Un pirata su una barca nel videogioco Sea of Thieves osserva una nuvola a forma di teschio, metafora dell'immagine contemporanea discussa da Denis Brotto.

Abitare le nubi, essere le nubi. Denis Brotto, In una coltre di nubi. Testo di Michele Felice

La storia dell’arte è la storia di come le immagini hanno da sempre tentato di diventare ciò che sono, facendosi testimoni d’immagini mentali calate sul palcoscenico del mondo come marionette. La tecnica formale ha soprattutto permesso alle immagini di emanciparsi dalle catene e dalle limitazioni che il mondo impone – fissità, simulazione, decadenza, provvisorietà – per dare loro la possibilità di avvicinarsi sempre più all’essenza e alla dinamica delle immagini mentali. Dal proto-cinema, proto-teatro e proto-videogame di Chauvet – dove si pensa che già trentamila anni fa quegli uomini straordinariamente creativi utilizzassero il fuoco per proiettarsi nell’azione di quelle immagini dinamiche – fino al cinema contemporaneo, osservando dall’alto, non sembra cambiato poi molto, ed è anche per questo che la distanza cronologica dà vertigini.

Le immagini hanno sempre lottato contro i vincoli e le limitazioni del mondo in cui sono depositate, che impediscono loro di muoversi e mutare come accade alle immagini mentali. Col passare del tempo si sono sviluppate tecniche avanzate e raffinate, metodi sempre più ingegnosi per permettere loro una tale emancipazione. La svolta più decisiva, perlomeno per quanto riguarda lo spazio in cui le immagini abitano e si muovono, è stata senza dubbio l’apertura del World Wide Web, spazio definitivo della virtualità utopica/distopica che molti prima d’allora avevano immaginato, in un futuro remoto, realizzarsi in luoghi reali o finzionali.

Ormai la quasi totalità delle immagini che fanno parte della nostra vita – cinematografiche, fotografiche, artistiche, amatoriali, videoludiche… – abitano quell’immenso spazio votato all’immediatezza e alla molteplicità, potendo finalmente simulare esplicitamente la condizione di movimento e mutamento delle immagini mentali. È avvenuta e sta avvenendo una transizione di stato delle immagini che produciamo e di cui ci nutriamo, dalla solidità alla liquidità allo stato aeriforme che ci è ormai così familiare e che è così eloquentemente rappresentato dal luogo stesso in cui sono conservate: il cloud.

È dall’immagine-concetto di nuvola che prende le mosse In una coltre di nubi di Denis Brotto (Marsilio, 2025), un denso saggio sulle immagini della nostra contemporaneità, che offre al lettore un ricco e intelligente itinerario attraverso cinema, installazioni, pittura, e videoclip musicali nel tentativo d’indagare quel che Roberto Calasso, con infallibile lucidità, ha definito l’Innominabile attuale. Ben presto emana una molteplicità di senso dal concetto di nuvola, che va a significare la nebulosità, l’iperproduttività, la vaghezza, l’indistinzione, lo sfaldamento, la transitorietà, l’evaporazione, ma anche l’opportunità di trovare in queste costanti della nostra quotidianità un orizzonte di senso che sussiste, che parla di noi, del mondo fuori di noi e del mondo dentro di noi, come in un mito frantumato in cui le storie, le genealogie e gli intrighi hanno lasciato il posto a brevi attimi, ipersignificativi, spesso silenziosi e confusi. Il libro di Brotto parla della moltitudine mitologica, tendenzialmente non riconosciuta, che avvolge ognuno di noi non più come una distesa blu costellata di luci, ma come una costante e brulicante esplosione d’immagini su schermo.

La ricchezza del libro – che brulica di citazioni, soprattutto cinematografiche e d’installazioni visive – sta soprattutto in un presupposto che va riconosciuto, che lo percorre e che viene esplicitato nelle prime pagine: occorre sbarazzarsi una volta per tutte della fin troppo abusata concezione rigida e bigotta dell’opposizione tra reale e irreale. Il realismo deve essere ripensato non più come analogon del reale, «bensì come ricezione di una visione possibile del reale stesso». Questo ripensamento radicale, l’unico proiettato a una comprensione del presente e del futuro, non è certo una novità per coloro che non hanno mai ceduto alle lusinghe e alle scorciatoie del realismo materialistico ostile ad ogni metafisica propriamente detta, ad ogni espressione onesta, coraggiosa, autonoma dell’io e del mondo. Brotto, raccontando le immagini, non fa che ribadire con chiarezza ed eleganza la necessità di un superamento di una tale ottusa rigidità mentale, superamento che ora ci è imposto, oltre che dal buon senso psicologico e metafisico, dalla conformazione stessa del mondo in cui viviamo e della nostra quotidianità, ovvero dall’ineludibile intersecazione tra “reale” e “virtuale” in cui ci muoviamo: una «ibridazione continua tra dato oggettivo e modello virtuale che diviene essa stessa condizione permanente del reale».

Di fronte al flusso che domina la contemporaneità occorre avere il coraggio di considerarlo uno spazio d’avventura psichica più che un mostro aberrante, poiché in quel flusso, in quel mare sterminato, dimorano immagini archetipiche che ci riguardano, in balìa della corrente, spesso condannate a un’intermittenza dislocata: «le forme sono destinate a fluttuare nell’universo, a rinnovarsi, rimodularsi, senza per questo perdere la capacità di rivelare il reale».

Il lettore che s’immergerà nella ricchezza citazionistica di cui Brotto ha dato mirabile prova, si troverà davanti a mille testimonianze di una sola essenziale rivelazione (per alcuni una benvenuta conferma): quelle immagini ci riguardano perché «occupano spazi audiovisivi, spazi della rete, spazi della retina», ma soprattutto «spazi della mente», mentre lo schermo che ci dà la possibilità di immergerci in questo ambiente digitale diviene «la modalità prioritaria attraverso cui sviluppare la nostra conoscenza del mondo».

Leggendo le osservazioni di Brotto sul dipinto Darker Than Cotton (2017) di Titus Kaphar, «che evidenzia come, dietro a una storia, dietro a un’immagine, se ne celi sempre un’altra, a volte ancora più sorprendente e significativa»; e poche pagine dopo una citazione da Antonioni, per cui «sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai» (e mi è impossibile non leggere queste parole con le voci di Monica Vitti e Alain Delon, il che rimanda ad una rilevanza esistenziale di un tale discorso estetico-metafisico); mi è tornata alla mente la teoria di Giorgio Manganelli per cui dietro ogni immagine-stemma c’è uno sterminato spazio d’ombra da esplorare, da scavare, con cui giocare. E non può che dare conferma di tutto ciò l’ultimo capitolo, intitolato eloquentemente Figure dell’ombra, in cui sono citati e riecheggiano, già citati, autori che hanno dedicato vita e opere a questa prospettiva metafisica, tra cui Roberto Calasso, Aby Warburg e Georges Didi-Huberman, Walter Benjamin, Rainer Maria Rilke, Jurgis Baltrušaitis, Andrej Tarkovskij, per proseguire con Károly Kerényi e Mircea Eliade.

Il libro di Brotto dice molto anche su ciò di cui non parla, e specialmente delle due forme di espressione per immagini che più di ogni altra caratterizzano e pervadono il contemporaneo. Vi si leggono tra le righe le ragioni profonde del meme, forma artistica dirompente in cui è già realizzato il pronostico da tempo emerso nel contesto dell’utilizzo creativo dell’IA: l’annichilimento dell’individualità autoriale, sostituita da un’autorialità collettiva imperante. E vi si trovano passaggi che potrebbero tranquillamente essere riferiti all’arte videoludica, che ormai ha assunto una valenza espressiva innegabilmente e ineludibilmente paragonabile a quella cinematografica e letteraria.

Del resto, per tornare al ruolo delle nuvole (ma si potrebbe estendere alla nebbia), chi si avventura tra i pericoli e le meraviglie della vastità multicolore e spettrale di Sea of Thieves (Rare, 2018-) – capolavoro d’immersività e di proiezione mitologica, sensoriale e mentale – oltre a una bussola e a una mappa per orientarsi tra i pericoli e le meraviglie di un mondo in continua trasformazione (com’è la mente, com’è la psiche) deve guardare al cielo, alle nuvole che assumono forme imponenti di teschi dagli occhi rossi infuocati o verdi elettrici, di galeoni plumbei e tornado di fiamme rosse o verdi che preannunciano scontri con ondate di scheletri o flotte di navi fantasma: nuvole che indicano pericoli da accogliere e affrontare come opportunità. «Ma dov’è il pericolo, cresce anche ciò che salva», scriveva Hölderlin, e la salvezza, forse, è qualcosa di avvicinabile solo se si è disposti a esplorare quell’ombra ignota così simile alla nostra mente, quelle tempeste, quelle nebbie e quelle nubi che nascondono figure fantastiche e terribili che ci appartengono e ci riguardano: sfide fatali, che celano il pericolo e insieme l’opportunità di conoscere e riconoscere noi stessi.

Michele Felice, dottorando in italianistica

Immagine di copertina
Frame tratto dal videogame Sea of Thieves (Rare, 2018)

Autore