SUL RETRO, un racconto di Marco Angelo Pancino

Come comparve il cameriere che usciva dalla cucina con tre piatti, risuonarono per la sala, qua e là, fra il chiassoso vociare e nella musica, varie note lunghe e baritonali, insieme ad altre più gagliarde e brevi, disarmoniche fra loro ma esprimenti tutte l’uguale soddisfazione per la fine di una ulteriore attesa.

Già in molti avevano osservato a bassa voce che ogni cosa era buona, buonissima, squisita, ma che fra una portata e l’altra bisognava aspettare troppo. Eppure, tale inconveniente stava producendo un risvolto positivo nel concedere libertà all’esteso desiderio di lasciare il proprio posto per spostarsi verso altri tavoli, persone e discorsi, dal momento che, malgrado la bellezza candida della sala e delle tavolate, dall’ampia porta spalancata sull’erba e gli alberelli fioriti, la magnifica giornata di primavera precoce chiamava fuori e comunque a muoversi.

La sposa (“Una bellissima coppia, e che bei testimoni! Vero?”) pareva rapita in una felicità estatica, che, nonostante l’incessante impegno a rispondere a complimenti, auguri e frasi scherzose, le conferiva uno stato di irraggiungibile estraneità, nella quale non avrebbe avuto modo di far breccia il dubbio che il servizio fosse un po’ lento.

La sposa rapita in una felicità estatica durante il ricevimento.

Una voce femminile chiamò quelli che erano usciti: “Ehi, ehi! Dai, venite.”

Andava bene così.

Arrivava il secondo dei primi, dopo tre antipasti di mare e verdurine e un misurato risottino di asparagi, sparso di fragili filamenti scuri di gambero, caramellati e dolceamari (“Come avrà fatto!”). Ora i camerieri distribuivano una composizione di pasta, formata da alcuni fusilli, eretti in forma di torricella in centro piatto e uniti da un pesto di carletti scottati con granelli scuri che sapevano di zafferano (“Ma come, come?”), circondati da striscioline di una crema aranciata dall’aroma floreale e soffuso il tutto di una leggera nevicata di caprino. Voci e mugolii di tonalità diverse dalle precedenti indicavano il generale entusiasmo e la momentanea interruzione di ogni altro discorso.

Alcuni dei giovani, ragazzi e ragazze, avevano formato un gruppo a un tavolo di fronte all’ingresso della cucina, attraverso il quale, di tanto in tanto, buttavano l’occhio e salutavano qualcuno dentro, un amico, con cenni di risa. Sul tavolo avevano delle birre e sembravano a proprio agio e contenti di trovarsi insieme.

Chi invece stava soffrendo la costrizione della tavola erano i bambini, ancora prigionieri delle mamme, le quali chiacchieravano con altri commensali. Esasperati dalle attese e delusi dalle pietanze, i piccoli non ce la facevano più ed erano già un problema. La promessa della torta aveva ormai perso ogni credito e potere. Quando una coppia di fratellini scappò fuori, la loro mamma stava per rincorrerli, ma un signore, un amico del padre dello sposo, la volle rassicurare: “Signora, il cantiere è chiuso e gli attrezzi sono tutti dentro. Io sono cresciuto qua! I bambini hanno sempre giocato qua attorno, anche io, quando ero piccolo.” “Eh, non solo da piccolo, va’!”, disse una voce, suscitando risa, soprattutto di una donna.

La stradina bianca moriva lì e non potevano passare macchine. C’erano, è vero, due canali, uno, però, oltre il giardino, la strada e il basso argine, non era subito profondo tra le canne sotto riva, e l’altro, sul retro della grande casa signorile era chiuso da una siepe e un piccolo cancello, mentre un altro passaggio con cancelletto si trovava dopo il cantiere e serviva ai proprietari delle poche barche ormeggiate.

“Allora, voi restate sempre qua davanti. Non vi allontanate, va bene?” Altri bambini volarono fuori e, dopo poco, il problema divennero i repentini e velocissimi rientri in sala dei piccoli che si inseguivano ridendo e urlando. “Adesso basta, calmatevi! O state dentro, seduti e buoni, o state fuori”.

Dalla cucina uscì un ragazzo in giacca bianca da cuoco e si avvicinò al gruppo di amici, che, tra approvazioni e lodi, gli porsero una bottiglia di birra; egli la prese senza sedersi e dopo poca conversazione la ripose. Gli presentarono una delle ragazze, senza dubbio la più attraente del gruppo e di tutta la festa, di fronte alla quale si accentuò lievemente l’aria sostenuta e professionale del ragazzo. I due si salutarono, separati dal tavolo, lui in piedi e lei seduta, senza darsi la mano.

Due giovani signore, sorelle, sedevano vicine, con le proprie bambine quasi coetanee, ed erano tutte quattro felici di rivedersi. Le due cuginette, però, non così piccole da unirsi ai giochi degli altri bambini e soprattutto desiderose di stare l’una con l’altra, ne avevano abbastanza anche loro di rimanere sedute a tavola.

La giornata era stata elettrizzante fin dall’inizio, se non dal pomeriggio prima, carico di attesa: prepararsi, partire, arrivare e finalmente incontrarsi in mezzo a tante persone vestite bene e festose. Le bambine erano rimaste incantate dalla sposa e dallo sposo, la cerimonia era parsa loro un evento favoloso. Anche il tortuoso viaggio in lunga fila d’auto sulla strada stretta in ambiente esotico, fra ampi specchi d’acqua e alberi, fino a quel luogo sperduto, e prendere posto nella sala magnifica, addobbata con fiori e inondata di luce, erano stati un susseguirsi di emozioni, ma, una volta in tavola, già al secondo degli antipasti, la stanchezza cominciava a farsi sentire. Da un po’ le loro mamme parlavano con gli altri grandi, senza più coinvolgerle. Le conversazioni, le voci, il chiasso erano diventati pesanti. E quante volte avevano dovuto ripetere chi erano e come si chiamavano e che facevano una la quarta e l’altra la quinta…

Dopo neanche mezza torre di fusilli, le due cugine uscirono. Nel giardino c’erano alcune persone, e una donna faceva giocare i bambini ai quattro cantoni. Qualcuno, dentro, aveva alzato il volume della musica, ed esse, in un istante favorevole, corsero, sicure, senza dar sospetto, oltre il giardino, sulla strada e, non appena fuori vista, sopra l’argine, dove si lasciarono cadere sull’erba a ridere.

L’aria era immobile e calda, dopo il canale si apriva un’ampia distesa d’acqua con bassi canneti sulle rive. Lontano, alcuni cigni e altri uccelli si muovevano sulla superficie; qualche casa isolata e tratti alberati segnavano l’orizzonte. La musica e le voci della festa arrivavano attenuati, perdendosi nella vastità. Le loro proprie voci, invece, ora risuonavano nude e vicine, libere.

Due bambine sedute sull'erba dell'argine guardano la distesa d'acqua.

Parlavano delle cose che avevano care, delle amiche, delle proprie camere: “Io la vorrei più piccola.” “Perché piccola?” “Perché è tutto lì, vicino. Tutto attorno a me, che lo posso toccare. Quella che ho è grande. Anche la finestra, vorrei che fosse sul letto e fuori vorrei vedere… vorrei… ragazzi che camminano, panchine, alberi, un campo di pallavolo, ecco. Vorrei vedere una scuola, ma non di bambini, neanche le medie, più grandi.” “Come l’alberghiero?” “Oh, ce ne sono tante…” “Però si sta bene nella tua camera. C’è il tappeto, il tavolo…” “Ma io la vorrei piccola”.

Si alzarono e corsero giù, passando fra le macchine parcheggiate lungo la stradina. Dopo il cantiere, in uno spazio deserto, circondato da rovi e ingombro di barchini in secco, un cancelletto era semiaperto, lo varcarono e in pochi passi furono all’acqua. Camminarono sulla riva di cemento, lungo la quale una passerella di legno proseguiva dietro il cantiere, tornando alla casa della festa. Diverse barche erano ormeggiate; in una di queste, un uomo stava lavorando chino e non le vide né le sentì passare. Numerosi cefali si muovevano lentamente nel canale, a gruppi.

Le due bambine proseguirono oltre il grande edificio senza che nessuno le vedesse. Udivano la musica e le voci provenire dall’altro lato, ma da questa parte la casa sembrava deserta, non tutte le finestre avevano gli scuri aperti ed erano chiuse sia la porta grande al centro, sia una più piccola, verso un angolo della parete.

Anche là, di fianco, si poteva passare, sarebbe bastato spingere il cancelletto nella siepe, ma esse non volevano ancora tornare. Il senso della clandestinità nella quale erano capitate per caso e il segreto della loro presenza non veduta le eccitavano. Una delle barche, poco più indietro, con una copertura rigida finestrata, offriva il nascondiglio che entrambe desideravano. Salirono a bordo in silenzio ed entrarono nella minuscola cabina disadorna, nella quale vi erano solo i consunti paglioli, e vi si acquattarono, emettendo risolini acuti.

Da dentro, videro arrivare una barca con due uomini, che, sentendo la festa, alzarono lo sguardo sulla casa e mentre proseguivano lentamente, con l’abbrivo, verso il cantiere, scambiarono alcune battute scherzose col tipo che lavorava.

All’improvviso la porta piccola vicino all’angolo del muro venne aperta e si sentirono dentro rumori di cucina; poco dopo spuntarono da dietro l’angolo tre dei ragazzi, che si fermarono subito, mentre dalla porta uscì l’amico aiutante cuoco, che richiuse la porta. I quattro erano allegri, in piedi, a ridosso del muro; uno di questi lavorava a qualcosa che teneva nelle mani, poi accese una grossa sigaretta e si misero tutti a fumarla, passandosela. Le bambine sapevano cos’era, ma non l’avevano mai visto. Si guardarono contente, con gli occhi grandi, facendosi reciprocamente segno di tacere e abbassandosi un po’.

Quando i ragazzi ebbero finito di fumare, uno andò fino alla riva a gettare il mozzicone nel canale, poi i tre salutarono l’amico e sparirono di nuovo dietro l’angolo, mentre lui, che stava per riaprire la porta, ebbe un ripensamento e andò invece verso la passerella, che percorse a passi rumorosi fino alla barca dove erano nascoste le bambine e lì si fermò. Esse sentivano il proprio cuore battere e rimasero immobili, senza nemmeno il coraggio di guardarsi. Vedevano, appena al di là del vetro, le gambe del ragazzo nei pantaloni neri, dalle scarpe fino alla parte bassa della giacca bianca. Videro, proprio davanti ai loro occhi, le mani del ragazzo abbassare la cerniera dei pantaloni, estrarne il pipì, e questo emettere un copioso zampillo, di cui sentivano fortissimo il crepitio nell’acqua. Lo svuotamento non durò poco, ed equivalse, nelle bambine, a una interminabile sospensione del respiro. Quando finalmente il flusso finì, il ragazzo ebbe prima uno scatto del bacino, poi con la mano estrasse ancora di più il suo organo e gli dette un paio di scosse per far cadere le ultime gocce, accompagnando l’atto col corpo, prima di riporlo con un gesto veloce, girarsi e tornare verso la porta risollevando la cerniera, in un movimento goffo delle spalle e delle gambe.

La facciata posteriore della villa con le barche ormeggiate lungo la passerella.

Solo quando la porta sulla parete della villa si richiuse, le bambine riuscirono a girarsi l’una verso l’altra e scoppiarono a ridere con le mani davanti alla bocca. Risero coprendosi la faccia, piegandosi indietro e cadendo sui paglioli. Ridevano e scapparono, rifacendo tutto il giro del cantiere per evitare quel lato della casa e arrivarono di corsa, ansimanti, nel giardino, dove c’era ora molta animazione. Alcune coppie ballavano. Tutti stavano aspettando l’arrivo della torta.

Le bambine trovarono le loro sedie occupate da amici di famiglia e una delle mamme, che le vide rosse e accaldate, disse: “Guarda, mettetevi lì”, indicando un tavolo semivuoto: lo stesso tavolo dei ragazzi, che in quel momento non c’erano. Esse rimanevano ferme, incerte, ma un signore che aveva assistito alla scena scostò una delle due sedie dal tavolo, dicendo: “Ecco qua, signorine! Prego! Adesso arriva la torta”, e presero posto.

La torta e il capo cuoco in persona facevano in quel momento ingresso in sala, accolti da applausi e acclamazioni. Molte persone si trovavano in piedi. Le due bambine erano distratte, non dicevano niente, non vedevano cosa succedeva e di tanto in tanto si guardavano, accennando ancora a ridere.

Cominciavano a venir serviti i piattini, e tutti tornavano alle proprie sedie. Anche i ragazzi tornarono e sedendosi salutarono con allegria e sorpresa le due nuove arrivate, che si trovarono separate da appena un posto non occupato dalla ragazza bella, che le guardava; aveva un sottile filo d’oro intrecciato fra i capelli scuri, dove questi si raccoglievano sopra la nuca, l’occhio vivo, il sorriso amichevole. Stava, forse, per chiedere loro qualcosa, quando arrivarono i camerieri a servire quel tavolo ed esse si gettarono sulle fette di torta con autentico appetito, che venne scambiato dagli altri per golosità infantile. Poi, finite che ebbero le generose porzioni, non vollero andar via, e restarono.

I ragazzi chiamavano il loro amico: “Dai!” ed egli uscì dalla cucina, ma, mentre andava verso il tavolo, si accorse delle due bambine ed ebbe un pensiero. Sorrise, disse: “Arrivo” e tornò indietro. Esse si fecero rosse e si guardarono. Qualcuno in sala gridò: “Bravo, giovane!” così ebbe anche lui il suo applauso, e si fermò per ringraziare.

Dopo qualche minuto ricomparve, con due coppe di gelato, che pose sul tavolo davanti alle bambine. “Ecco qua. Prego. Ditemi cosa vi pare.” Uno dei ragazzi si inserì, scherzoso: “E noi? Come sarebbe? Scusa.” “Fra poco lo portano a tutti. Questo è un omaggio speciale”.

Ma come era evidente che l’obiettivo di quel gesto era la ragazza! Lo capirono tutti, gli amici, che lo ritennero una bella mossa, la ragazza, che non era sicura di esserne lusingata, e anche le due cuginette, che percepirono un vago senso di fastidio.

Mangiavano il gelato adagio, guardinghe. Egli si era seduto.

Gli amici lo sostenevano, orgogliosi. Senza un piano, secondavano d’istinto la considerazione che quel giorno fortunato aveva accresciuto in lui e gli facevano domande per offrirgli ulteriori piccole opportunità di confermarsi. Particolari sulla preparazione dei piatti, progetti futuri, magari all’estero o in una grande città… Dopo alcuni minuti di conversazione sciolta, uno chiese: “E… questa villa?” Lui non sapeva neanche come si chiamasse, la villa, non avrebbe nemmeno saputo dire bene dove si trovavano; fino al giorno prima lo avrebbe palesato senza problemi, ma adesso preferì aggirare l’argomento. Disse, senza riconoscersi: “Visto che bellezza? La conoscevate già?” Si rivolse direttamente alla ragazza, sapendo di non rischiare: “Eri mai stata qui, prima?” Lei sorrideva, fece segno di no. “È’ un posto bellissimo, qua attorno. Dietro ci sono anche le barche. Se vieni, te le faccio vedere in un attimo!” e mosse le spalle e la testa in un gesto di rassicurante invito.

Le cuginette si voltarono di scatto l’una verso l’altra, gli occhi spalancati, i volti vicinissimi, e non poterono frenare le risa, che scoppiarono acute, improvvise come un grido. Si alzarono e ridevano in piedi, come ebbre, così forte che molti le guardavano divertiti. Le due mamme se le indicarono: “Cosa hanno quelle là?”

Il giovane era indispettito, i suoi amici, anch’essi divertiti, si guardavano, interrogandosi. La ragazza le seguiva curiosa e lieta, abbassando un braccio e piegando solo la testa di lato, ma senza girarsi verso la scena. Le pareva di cogliere una specie di indistinto messaggio. Le bambine corsero fuori, proprio mentre i camerieri portavano i gelati ai tavoli.

La ragazza allora si rivolse al suo interlocutore e non sorrideva solo per gentilezza, sembrava quasi prossima a ridere anche lei. “Grazie, magari dopo ci andiamo tutti insieme. Adesso preferisco restare qui. Aspetto il gelato”.

Marco Angelo Pancino

Immagine di copertina
Le due amiche

Crediti fotografici
Marco Angelo Pancino

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