Noi credevamo, di Paola Di Giuseppe

Femminismo anni ’70 (Enciclopedia delle donne)


È un bel titolo da dare a questa chiacchierata, pensavo mentre Rosanna ed Emanuela mi raccontavano tante storie, loro e di donne che negli anni ’70 erano ragazze piene di forza, non mollavano. Erano le due parole che ripetevano spesso, ma non suonavano nostalgiche, anche se sono passati tanti anni.
Rosanna, Emanuela e le altre, giovani donne di mezzo secolo fa, e ancora oggi piene di idee, di voglia di fare.
Chi erano, cosa facevano, e a che prezzo, hanno condotto battaglie decisive per le donne?
Non era facile, per la prima volta hanno voluto che nelle sedi di partito, (perché era da lì che provenivano) alle riunioni ci fossero solo loro, gli uomini si riunissero altrove, sempre a voler dire la loro, ad ammaestrare, a sindacare!
Donne sole ma non sole, si espandevano a macchia d’olio, tutti le conoscevano, aborto, contraccezione, formazione, imparare ad alimentarsi, a leggere cose giuste, a non credere più senza chiedere perché, senza tregua, e il riposo si rimandava, c’era troppo da fare.
Plotoni di una guerra senza armi, rifiutavano l’etichetta riduttiva di “femministe”, sceglievano quella di “cittadine”, più inclusiva, più giusta.
Questa è la storia della loro militanza, si può circoscrivere agli anni fra il 1974 e il 1980, poi qualcosa è cambiato, dice Rosanna, era un voler pensare un po’ più a sé stesse, ma forse era anche il bisogno di passare il testimone alle nuove generazioni, leggere nel presente se i frutti erano maturi e tanta vita messa in gioco per anni stava dando un buon raccolto.

NOI CREDEVAMO, ecco il senso di quelle parole, e ce lo diranno loro cosa credevano.

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Per iniziare diteci come eravate, si ha bisogno di immaginarvi anche visivamente come allora.

Giovani, e questo è tutto, serve altro? Ma quella giovinezza ci è rimasta dentro mentre i capelli imbiancavano e ci coprivamo di rughe. Oggi siamo più sagge, forse, gli anni fanno questo, ma essere state giovani allora, in quegli anni di lotta, di sconfitte, poche, e di vittorie, molte, ci ha lasciato qualcosa che non finisce col tempo. Soprattutto ci divertivamo, riuscivamo a non cedere alla fatica, problemi ce n’erano, e tanti, i figli, i mariti, i soldi, i soliti problemi di ogni età, ma la nostra scelta era quella e non saremmo riuscite ad essere altro.

Essere donne negli anni Settanta in città e paesi in cui si pensa sia più difficile che nelle grandi metropoli stare al passo con la Storia.
Il ’68, Roma, Parigi, i campus americani erano lontani, la piccola comunità è sempre sede di forze conservatrici, tradizionali.
Quali difficoltà e quali opposizioni avete incontrato?

La rappresentazione della propria identità è come un fiume carsico, prima o poi spunta fuori e alla fine diventa un fiume. Difficoltà e opposizioni, molte, la strada era in salita e la voglia di farcela tanta.

Cominciamo dalle vostre prime battaglie.

Era il ’75, il referendum sul divorzio, e lì si scatena la battaglia. Si mescolano le parti: da una parte c’è l’UDI con le commissioni femminili dei partiti, ci sono le donne della sinistra storica extraparlamentare e poi i gruppi femministi la cui caratteristica era di irridere anche il potere all’interno dei gruppi politici della sinistra fortemente connotati di maschilismo di stampo patriarcale. Nessuno si salva.
I gruppi e le diverse visioni s’incontrano, si scontrano, si mescolano, si separano, ma soprattutto il movimento femminista induce anche le donne dei partiti e dei gruppi della sinistra a riflettere sul proprio vissuto, e questo cambia completamente la scena.

Emanuela, tu parli di movimento femminista. A cosa ti riferisci?

A tutti i gruppi nati spontaneamente prima, quando Carla Lonzi pubblicava nel 1970 “Sputiamo su Hegel” , e poi in America c’era stata Betty Friedan (La mistica della femminilità, 1963).
C’era un gran fermento nel mondo occidentale, era una rivoluzione totale che metteva in discussione i presupposti del patriarcato, perché quando tu rivendichi miglioramenti salariali e miglioramenti democratici, ancora non hai messo in discussione la struttura patriarcale, che è quella su cui si basa tutto il resto.
Qualcuno ha detto, ed è fondamentale, che la rivoluzione femminile è stata la più importante che si sia svolta senza spargimento di sangue.

Ragazze del ’68 (docu-reality RAI TRE)

La battaglia per la 194 poi è stata l’altra grande vittoria del Movimento.

Sì, è stato il momento in cui tutto è esploso. Quando le femministe dicono “il personale è politico” dicono che quello che tu vivi a livello individuale e all’interno dei meccanismi della famiglia corrisponde esattamente alle strutture di potere dell’intera società.
Noi donne abbiamo sempre avuto un rapporto con il corpo profondo, perché abbiamo le mestruazioni, le gravidanze, l’allattamento, ma tutto questo era stato vissuto a livello individuale, a livello di malattia, di adempienza o inadempienza del corpo a quanto veniva richiesto.
“Il corpo è mio e lo gestisco io”, celebre slogan femminista, significava, ad esempio, procedere all’autovisita, dal ginecologo ci rifiutavamo anche di farci infilare lo speculum, dicevamo “Dammi qua, me lo infilo io”.
Era una diversa consapevolezza del corpo partendo da noi stesse e dal nostro singolare vissuto.

Si può dire che tutto questo sia un derivato del ’68?

Sì, il fatto che le donne siano arrivate all’Università in maniera più massiccia rispetto a prima, che abbiano trovato lavoro, che siano arrivati gli elettrodomestici e la pillola anticoncezionale, è stata una serie di concause, non ultima il fatto che avessimo votato e che eravamo da meno di vent’anni uscite dalla Resistenza a cui avevano partecipato anche le donne.
Sono stati i precedenti storici, anche se noi non avevamo una relazione storica con le partigiane, non sapevamo quanto dovessimo loro.
Le partigiane l’hanno fatto per scelta, non perché temessero il confino, la repressione ecc. Era una loro scelta, ma a Milano, nella prima sfilata del dopoguerra, il PCI non le ha fatte sfilare!
Ricordiamo Teresa Mattei, rimasta incinta di un uomo sposato. Togliatti le impose di abortire. Lei si rifiutò dicendo: “In Parlamento le ragazze madri non sono rappresentate, le rappresenterò io”. Lina Merlin, insegnante, messa dentro perché non giurò per il Fascio, in galera conobbe le prostitute e iniziò lì la sua battaglia per la legge che aboliva le case chiuse.

Lina Merlin (Il Bo Live, il giornale dell’Università di Padova)

Negli anni ’70 eravate ragazze molto giovani, venti, ventun anni. Chi vi dava la forza di fare quello che facevate? Non c’è confronto con la libertà di cui godono oggi le ragazze, anche molto più giovani.

C’era l’atmosfera intorno delle lotte operaie, dice Rosanna, e prosegue Emanuela: per quanto riguarda la mia personale esperienza, io vengo da una famiglia borghese in cui, nonostante le donne avessero studiato, fossero  donne intelligenti e colte, mia nonna avesse mandato mia zia negli ani ’30 ad impratichirsi nel francese a Parigi, la struttura restava patriarcale.
Mia nonna, che comunque fu sempre una bigotta, si era sposata con un matrimonio combinato. Tornata dal viaggio di nozze aveva detto al padre “Io con quello non ci sto” e lui “Manco per idea”.
E allora mia nonna mi raccontava che aveva giurato che tutte le sue figlie dovevano avere titolo di studio e soldi.
Quanto a me ho lasciato la famiglia prima dei vent’anni, non volevo sottostare a nessuna autorità. Quindi da una parte c’è la personalità, dall’altra il contesto storico che favorisce, in quel momento ci si sentiva sostenute da tutto il gruppo delle donne.
Rosanna: si stava scoprendo che dappertutto, in ogni piccola realtà, c’erano gruppi di donne che s’incontravano, leggevano, si andava in giro ovunque, a Milano alla Libreria delle donne, a Firenze quando c’era Spadaccia e Adele Faccio fu incriminata per aborto clandestini.
La domanda era: ma tu, nei rapporti con i tuoi uomini, marito, figli, come sei? Quanto collusa sei con il loro potere?
Era la visione della sofferenza, ma anche la visione di una liberazione a darci forza.

Una manifestazione per la liberazione di Adele Faccio, incarcerata nel gennaio del 1975 (Femme-Femminismi e Memorie)

Sentivate il bisogno di fare proselitismo, soprattutto nei riguardi delle più giovani?

No, non ce n’è mai stato bisogno, le donne arrivavano spontaneamente.
Eravamo agli albori, ma ti racconto questa per farti capire com’era eterogenea la realtà allora: con Beri, Berengaria, operaia, in una 500 con dietro i due figli di cinque sei anni giravamo per Mogliano col megafono. Passiamo per una strada vicina al centro e sulla terrazza di una casa una signora di una certa età si è sporta dal davanzale gridando: “Brutte troie, ‘ndé casa a far mestieri”.
C’erano però le studentesse, tante, che venivano con noi e c’erano le vestali del PCI, le donne dell’UDI, che aspettavano le direttive del capo, c’era di tutto, dall’una e dall’altra parte.

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A questo punto i ricordi diventano anche piccole storie di vita reale, aneddoti divertenti, l’humour, l’allegria non restava mai fuori dalla porta, come quando Rosanna, in Consiglio Comunale a cui il gruppo era chiamato ad assistere, chiese alla sindaca: ”Me scusa, come se dise, sindaca, sindachessa o sindacassso?”.

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Per concludere, parliamo di cosa accadde quando agli inizi degli anni ’80 il Movimento sembrò fermarsi senza più la carica degli anni precedenti.

Negli anni ’80 c’è stato come un riflusso di cui non conosciamo a fondo le cause, sicuramente l’onda del movimento femminista ha prodotto provvedimenti legislativi importanti, una lunga serie di conquiste c’ erano e altre saranno fatte subito dopo, ma siamo certe che, se non ci fosse stata questa valanga femminista si sarebbe ritornati indietro. Non dimentichiamo che il PCI non era favorevole nel ’46 al voto alle donne, temeva una débacle.
Il consultorio fu frutto di quest’onda, si pensò che tutto da allora sarebbe diventato normale, la pillola, l’aborto, l’assistenza legale per i divorzi.
Dunque, c’è stato un avanzamento dal punto di vista legislativo, c’è stata una trasformazione, innanzitutto nei rapporti col maschio, e poi con le istituzioni, molte donne sono entrate in politica a partire da allora con i risultati sui quali possiamo discutere, ma è accaduto.
Le donne soprattutto hanno imparato ad irridere. Penso ad esempio a Moana Pozzi: “Il sesso lo faccio come dico io e me ne frego di voi benpensanti”.

8 ottobre 1980 – Mobilitazione per il sì al referendum sulla 194 e la mancanza di informazione alla Rai (Herstory.it)

Dunque non riflusso ma una pausa?

Si, ci siamo dedicate ad altro, c’è stato un andare verso la creatività facendo tesoro di tutta questa esperienza per manifestarci, nel teatro, nella danza, nel cinema, è stato un pensare a sé come possibile.
È stata anche una diversa modalità di gestire il corpo, Rosanna si è dedicata al canto e al teatro, io – aggiunge Emanuela – mi sono dedicata allo yoga, e questo senza mai abbandonare tutto il resto.

L’ultima domanda: come ripensate a quegli anni?

Con una grande, enorme felicità, era un’atmosfera di grande entusiasmo, di libertà, di scambio, si andava dappertutto, si scambiavano le case, anche gli uomini. Autostima, soprattutto, le donne hanno fondato l’Università delle Donne, la Casa delle Donne c’era già.
Allora eravamo disoccupate, mio marito non accettava quello che ero, non mi ha ammazzata ma mi ha perseguitata, mi ha costretta a rivolgermi alla legge per il mantenimento del figlio.

***

Emanuela a questo punto sottolinea, guardando al dopo, come sia riemersa la rabbia.
L’ attacco fortissimo alla 194 monopolizza il discorso, la felicità di quei ricordi sfuma, la specificità delle donne in politica, che era stato il loro primo cavallo di battaglia, è stato più volte tradito, era come se fossero state “sedate” (e si fanno dei nomi che ben conosciamo).
Ma qui chiudiamo, il racconto di quegli anni felici, quando ridere e irridere ancora si poteva, deve restare intatto.

***

APPENDICE

Quando realtà e fiction si danno la mano, parliamo del Leone d’Oro a Venezia 78, L’événement, un film diretto da Audrey Diwan, adattamento cinematografico del romanzo autobiografico di Annie Ernaux ambientato nel 1963 su una storia di aborto.

Francia 2021 durata 100′
Titolo italiano: La scelta di Anne
Regia di Audrey Diwan
Con Anamaria Vartolomei, Luàna Bajrami, Louise Orry-Diquéro, Kacey Mottet Klein

 

1963. Anne, venti anni, scopre di essere incinta. Scopre nel senso che il medico che la visita per certi suoi dolori al basso ventre le comunica la triste verità.
Degli uomini che Anne incontra lungo il suo calvario di dodici settimane quel medico non è il peggiore, anzi si dimostra sinceramente dispiaciuto, ma non può far nulla, c’è il carcere in Francia (e ovunque) per procurato aborto in quegli anni. Sempre che Anne voglia abortire, su questo la ragazza tace, ma basta vedere il suo viso e soprattutto gli occhi.
Anne è disarmata, dalle sue risposte negative al medico che le chiede se ha avuto rapporti capiamo quanto sia indifesa e inconsapevole, nel dire di no c’è l’incapacità di scoprirsi, la vergogna, l’assenza di un’assunzione di responsabilità che sarebbe segno di consapevolezza di sé e indipendenza, cosa che in quei “favolosi” anni ’60 mancava del tutto e la colpa non è certo delle donne.
C’è però in Anne, fin dall’inizio, una forza che man mano si farà strada, sarà una descensio ad inferos di cui la regia non risparmia nulla allo spettatore, e se il tema è scottante, amaro, arduo da proporre, rappresentarlo come ha scelto di fare Audrey Diwan è il modo più duro mai visto prima.

Audrey Diwan (Wikipedia)

E soprattutto perché riesce a non far sembrare la distanza da quell’anno così forte, oggi che accadono cose che rimbalzano sulla stampa, dal Texas alla Polonia, che riportano indietro le lancette di vari decenni, e la sofferta 194 non ha e non ha mai avuto la vita facile che sarebbe stato giusto aspettarsi dal lontano 1978, quando divenne legge dello Stato.

In Appendice qualche aggiornamento utile da leggere.

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Ma tornando al film, diciamo pure che Anne è ancora tutte noi, oggi come allora, forse oggi con una migliore coscienza dei nostri diritti, ma anche con la rabbia di vederli spesso calpestati.
Dunque, Anne è soprattutto una ragazza sola, di bassa estrazione sociale, una famiglia, padre e madre, con cui non comunica, pochi soldi, priva delle ipocrisie perbeniste delle compagne d’università borghesi che la trattano da puttana perché le piace uscire la sera e passare qualche ora al pub.
E quel che più conta Anne ha una bella testa e primeggia in aula.
Il suo sogno è diventare scrittrice, ma ora un figlio significherebbe piombare nella condizione di casalinga, marito o no, quello sarebbe il suo destino, magari con un lavoro di insegnante a cui non aspira.
Detestabile? Giudizio fin troppo facile e di certo ancora diffuso.
Dimenticando una cosa fondamentale, il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo e della propria vita.
“Volevo raccontare il senso di libertà di questo personaggio trasversale. Anne è una ragazza che si riappropria del proprio corpo. Ho voluto seguire il mio personaggio nella sua evoluzione e condividere le sensazioni che si provano vivendo questa clandestinità”.
Così parla la regista che aggiunge: “Quando ho deciso di realizzare l’adattamento del romanzo di Ernaux, ho cercato di catturare la natura fisica dell’esperienza, tenendo conto della dimensione corporea del percorso. La mia speranza è che questo trascenda il contesto temporale della storia e le barriere di genere. Il destino delle giovani che hanno dovuto ricorrere a questo tipo di operazioni è rischioso e insopportabile. Tutto quello che ho fatto è stato cercare la semplicità dei gesti, l’essenza che potesse veicolarlo”.
L’essenza, la semplicità dei gesti è la credenziale forte del film, libero da enfasi, retorica, trasalimenti.

Screenshot da una clip del film L’Événement (2021) – Anamaria Vartolomei (Anne), – Wikipedia

Il formato quattro terzi della messa in scena chiude in una cornice soggettiva la protagonista, Anamaria Vartolomei, ne sottolinea la solitudine e ne esalta la forza, costringe il pubblico ad una immedesimazione che non è empatia, commozione, no, è andare con Anne sulla sua stessa strada, capirne il dolore, la frustrazione, lo smarrimento e la rivalsa.
A quel punto si riesce a non chiudere gli occhi, la corporeità della vicenda è il suo primo piano, non si parla di aborto, è aborto.
Poi arriveranno nella post-visione tutti i ragionamenti su questa vecchia storia femminile mai risolta come dovrebbe, sul contesto e sul dissesto, su tabù, ipocrisie e patriarcato.
Se qualcuno ha ancora voglia di discettare sull’argomento.
Difficile, dopo i 100 minuti del film si esce in silenzio, sapendo che quel calvario della donna non lo racconta mai nessuno come va raccontato.
Anne, col suo visetto tondo, i suoi occhi seri, la sua determinazione ad essere al mondo dalla parte che vuole solo lei l’ha raccontato.
Giusto così.

Foto di copertina
La sfida del femminismo anni Settanta, da Il Manifesto in Rete (CC)

 

(da Associazione Luca Coscioni)

APPENDICE

Qualche scarna notizia sullo stato dell’arte, in rete per approfondimenti.

Legge 22 maggio 1978 n. 194
(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 22 maggio 1978)

NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITÀ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA
GRAVIDANZA

La Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;
Il Presidente della Repubblica
Promulga la seguente legge:

Articolo 1

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Commento di Anna Pompili
Ginecologa di AMICA (Associazione medici italiani contraccezione e aborto) – Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=95625

“… È tutto l’impianto ideologico, ben espresso dall’articolo 1 della 194, che non è più accettabile. Non è più accettabile una legge che, scritta con il presupposto di una cittadinanza di serie B per le donne, non riconosce loro alcun diritto all’autodeterminazione…”.

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RELAZIONE DEL MINISTRO DELLA SALUTE SULLA ATTUAZIONE DELLA LEGGE CONTENENTE NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITÀ E PER L’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non all’assistenza antecedente e conseguente all’intervento (art. 9 della Legge 194).

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Il punto sull’obiezione di coscienza da aggiornamenti in rete

Il numero di obiettori di coscienza all’interno del personale medico italiano è in media del 70%. (In Gran Bretagna è del 10%, in Francia del 7%, zero in Svezia. Il totale degli obiettori è aumentato del 12% negli ultimi dieci anni, arrivando a punte di oltre il 90% in Molise, Trentino-Alto Adige e Basilicata.
In tutto il Molise si registra un solo medico non obiettore.
La media di obiettori tra gli anestesisti in Italia è del 49%. Per sopperire alla mancanza di medici in grado di eseguire interruzioni volontarie di gravidanza, gli ospedali ricorrono a medici esterni assunti a prestazione, con costi addizionali per il servizio sanitario e la collettività.

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Paola Di Giuseppe ha insegnato a lungo Greco e Latino fino a quando ha potuto dedicarsi senza limiti di tempo al suo interesse centrale, il Cinema, una passione nata da bambina, quando s’innamorò di Gelsomina de La strada di Fellini. Ha collaborato con alcuni siti di Cinema on line, indie eye e film tv, ed ha un sito www.paoladigiuseppe.it in cui raccoglie recensioni, scritti sul Cinema e dintorni, suoi o di altri.
Perché ha aderito a Lilith? Le piace rispondere con 
Primo Levi: “la storia di Eva è scritta, e la sanno tutti; la storia di Lilíth invece si racconta soltanto, e così la sanno in pochi”.

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