambiato dall’inizio della coesistenza di neri e bianchi negli Stati Uniti. È come un fiume che scorre e di cui non vediamo la fine. È iniziato con la schiavitù e continua ancora oggi”.2

Ben’s Chili  Bowl

L’ultima voce è quella di Samaria Rice, madre di Tamir Rice, il dodicenne ucciso a Cleveland, Ohio, da un poliziotto mentre giocava in un parco con una pistola finta. “Non avevo finito di crescerlo,” spiega Rice, “non avevo finito di nutrirlo, e l’America me l’ha rubato”.3 La testimonianza di Samaria Rice porta lo spettatore alla consapevolezza che non si tratta di traveling, ma semplicemente di existing while Black. Dal momento che Tamir Rice giocava in un parco al momento della sua morte, non è solo la mobilitá ad uccidere gli afroamericani, ma semplicemente l’esistenza.

I dimostranti bloccano Public Square a Cleveland il 25 novembre 2014, durante una protesta per le sparatorie della polizia contro il dodicenne Tamir Rice. Tony Dejak / AP

Non vedremo Traveling While Black, e molti altri film come questo, al cinema. Festival come We Are One, i vari canali di streaming online, o iniziative come quella del Consolato Generale della Repubblica di Corea di Milano, che mette a disposizione online, per pochi giorni ciascuno, capisaldi del nuovo cinema coreano, ci permettono di scavalcare il dominio di Hollywood sulle sale (soprattutto multisale), e di muoverci oltre i canoni razzisti e patriarcali che lo accompagnano. La pandemia ci ha esiliati dal nostro cinema d’essai preferito, quello fatto di gentilezza, design retrocomunista e dubbie miscele olfattive di popcorn e caffè, ma ha acuito l’interesse e le energie riversate nel rendere il cinema accessibile in altre modalità. Queste nuove energie ci permettono di seguire molteplici strade attraverso il cinema, di non dipendere dalle programmazioni, di fare in modo che il cinema ci apra non una, ma molteplici porte sul presente. Tramite la scelta, lo streaming invita un approccio più consapevole, ed è in grado di generare un cinema più politico, come dimostra l’opportunità colta di recente dal canale di streaming HBO di rimuovere temporaneamente Via col Vento dalla programmazione spiegando che il film veicola pregiudizi razziali tossici allora come adesso e dannose forzature storiche. Lo streaming ci permette di leggere questa scelta non come un gesto di censura, ma come un gesto politico: dal momento che il film rimane accessibile in una miriade di altri canali, HBO non ha di fatto impedito la visione del film, ma gli ha negato il suo sostegno. Parleremmo di censura se il nostro cinema d’essai preferito, quello con le poltrone in velluto anni Ottanta macchiate chissà di cosa, decidesse di escludere un film dalla programmazione per motivi politici, ma lo stesso film fosse disponibile in tutti gli altri cinema della zona?

Una scena del film Traveling While Black

Il cinema deve essere il grande schermo, tutti insieme al buio, senza distanze di sicurezza” scrive Peter Bradshaw inThe Guardian, “e la gente vorrà parlare di film di fronte ad un caffè, a pranzo, sulla strada davanti al cinema.”4 Il cinema è il grande schermo, ma è anche ogni film che non abbiamo mai visto, è la familiare trepidazione all’apparire dei loghi animati delle case di produzione, è la sottile delizia dell’alta definizione. Ed ora che le occasioni cominciano a rifiorire, nella vita al di là del lockdown, si parlerà ancora nei bar e nelle strade, di cinema, di politica, o di tutti e due insieme.

Note

1. “A little girl […] spat on me and I couldn’t, I couldn’t, I couldn’t retaliate”.
2. 
It seemed like many people were out to hurt us or even kill us just because we were Black. The assumption is at some time it stopped, and that’s not the case. it never stopped. That’s a continuous thing that hasn’t changed since the relationship that exists here between Blacks and whites in the United States. It’s like a river that keeps flowing and we don’t really see all of it. But at the end of the day it’s something that started back in slavery and continues today”.
3. 
I wasn’t finished raising him, I wasn’t finished nourishing him, and America robbed me”.
4. 
Peter Bradshaw. “You, in your bedroom, with your laptop. That’s not the future of film festivals.“ The Guardian, 28 April 2020. https://www.theguardian.com/film/2020/apr/28/online-film-festival-we-are-one-cannot-replace-cinema

 

Elena Furlanetto, nata a Treviso, vive a Essen, in Germania, dove insegna letteratura e cultura americana all’Universitá di Duisburg-Essen. È autrice di Towards Turkish American Literature, Narratives of Multiculturalism in Post-Imperial Turkey (2017) e di svariati articoli sulle letterature americane e postcoloniali; ha inoltre curato una raccolta di saggi dal titolo A Poetics of Neurosis (2018). Americanista di fatto e postcolonialista di formazione, apprezza soprattutto libri e film che parlino d’America, ma anche d’altro(ve). Il cinema le dà grande gioia, soprattutto l’horror. Le sue poesie in italiano ed inglese sono apparse in pubblicazioni italiane ed internazionali. Collabora con Finnegans in veste di traduttrice e critica cinematografica dal 2011.

 

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