Lieve sulla terra. “Nomadland” e l’economia degli affetti, di Elena Furlanetto

 

       Ho imparato ad amare gli oggetti di seconda mano, quelli ereditati da altri e trapiantati dalle loro case alle nostre. In queste migrazioni gli oggetti portano con sé storie che si accomodano sulle mensole e aspettano, pronti all’avvento di nuove storie. Il passaggio di oggetti di mano in mano definisce l’umanità di Nomadland, uomini e donne che vivono in camper, auto e roulotte, spostandosi da un parcheggio all’altro nelle retrovie dell’America rurale e popolando il vuoto ai lati delle autostrade.

       Ciclicamente, tra un lavoro e l’altro in magazzini di Amazon, campeggi e catene di fast food, i nomadi di Chloé Zhao si riuniscono nel mezzo del deserto, permettendo alle loro solitudini di sedersi l’una accanto all’altra attorno ad un fuoco, spazio della letteratura orale e della storiografia della pelle, in forma di tatuaggi letti come fossero diari. Chissà se questi nomadi hanno mai sentito parlare di kintsugi, la pratica giapponese di riparare la ceramica rotta con l’oro. Fern (Frances McDormand) non usa l’oro, ma l’attack, per riparare i preziosi piatti ereditati dal padre. Il messaggio è lo stesso: la bellezza delle cose rimesse insieme con cura è il punto di partenza di un’economia degli affetti che riempie e guarisce chi la mette in pratica.

       Sit tibi terra levis, ma soprattutto, che possa tu non pesare sulla terra. Nomadland è la storia di persone lievi sulla terra, se non per il carburante che consumano. Non piantano recinti e, se invitati, non rimangono a lungo. Di Nomadland si è parlato in abbondanza: vincitore dell’Oscar nelle categorie miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista; Golden Globe per miglior film drammatico e miglior regia; quattro BAFTA e Leone d’Oro a Venezia, Nomadland consegna per la prima volta l’Oscar ad una regista di colore e il secondo ad una donna dopo The Hurt Locker di Kathryn Bigelow nel 2009.

       Il film viene criticato per non aver attaccato in modo più convincente il sistema Amazon e per aver raccontato con troppo romanticismo le vite di quasi-nullatenenti,1 ma sono critiche mosse in malafede. Nomadland non fa della precarietà un’utopia americana, semmai una fiaba ammantata di purezza ma con il buio dentro, o l’isola dei mangiatori di loto, dove la felicità degli abitanti nasconde una malinconica alienazione. Attaccare l’ambivalenza del film nei confronti della precarietà in cui l’economia americana mantiene le fasce più fragili della popolazione, accusarlo di trattare queste tematiche con accondiscendenza, significa essere in malafede perché la critica non è sempre e solo nelle parole dette, ma anche in quelle non dette. In Nomadland è nella musica sognante interrotta bruscamente da una porta che sbatte; è in una domanda fatta ad altri, ma mai a sé stessi (non ti senti solo?).

Frances McDormand e David Strathairn in “Nomadland” (Courtesy of Searchlight Pictures © 2020 20th Century Studios – La Repubblica)

       I nomadi di Nomadland, adulti in età da prepensionamento sballottati da una terra desolata all’altra, da un lavoro ingrato all’altro, riscrivono il copione della felicità perché si adatti alle loro esistenze, ma scambiare questo per un’ode al nomadismo significa non voler leggere i loro silenzi. Fern vive una grande tradizione americana, la incoraggia la sorella, è l’erede dei pionieri che attraversarono il continente. Non lasciamoci convincere dall’ipocrisia di questa analisi, che normalizza e glorifica. I pionieri, come molti altri che lasciarono l’Europa per l’America, lo fecero rincorrendo il sogno dello stanziamento, il miraggio della proprietà, ansiosi di possedere la terra d’altri.

       Tramite i suoi silenzi Nomadland mostra, ma spesso non rivela. Quando Fern si allontana dal gruppo di turisti in visita al Badlands National Park in South Dakota, si perde? Il sollievo sul viso di Frances McDormand quando la loro guida Dave (David Strathairn) riappare in cima ad una duna suggerisce di sì. Ho sempre pensato che gli attori più bravi fossero quelli che si avvicinano a persone che conosciamo. I sorrisi tesi di McDormand in Nomadland, il modo fulmineo in cui le appaiono sul viso, mi riportano nella via della mia infanzia, ad una vicina di casa gentile che una volta mi sorrise lo stesso sorriso indecifrabile, lieve e stridente come l’incrinarsi di un vetro. Ho sempre pensato che i film migliori fossero quelli che ti indicano un luogo dentro e lo accendono. I momenti più intensi di Nomadland sono quelli non parlati, in cui mani toccano oggetti, mani toccano mani, la pelle tocca la pietra, la pelle tocca la pelle.

 

Foto di copertina
Frances McDormand in Nomadland (Wired.it)

Note
1. Alcuni esempi: “Nomadland Is a Great and Terrible Film“, di Eileen Jhttps://www.vulture.com/article/nomadland-amazon-warehouse-chloe-zhao.htmlones, https://jacobinmag.com/2021/03/nomadland-review, “What Nomadland Gets Wrong about Gig Labor, di Wilfried Chan, https://www.vulture.com/article/nomadland-amazon-warehouse-chloe-zhao.html , e Richard Lawson, “Nomadland Is Stirring Up Controversy. Does the Academy Care?” https://www.vanityfair.com/hollywood/2021/04/nomadland-amazon-oscars-controversy

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Elena Furlanetto, nata a Treviso, vive a Essen, in Germania, dove insegna letteratura e cultura americana all’Universitá di Duisburg-Essen. È autrice di Towards Turkish American Literature, Narratives of Multiculturalism in Post-Imperial Turkey (2017) e di svariati articoli sulle letterature americane e postcoloniali; ha inoltre curato una raccolta di saggi dal titolo A Poetics of Neurosis (2018). Americanista di fatto e postcolonialista di formazione, apprezza soprattutto libri e film che parlino d’America, ma anche d’altro(ve). Il cinema le dà grande gioia, soprattutto l’horror. Le sue poesie in italiano ed inglese sono apparse in pubblicazioni italiane ed internazionali. Collabora con Finnegans in veste di traduttrice e critica cinematografica dal 2011.

 

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