Perché tutto resti uguale: Lo sguardo Nero sul Vietnam di Da 5 Bloods–Come Fratelli, di Elena Furlanetto

 

Cosa è rimasto da dire sulla guerra del Vietnam? Tutto. E niente. Dipende, letteralmente, dai punti di vista. Berretti Verdi, Rambo 2, Platoon, Il Cacciatore, Apocalypse Now, Full Metal Jacket ci hanno mostrato soldati dall’anima tormentata, abbiamo visto le loro coscienze pulite diventare sporche, l’innocenza trasformarsi in orrore, il tutto con sfumature cangianti di patriottismo. A raccontare il Vietnam da una prospettiva diversa, quella dei soldati afroamericani, ci ha pensato Spike Lee (BlacKkKlansman, Chi-Raq, Oldboy, Inside Man, Malcom X,…) con il suo ultimo film Da 5 Bloods – Come Fratelli. Perché i tempi sono maturi per una variazione sul tema Vietnam che parli a nome degli afroamericani chiamati a combattere una guerra contro “dei poveri affamati nel fango per conto della grande e potente America”, citando Muhammad Ali, che pur di non combattere si fece arrestare. “Sparargli per cosa?” si domandava Muhammad Ali, “Non mi hanno mai linciato, aizzato contro cani, privato della mia nazionalità, stuprato e ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare ai quei poveretti? Arrestatemi piuttosto”1. Molti afroamericani non poterono opporre il gran rifiuto di Muhammad Ali, addurre la scusa del college, scappare in Canada o muovere contatti per evitare l’arruolamento. Vennero mandati al fronte in operazioni ad alto rischio e morirono in percentuali più alte dei bianchi. Raccontare il loro Vietnam significa iniettare nuova vita in un genere potenzialmente esausto, ricordando che a protagonisti diversi corrispondono storie, e Storie, diverse.

I fratelli sulla tomba di Norm. Spike Lee, Da 5 Bloods, 2020.

In Da 5 Bloods quattro veterani afromericani, Paul (Delroy Lindo), Melvin (Isiah Whitlock Jr.), Otis (Clarke Peters) e Eddie (Norm Lewis), ritornano in Vietnam cinquant’anni dopo con due missioni: primo, recuperare e rimpatriare la salma del loro comandante, Norm (Chadwick Boseman, scomparso lo scorso 28 agosto anche nella realtà), secondo, riappropriarsi di quarantacinque milioni di dollari in lingotti d’oro trovati nella carcassa di un aereo nel 1971. Verranno ostacolati nella loro impresa non solo da un uomo d’affari francese (Jean Reno) e della milizia illegale al suo servizio, ma anche dai traumi lasciati da una guerra che non sembra avere fine. Memore della leggendaria frase di Muhammad Ali, in cui il pugile dichiara che la sua coscienza non gli avrebbe permesso di sparare “ai suoi fratelli”, Da 5 Bloods immagina una fratellanza tra vietnamiti ed afroamericani, entrambi vittime del potere bianco. Tanto che ad un certo punto Vinh (Johnny Trí Nguyen), la guida che accompagna i cinque “fratelli” attraverso la giungla verso il luogo di sepoltura del loro comandante, diventa anch’egli un “brother”, un “fratello”. Nei dialoghi la guerra viene spesso chiamata “the American War”, usando la dicitura vietnamita anziché quella americana più comune nella filmografia, per suggerire un approccio più bilanciato che riconosca la prospettiva dell’Altro.

Platoon, film diretto da Oliver Stone (1986)

Eppure il film non rinuncia ad alcuni capisaldi del genere, tenendosi ancorato ad una tradizione che, sebbene abbia abbandonato i toni patriottici dei suoi inizi, mette di nuovo al centro le ombre, i traumi ed il sentire dell’americano. Come nell’iconica locandina di Platoon, dove un soldato si inginocchia e alza le braccia al cielo, l’americano è il centro della tragedia, il Vietnam lo sfondo. Lungi dal voler accusare Spike Lee di razzismo nei confronti di un’altra minoranza, aderire ad un canone come quello del Vietnam War Movie, che fino ad ora ha veicolato gli interessi, le prospettive e la violenza del bianco, senza sconvolgerlo nel profondo, significa ereditarne i limiti. L’urgenza di un film come Da 5 Bloods era evidente, dal momento che “nel repertorio del film di guerra americani, pochissimi hanno esplorato l’intersezione di razza, patriottismo, guerra e tradimento dalla prospettiva dei soldati neri … nonostante questi abbiano combattuto ogni singola guerra dagli inizi della nazione” (McDonald)2, ma c’è da chiedersi se Da 5 Bloods non sia un film in cui tutto cambia perché tutto resti uguale. Il premio Pulitzer vietnamita-americano Viet Thanh Nguyen suppone di sì, e scrive che, nonostante Da 5 Bloods racconti finalmente storie di soldati afroamericani, scritte da scenografi afroamericani e recitate da attori afroamericani, per alcuni aspetti il film “non è diverso da altri drammi hollywoodiani che lo precedono”3.

”Hanoi Hannah” in Da 5 Bloods. Spike Lee, Da 5 Bloods, 2020.

Ad esempio, la scena che ritrae i fratelli in elicottero contro il sole all’orizzonte riconosce ai soldati afroamericani il loro legittimo posto nell’epica della guerra: il film cita Apocalypse Now a piene mani e senza rimorsi, le riprese dal basso conferiscono carisma e statura morale. È l’arrivo degli eroi al fronte. La scena successiva riprende altri elementi del canone in questione: l’elicottero viene attaccato da truppe di soldati nascosti nella giungla, i fratelli rispondono al fuoco. Uno ad uno i Viet Cong cadono trafitti dai proiettili. Sono soprattutto ripresi di spalle, morti senza volto e senza parola che scompaiono nel sottobosco. Gli eroi dell’epica postmoderna del Vietnam cambiano, stavolta sono neri, ma i bersagli rimangono gli stessi: di nuovo, schiere di vietnamiti falciati in massa o sfracellati dalle bombe, un muro di corpi su cui si erge il soldato americano, il tutto su un crescendo epico di violini. “Se sono uomini con una coscienza politica ad ucciderci, che differenza fa?” si chiede Viet Thanh Nguyen. E se sono uomini neri? Finalmente ai soldati afroamericani vengono riconosciute gloria ed “emotional grandeur” (grandiosità emotiva, McDonald), ma dov’è la gloria in tutto questo? Che l’eroe sia di una razza diversa non giustifica l’esaltazione della violenza espansionista americana.

Soldati afroamericani in combattimento. Spike Lee, Da 5 Bloods, 2020

In una scena che sembra suggerire una prospettiva differente, i cinque fratelli mitragliano una truppa di soldati vietnamiti mentre parlano con affetto delle loro mogli, recitando poesie. Se Spike Lee avesse tenuto fede allo spirito di quest’ultima scena, staremmo parlando di un film diverso. Poco conta che la voce di Hanoi Hannah alla radio si rivolga ai soldati di colore, invitandoli a combattere le loro battaglia contro l’uomo bianco, e non contro il Vietnam: “Black GI! in Memphis, Tennessee, un uomo bianco ha ucciso Dr Martin Luther King. Anche Dr King si era opposto alla guerra in Vietnam. … Le vostre sorelle e i vostri fratelli stanno protestando in centoventidue città. Li stanno uccidendo. Perché combatti contro di noi? Così lontano da dove c’è bisogno di te”. Nonostante i riferimenti ad Ali, King e Hanoi Hannah, e nonostante sia ciò che si sforza di ottenere, il film perde l’occasione di stabilire una vera fratellanza tra afroamericani e vietnamiti, che si ottiene non ripetendo la parola “fratello” ad oltranza, ma conferendo complessità, anima, e storie. Vinh sarà pure un “brother”, un fratello, ma rimane, come gli altri vietnamiti, un personaggio monodimensionale. Nella tradizione del Vietnam War Movie, i vietnamiti sono mendicanti, prostitute, criminali, o bersagli. Dovunque appaiano, mettono a disagio.

Full Metal Jacket, diretto da Stanley Kubrick (1987)

Perfino lo Stanley Kubrick di Full Metal Jacket, film dallo sguardo caustico sui marine americani, adolescenti alla deriva la cui ingenuità viene incenerita dalla guerra, sembra accorgersi a malapena che il Vietnam sia un luogo abitato. In una scena tra le più tristemente note, una donna vietnamita approccia due soldati seduti all’angolo di una strada, promettendo “amore lungo lungo”, mentre uno dei due scatta una foto all’altro a fianco alla donna, due ragazzi si avvicinano con fare sospetto, agguantano la macchina fotografica e scappano. A distanza di sicurezza, i due minacciano i soldati con delle mosse di arti marziali, che i soldati imitano con fare sprezzante. Mentre seguiamo la donna ancheggiare sulle note di “These Boots are Made for Walkin’” di Nancy Sinatra, lo sconforto sale. Assistiamo con pietà mista ad imbarazzo alla disperazione nascosta nelle sconcezze, alla rabbia che esplode nei calci e pugni all’aria, ma l’intervallo comico con cui la scena si chiude ci ricorda di non perdere tempo con il dolore della gente del posto, che i protagonisti di questo teatrino buffo e inquietante sono sempre e comunque gli americani, la loro storia, i loro fantasmi. A quel punto, la ragazza dell’amore lungo lungo e i ladri di macchine fotografiche scompaiono senza lasciare traccia. Tra le schiere di Vietnam War Movies, scene di questo tipo sono déjà vu a testimonianza di un solipsismo americano per cui la guerra in Vietnam è a tutti gli effetti “una guerra civile nell’anima americana, dove il peggior nemico dell’America è l’America stessa”,4 un solipsismo che invece di esonerare i vietnamiti dal ruolo di antagonisti, li rende invisibili.

Pochi secondi prima del furto della macchina fotografica. Stanley Kubrick, Full Metal Jacket, 1987

Da 5 Bloods si sforza di lasciarsi scene di questo tipo alle spalle, non riuscendoci del tutto. In uno dei passaggi più intensi, uno dei cinque veterani viene avvicinato da un venditore di polli. Dopo aver rifiutato più volte con il dovuto rispetto, si infuria a si lancia in un rosario di ingiurie a sfondo razziale. Il venditore risponde a tono: “you killed my father and mother… in the war, you G.I.!” (hai ucciso mio padre e mia madre… in guerra, tu G.I.!). È una scena difficile, in cui i primi piani sul viso contratto del venditore suggeriscono una maggiore attenzione al suo dolore. Dall’altro lato, gli epiteti razziali diretti da una persona di colore ad un’altra invitano a complicate riflessioni sul razzismo come arma a multiplo taglio. Alla fine, il venditore di polli scompare con la sua barca e ritorna parte dello sfondo da cui è venuto, mentre la telecamera si focalizza sui tratti sconvolti di Paul (Delroy Lindo, il vero epicentro emotivo del film), sulle sue lacrime, la sua sindrome post traumatica, il suo cuore di tenebra: I see ghosts y’all, vedo i fantasmi.

Paul, in primo piano, e Vinh in secondo piano. Spike Lee, Da 5 Bloods, 2020.

I vietnamiti mettono gli americani sotto pressione, aprendo i loro vasi di Pandora, liberando i loro spettri. Ma sono gli spettri americani che il film ci fa conoscere, che dipinge in tutte le loro sfumature iridescenti, mentre sappiamo poco o niente di Tiên, Michon e Vinh e dei loro fantasmi. Spike Lee chiama i vietnamiti fratelli, ma dirige la telecamera altrove. I loro traumi non esistono in autonomia, ma servono da amplificatore per i traumi dei soldati americani, come nel caso del venditore di polli: i fantasmi, senza dubbio, appaiono anche a lui. L’empatia dev’essere reciproca, e l’uguaglianza non può avvenire alle spese di un’altra razza oppressa. Il problema non è Spike Lee, o Da 5 Bloods, ma Hollywood, dove la disumanizzazione dei personaggi asiatici è un problema di vecchia data. Esotici, mistici, o malvagi oltre misura, gli asiatici del grande e piccolo schermo sono “facilitatori senza storia”5. Da 5 Blood è l’ultimo erede della stanca dinastia del Vietnam War Movie, e da lui ci si aspettava la rivoluzione. Ma oltre alla gloria e alla tragedia, Da 5 Bloods ha ereditato anche il debito dei suoi predecessori nei confronti del Vietnam, un mondo che ancora aspetta di diventare più di una guerra nell’immaginario hollywoodiano.

Note

1. DeNeen L. Brown “‘Shoot them for what?’ How Muhammad Ali won his greatest fight”. The Washington Post, 16 giugno 2016.
https://www.washingtonpost.com/news/retropolis/wp/2018/06/15/shoot-them-for-what-how-muhammad-ali-won-his-greatest-fight/.
2.
Nadia Soraya McDonald. From ‘Apocalypse Now’ to ‘Da 5 Bloods,’ a war that never really ended”. The Undefeated, 12 giugno 2020.
https://theundefeated.com/features/from-apocalypse-now-to-da-5-bloods-a-war-that-never-really-ended/.
3. Viet Thanh Nguyen. “Vietnamese Lives, American Imperialist Views, Even in ‘Da 5 Bloods’”.
The New York Times, 24 giugno 2020.
https://www.nytimes.com/2020/06/24/movies/da-5-bloods-vietnam.html.
4. Nguyen, “Vietnamese Lives”.
5. Olivia Truffaut-Wong. “Marvel’s ‘Daredevil’ Asian problem is really Hollywood’s bigger Asian problem”.
NBC News, 1 agosto 2020.
https://www.nbcnews.com/think/opinion/marvel-s-daredevil-asian-problem-really-hollywood-s-bigger-asian-ncna1235527.

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Elena Furlanetto, nata a Treviso, vive a Essen, in Germania, dove insegna letteratura e cultura americana all’Universitá di Duisburg-Essen. È autrice di Towards Turkish American Literature, Narratives of Multiculturalism in Post-Imperial Turkey (2017) e di svariati articoli sulle letterature americane e postcoloniali; ha inoltre curato una raccolta di saggi dal titolo A Poetics of Neurosis (2018). Americanista di fatto e postcolonialista di formazione, apprezza soprattutto libri e film che parlino d’America, ma anche d’altro(ve). Il cinema le dà grande gioia, soprattutto l’horror. Le sue poesie in italiano ed inglese sono apparse in pubblicazioni italiane ed internazionali. Collabora con Finnegans in veste di traduttrice e critica cinematografica dal 2011.

 

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