Se qualcuno si fosse addormentato una trentina d’anni fa (prima del 2001, meglio ancora prima del 1990) e si fosse risvegliato solo ora, come reagirebbe? Resterebbe, in un primo momento, incredulo e successivamente sgomento di fronte alle stragi degli innocenti – i bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan, dell’Iran – rubricate sotto la voce “danni collaterali”, di fronte al mar Mediterraneo trasformato in una immensa tomba, di fronte alla crisi climatica e ai suoi effetti sempre più devastanti. Ma qualora questo novello Lazzaro si accorgesse che tali atrocità, invece di destare una reazione indignata e generale, naufragano in una palude di indifferenza o addirittura di ossequio nei confronti dei sanguinolenti macellai a capo della politica internazionale, cosa gli resterebbe da fare, se non tornare a seppellirsi?
Il fatto è che pure noi, che revenants non siamo, ci muoviamo a tentoni come sonnambuli. Per provare a ricostruire un ragionamento politico che ci aiuti a capire e magari a orientarci nelle tenebre sempre più fitte del nostro tempo, riteniamo necessario, innanzitutto, ristabilire un dialogo con coloro che, nel Novecento, di fronte al baratro che si aprì in seguito alla lunga guerra civile europea e altresì mondiale (1914 – 1945), riuscirono a ragionare con fermezza, coraggio e lucidità, indagando le cause della catastrofe e le debolezze delle classi sociali responsabili del suicidio dell’Europa; contemporaneamente, aprire a quegli studiosi, siano essi scienziati, poeti, giornalisti, filosofi o scrittori contemporanei – quelli che una volta si potevano definire senza arrossire “intellettuali” – che affrontano e raccontano quel piano inclinato su cui il nostro tempo, mai come ora “tempo fuori di sesto”, ha preso un abbrivio probabilmente inarrestabile, il cui esito sembra essere spaventoso. E se è vero che la storia non è maestra di nulla, che ciò che era tragedia si ripete in forma di farsa, questo non toglie che anche la farsa possa rivelarsi fradicia di sangue. Nel crollo delle certezze, ritenere il Novecento, a torto considerato “secolo breve”, un passato inutilizzabile significa impedirsi sia di comprendere il nostro presente che di immaginare un futuro, perduti in un labirinto la cui unica uscita sono le fauci del Minotauro.

Iniziamo allora a ragionare a partire da un prezioso volumetto edito recentemente da Aragno per le cure di Alessandro Settimo, 1940. La disfatta (2025, pp.86, euro 12,00) di Georges Bernanos (1888 – 1948). Di questo scrittore francese, tra i più grandi moralisti in senso alto del termine, il lettore italiano conoscerà probabilmente i titoli dei suoi romanzi: Sotto il sole di Satana (1926), Diario di un curato di campagna (1936) e Mouchette (1937), libri da cui un altro grande artista francese, il regista Robert Bresson, trasse due superbi film nel 1951 e nel 1967; meno noto, ma forse ancora più importante per capire la statura dello scrittore, il saggio I grandi cimiteri sotto la luna, un pamphlet e insieme una preghiera, in cui Bernanos, cattolico e monarchico, di fronte ai massacri franchisti e alla complicità della Chiesa cattolica benedicente, si scaglia in un’invettiva pervasa da una veemenza spirituale degna di un profeta biblico: nell’assassinio della Repubblica spagnola, presagisce l’avvento di un mondo totalmente governato da Satana. (Simone Weil, filosofa ebrea, che aveva partecipato alla guerra di Spagna tra le fila dei repubblicani, ritraendosi inorridita di fronte alla violenza della sua parte, intratterrà un lucidissimo scambio epistolare col monarchico Bernanos, più onesto intellettualmente di molti repubblicani). I grandi cimiteri sotto la luna, scrive Massimo Raffaeli sul Manifesto del 19 febbraio 2026, non fa di Bernanos un progressista, né tantomeno lo iscrive nelle file della sinistra. “Ne fa piuttosto un critico radicale dell’universo borghese e dell’ideologia intesa come accecamento morale e occultamento della realtà, quando coglie la menzogna istituzionalizzata e legge nella Chiesa di Pio XI poi di Pio XII una accettazione del “mondo-così-com’è”, dunque un assoggettamento alla società del commercio e del denaro”.

Pochi anni dopo, Bernanos assisterà alla conferma delle sue tesi: nel 1940, tra maggio e luglio, la Francia consuma la propria sconfitta in una debacle non solo militare ma anche morale. Da un lato, il disastro di un esercito beffato e travolto dalle armate naziste, dall’altro, l’umiliazione del patto scellerato sancito dal maresciallo Pétain con Hitler. Bernanos è in Brasile, in un esilio autoinflitto, con la sua numerosa famiglia, dove prova a inventarsi fazendeiro, ma ha un figlio e un nipote che combattono nella formazione gollista di “France Libre”. I testi raccolti e tradotti da Alessandro Settimo che sono pubblicati per la prima volta in Italia, sono una quindicina, compaiono nel volume postumo La révolte de l’Esprit. Ecrits de combat 1938 – 1945 (a cura di Gilles Bernanos, Les Belles Lettres, 2019). Si tratta di articoli di giornale, appelli, brani scritti per la BBC di cui il curatore e traduttore fornisce una versione magistrale per la capacità di aderire alla scrittura di Bernanos la quale è infiammata dalla passione e al tempo stesso vigilata da uno stile di suprema eleganza. Bastino pochi esempi: “Mi accusano probabilmente di orgoglio, ma non sono mai stato meno orgoglioso di oggi; ho avvertito fin nel midollo l’umiliazione del mio paese e talora dubitando di lui – non del suo passato, certo, ma del suo avvenire – sono anche stato troppo tentato dal disperare di me stesso, dei miei libri, di tutto ciò che ho fatto. Resto in piedi non per orgoglio, come essi faranno le mostre di credere, non per sfidarli […] ma perché posso parlare solo in piedi, è una posizione che mi è naturale; e d’altronde parlo solo a uomini in piedi. Sì, il gesto naturale della mia razza davanti a Dio, è di levarsi, di mettersi in piedi, di attendere così ai suoi ordini, non di chinarsi a terra”.
Come Dietrich Bonhoeffer, il pastore protestante impiccato ad Auschwitz dai nazisti, per il quale il problema del suo tempo era quello degli “stupidi”, Bernanos si sente afflitto dagli “imbecilli”. Bonhoeffer parlava della stupidità come di un problema sociologico e non psicologico: in determinate circostanze, gli uomini vengono resi stupidi, ovvero, ogni forma di ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini, quasi una legge socio-psicologica per cui la potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. “Sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano”. La testardaggine che caratterizza lo stupido nel sostenere le sue convinzioni non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Se si prova a parlare con costoro, ci si accorge addirittura che non si ha a che fare non con idee o convinzioni personali ma con slogan, motti, da cui sono dominati. “Trasformatosi in uno strumento senza volontà, conclude Bonhoeffer, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale”. Nella maggioranza dei casi, un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta da una liberazione esteriore; fino a quel momento ogni tentativo di convincere lo stupido risulta inutile.

A sua volta, Bernanos, nell’articolo che apre la raccolta, scrive: “Queste idee non devono assolutamente nulla, lo confesso, alla logica degli imbecilli, di cui non misconosco d’altronde minimamente il potere, ché ogni imbecille preso singolarmente è solo un imbecille, ma l’esperienza accumulata dagli imbecilli pesa d’un peso immenso sul mondo. La prudenza degli imbecilli è di predisporre tutto affinché essi non possano sussistere, sull’esempio di alcuni organismi marini elementari, che nelle acque calme. È ciò che la società moderna, per uno straordinario abuso di termini che avrebbe mosso a stupore gli antichi Greci, chiama oggi spirito di misura, come se ci fosse altra misura per l’uomo del darsi senza misura a valori che oltrepassano infinitamente il campo della propria vita”. Possiamo solo immaginare lo sconforto di Bonhoeffer e Bernanos di fronte al panorama odierno – una società malamente secolarizzata che ha cassato ogni senso del Sacro – in cui assistiamo al trionfo di “imbecilli” e “stupidi” dai social alle pagine dei giornali, dai banchi delle istituzioni ai “Board” internazionali. Ma può anche bastare il nostro, di sconforto: lasciamo riposare i morti.

C’è un altro passo della Disfatta su cui voglio portare l’attenzione, datato luglio 1940, che parte dal commento di un articolo di uno studioso statunitense, Will Durant. La società umana, scriveva questo Carneade moderno, posta dinanzi al dilemma tra economia libera e economia diretta, è rinviata dalla schiavitù alla miseria o dalla miseria alla schiavitù come su una gigantesca altalena. Per Bernanos, tale tesi risulta generica e banalmente ottimista. “Si può credere, infatti, che sarà sempre possibile agli uomini sfuggire, tramite le rivoluzioni, agli abusi che comporta il regime della libertà economica […]. È che il passato, fin qui, non ci offre alcun esempio di tirannia abbastanza durevole per modellare a propria immagine e somiglianza morale i popoli asserviti […]. Se le tirannie non hanno durato di più, ciò è dovuto semplicemente al fatto che non erano ancora né abbastanza potenti, né abbastanza ricche. […] L’organizzazione industriale mette oggi nelle mani del dittatore totalitario risorse praticamente inesauribili”. Che direbbe, oggi, Bernanos, di fronte alle élite finanziarie plurimiliardarie che governano le economie mondiali e spadroneggiano impunite; all’AI, sempre più minacciosa, applicata a droni e armi micidiali; che direbbe di Palantir, l’enorme sistema data-base di Peter Thiel (un Saruman contemporaneo, anima nera di Trump e J. D. Vance), in grado di controllare e schedare ogni “irregolare” che non si conformi alle richieste del Potere, un sistema di cui abbiamo visto le applicazioni a Minneapolis nelle mani della famigerata ICE? Ma forse, più che Bernanos, dovremmo essere noi, la nostra società, i nostri politici e i nostri intellettuali a dover dire qualcosa.
“I nazismi di un tempo – prosegue Bernanos – non hanno mai confiscato altro che le libertà, non potendo nulla contro lo spirito della libertà. Ma ciò può cambiare. La libertà è un bene necessario solo per coloro che sono ancora degni di essa. Dirò pure che l’idea di libertà presto non sarà più chiaramente concepibile, se non dagli uomini il cui istinto e la cui intelligenza saranno sfuggiti alla corruzione generale. […] Quel che i nostri occhi contemplano oggi è solo il prologo di un immenso dramma. […] Il mondo fa ancora troppo rumore perché si possa considerare la catastrofe come prossima. Le vere catastrofi, le catastrofi capitali, sono mute”. E termina l’articolo con una riflessione che ci aiuta, forse, a spiegare – non a comprendere, semplicemente a spiegare – la nostra indifferenza odierna: “Alcuni fisiologi moderni hanno delle opinioni interessanti sulla vita e sulla morte. Per loro, la rivelazione dell’angoscia è un fenomeno che si situa all’inizio e non alla fine dell’esistenza umana. I popoli, come gli individui, soffrono forse più nel nascere che nel morire”.
Bene dunque ha fatto Alessandro Settimo a intitolare questa raccolta La disfatta, ché di questo si tratta: “Il ‘45 insomma, conclude il curatore, Bernanos lo capisce benissimo, non segnerà una liberazione, bensì la statuizione o promulgazione di una crisi irreversibile. Il 1940 ancòra non è finito”.
Nicola De Cilia, scrittore, critico letterario e docente
Immagine di copertina
Georges Bernanos, nel 1929, dopo aver ricevuto il Prix Fémina per *La Joie*, presso la sua casa editrice, Plon. • ALBERT HARLINGUE / ROGER-VILLET


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