L’amicizia tra donne è un atteggiamento rivoluzionario, di Francesca Gargallo

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Rendiamo un affettuoso e riconoscente omaggio a Francesca Gargallo, riproponendo nella rubrica di Finnegans “Lilith e le altre / Donne e diritti” il suo testo “L’amicizia tra donne è un atteggiamento rivoluzionario”, scritto il 10 marzo 2021 in occasione della Festa internazionale della donna, sperando possa inserirsi efficacemente nel dibattito femminista attuale, quale importante riflessione in merito ad uno dei capisaldi fondamentali dell’universo femminile.

 

 

       Se l’anatomia è un elemento determinante nella rappresentazione del sesso, l’amicizia tra le donne si incarna sui muri della più remota antichità. Dal Paleolitico al Neolitico, in gonne, abiti o pantaloni, con decorazioni, con capelli sciolti o acconciature complesse, con poncho o canottiere, si prendono a braccetto, si inseguono l’una con l’altra, lavorano, riposano, partecipano a rituali, ballano come nelle grotte del Levante iberico, o trascinano mandrie di bovini come nel Nord Africa, trasformano il cibo mentre parlano, producono tessuti, socializzano con ragazze e ragazzi.1 Donne libere, che si prendono cura di sé e si accompagnano, in mezzo a simboli di potere e rappresentazioni della natura dove possono esserci uomini o meno. Questa raffigurazione di donne senza uno sguardo possessivo o giudicante dura fino all’età classica greca e latina, quindi scompare dall’arte di quella regione. Cosa è successo perché la figura femminile si isolasse e acquisisse tratti di ieraticità, fissità, solitudine? Come suggerisce Gerda Lerner, la grande storica tedesca, ne La creazione del patriarcato2, avveniva la subordinazione delle donne e la cooperazione delle donne nel processo della propria subordinazione, cosa che, dico, non poteva avvenire senza che prima si perdessero i loro legami di amicizia.

       Per secoli le donne sono state rappresentate dal potere della Chiesa cattolica, sole o con figli (quasi sempre uomini, come nota Luce Irigaray,3 che fu felice negli anni ’90 di trovare una rappresentazione di Sant’Anna con Maria in braccio), guardandoli con amore, allattandoli, senza fare granché d’altro, a volte circondate da uomini che le venerano, impedite nei loro movimenti. La letteratura, comica o tragica, è piena di traditrici, streghe, nemiche. Solo le poche donne che scrivono rivendicano le virtù delle donne e il fatto che idee, moralità e attività crescono quando sono insieme: Hildegard von Bingen, Hroswitha de Gandersheim, Christine de Pizan… Nella letteratura cortese, dalle donne obbedienti ai mandati di culture patriarcali e di uomini che hanno raggiunto grande fama, al contrario, si può rintracciare il timore che la vicinanza tra donne provoca nella cultura patriarcale. La giovane perseguitata durante un banchetto, trasformata in un fantasma che ogni primo venerdì del mese viene divorata dai cani dell’amante che ha rifiutato, nel Decamerone di Boccaccio, e il disgustoso La bisbetica domata di Shakespeare, così come le streghe nel Macbeth, sono la prova più che attendibile che il fatto di essere una donna libera o tre donne insieme, capaci di dire no a una proposta d’amore o di inventare qualcosa, nel mondo patriarcale è percepito come un pericolo.

 

 

       Tuttavia, le donne che stringevano amicizie e si presentavano al mondo come Le Preziose del Barocco francese, lanciate ad abbellire il linguaggio con cui si esprimevano, e le prime rivoluzionarie francesi, forse educate dagli atteggiamenti di ospitalità tra le donne nei salotti illuministi, e poi i circoli femminili indipendentisti in Messico, Colombia e Argentina, hanno promosso relazioni libere che hanno minato la sicurezza maschile quando venivano ridicolizzate, sciolte o represse. Secondo la giornalista di New York Rebecca Traister, “l’amicizia femminile è stata la base della vita delle donne da quando sono esistite. In altre epoche, quando un matrimonio, a cui si ricorreva spesso per ragioni economiche, aveva meno probabilità che una coppia formale potesse fornire un supporto emotivo o intellettuale, le amiche offrivano una stabilità intima”.4

       Oggi leggo nella mia vita quotidiana, dopo che un’amica si è presa cura di me durante il Covid e le sue conseguenze, e per strada, le azioni di solidarietà che si intrecciano tra le donne e formano relazioni di incontro, cura, attenzione, sostegno, vale a dire pratiche di amicizia. Questo 8 marzo, una scritta è stata ripetuta innumerevoli volte per le strade di Città del Messico: “Libere, vive, insieme”, mentre alcuni gruppi di femministe cantavano: “La polizia non mi protegge, le mie amiche si prendono cura di me”. Ogni giorno di più, le donne sono consapevoli che vogliamo, abbiamo bisogno, ci divertiamo, ci sosteniamo e trasformiamo il mondo grazie alle nostre amiche.

       Ma cos’è l’amicizia che molti scrittori romantici hanno ingigantito tra uomini e mai descritta tra donne? Sono amicizie di tipo diverso, è un sentimento, è un atteggiamento? 

      L’amicizia tra donne è una pratica di tutela che nasce con il gioco e le regole che vengono stabilite per poter giocare liberamente, in un modo concordato tra giocatrici, durante l’infanzia o in qualsiasi momento della nostra vita. Produce complicità e rafforzamento reciproco; il suo potere è rivoluzionario perché il sistema ha cercato di bandirla, o almeno di renderla il più difficile possibile. È che l’amicizia invalida i dispositivi di controllo sociale e il patriarcato vuole il controllo totale dei comportamenti femminili.

 

Screenshot dal film “Brave ragazze” di Michela Andreozzi (Wikipedia)

       Da tre giorni voi discutete di economia dell’assistenza, di ecofemminismo come alternativa alla distruzione ambientale, delle finalità degli studi in tempi di disoccupazione e mancanza di aspettative nel sistema, di trasformazione del contesto e della condizione delle donne con disabilità. Avete riflettuto sull’auto-accudimento, ad esempio durante la gravidanza, e all’accudimento condiviso che rompe con la cultura individualistica del patriarcato. Inoltre, noi tutte sappiamo che le reti di sostegno tra amiche durante i mesi della pandemia, con i relativi sentimenti contrastanti di paura e stanchezza, diffidenza e coraggio, quando la depressione o la rabbia, lo scoraggiamento o la disperazione sono entrati nella nostra psiche indebolita dalla reclusione e dalla mancanza di prospettive (compresa la prospettiva di un abbraccio) sono ciò che ci ha salvato. L’amica che ci ha chiamate al telefono, quella che coraggiosamente è scesa in strada per venire a cercarci alla finestra, quella che ci ha invitate a partecipare a un suo progetto, hanno risollevato il nostro amor proprio come la foglia di una pianta che è appena stata innaffiata.

       Noi donne, ci dice bell hooks ne Il femminismo è per tutti,5 non potremo mai liberarci senza autostima e amor proprio. Al centro della liberazione c’è il corpo, nostro strumento di vita e di relazione che il patriarcato ci ha sequestrato, esponendolo a un giudizio estetico costante e giudicante, che noi donne abbiamo assimilato e ripetuto. Per rompere l’identificazione norma-estetica-bellezza-accettazione, solo la convinzione condivisa tra amiche può portare all’azione. Ad esempio, il 7 settembre del 1968, le 500 donne che si sono radunate ad Atlantic City per protestare contro il concorso di Miss America e hanno deciso di gettare nell’Immondezzaio della libertà gli strumenti di contenzione femminile (trucco, reggiseni, scarpe col tacco alto, cinture, giarrettiere ecc.), hanno dovuto dialogare, sussurrare, incoraggiarsi a vicenda, discutere, stringersi la mano per sfidare il sistema. Non erano 500 amiche, ma quelle 500 ebbero il coraggio di partecipare perché accompagnate da una o più amiche. Le amiche sono quelle che possono unirsi a noi nel mettere in discussione i precetti accettati come dogmi e come regole di organizzazione sociale. È con un’amica, per quelle di noi che hanno avuto un’educazione familiare patriarcale, che abbiamo iniziato a dubitare quando ci hanno detto che eravamo intellettualmente inferiori, fisicamente deboli, bisognose di essere protette da un uomo. Con lei abbiamo scoperto che eravamo capaci di decidere in modo autonomo e di mettere in discussione il diritto degli uomini a esprimere un’opinione, decidere, spiegare, rimproverare, punire le nostre azioni quando non corrispondevano a quanto da loro prestabilito. 

       A partire dal 1968, la messa in discussione dell’estetica sessista ha sconvolto l’intera organizzazione patriarcale che vedeva le donne come persone che dovevano dedicarsi ai gusti e ai desideri degli uomini. C’è un forte legame tra buttare il reggiseno nella spazzatura e studiare quello che si vuole, rifiutare proposte di matrimonio indesiderate, convivere con delle amiche. Per sessant’anni il sistema patriarcale si è difeso scatenando una vera e propria guerra contro le donne, i cui tratti più terribili sono lo stupro e il femminicidio. Noi donne abbiamo resistito ai colpi di cannone dell’industria della moda, di quella dei cosmetici e persino della medicina. La stampa, la televisione e il cinema hanno schiacciato le emozioni femminili sotto gli stereotipi dell’amore romantico, da quella Cenerentola riciclata che è stata Pretty Woman (1990) alle serie televisive che ci propongono come modelli le relazioni eterosessuali in cui prevalgono sottomissioni, gelosie, violenze e rinunce. Film in cui le donne non interagiscono mai tra di loro, non si parlano, non si aiutano l’una con l’altra!

 

Manifestazione delle Margaridas – donne lavoratrici rurali brasiliane – per la sostenibilità ambientale, la giustizia, la libertà e l’autonomia delle donne. Creative Commons – Senado Federal

       Tuttavia, quelle di voi che sono interessate alle proposte ecofemministe che intendono porre fine allo sfruttamento della terra e delle sue risorse; quelle che riflettono sull’economia dell’assistenza, che sostiene con attenzione le relazioni comunitarie e familiari; quelle che si occupano di alimentazione smantellando la produzione industriale di cibo o di salute, e mettendo in discussione l’istituzionalizzazione di tutte le cure, sanno che stanno sfidando il sistema e che hanno bisogno di alleate, di amiche, di compagne.

       In quest’anno di pandemia, abbiamo dovuto necessariamente ripensare alla riproduzione sociale, cioè alla produzione della vita e alla cura del corpo e della psiche, comprese le relazioni familiari, comunitarie e sociali. Penso a quelle donne che non hanno mai abbandonato il loro tradizionale lavoro di mammane e guaritrici nel campo della salute e a come hanno dovuto trovare un altro modo di intendere l’assistenza, l’igiene e l’insieme di premure necessarie. Un lavoro che ha a che fare con la riproduzione sociale, con l’accudimento di una donna incinta a partire dalla sua cultura, dalle sue paure e dalle sue sicurezze, e con l’assistenza all’interno di una comunità, con tutti i suoi legami. Le mammane sanno fare massaggi che aiutano il flusso di ossitocina, che aiutano a mettere il bambino nella posizione giusta per la nascita, che districano il cordone ombelicale dal collo dei bambini; saggiano i modi di parlare a coloro che stanno per nascere in modo che aiutino le loro madri; non infastidiscono mai una donna mentre cerca la posizione corretta per completare la dilatazione, perdere il tappo e spingere per partorire. Da parte loro non ci sono parole aggressive, prese in giro, dimostrazioni di mancanza di importanza. Molte donne ci vanno da sole, la presenza di un marito è qualcosa di eccezionale, sentirsi accudite è una consolazione. Questa è l’amicizia mediata dalla professione.

       Ma torniamo all’amicizia come sentimento libero, senza legami legali o familiari e che talvolta riesce ad attraversare ceti sociali, livelli di istruzione, nazionalità. Una relazione libera non è regolamentata; sebbene risponda a regole proprie, queste non sono istituzionali, quindi la relazione sfugge al controllo del potere. Cosa significa che nelle strade del paese si canti in coro che non è la polizia a difenderci, ma le nostre amiche? Innanzitutto la sfiducia nei confronti delle istituzioni che usano la violenza dello Stato in modo legale; in secondo luogo, poi, la certezza che i suoi abusi sono di ordine patriarcale, vale a dire che la protesta, la denuncia, la richiesta di giustizia per le donne vengono criminalizzate proprio perché vengono dalle donne. Ancora, che le amiche, le persone con cui ci relazioniamo liberamente, sono quelle con cui ricostruiamo il patto sociale, dialoghiamo a proposito delle singole specificità, coordiniamo le misure di protezione contro le aggressioni fisiche (cosa che negli Stati femminicidi diventa un’imperiosa necessità) e le molte offensive legali, educative, economiche.

 

Donna zapatista in lotta contro lo sfruttamento della terra (foto pubblicata su Flickr da Visual Research)

       Che io sia accudita dalle mie amiche implica oggi, in Messico e in un mondo reso ancora più precario dalla pandemia del Covid, con la crescente urgenza di una redistribuzione delle ricchezze e delle responsabilità ambientali, un atteggiamento che smonta i processi non democratici di rifiuto della libertà e dei diritti umani delle donne, come succede sotto i governi e nelle società brutali, dove la palese violazione dell’integrità delle donne e delle persone femminili viene utilizzata come un atto di terrore patriarcale, omofobico, razzista, sostanzialmente antidemocratico. L’amicizia tra donne disarma l’odio e il disprezzo delle società autoritarie nei confronti delle donne che non accettano una divisione sessualmente gerarchicizzata della vita, perché si burla del dover essere. L’essere accudite dalle proprie amiche è un programma di resistenza che difende le donne in vista del potenziamento di una società plurale e non dogmatica.

       Quando mi fermo a pensare a cosa sia l’oppressione, la visualizzo come una dicotomia tra superiori e inferiori, cioè come una gerarchia che pretende di essere indistruttibile e che ignora la dignità umana. Come dice Rita Laura Segato, una divisione tra padroni e posseduti, in un mondo in cui chi non è padrone non esiste.6 Pensiamo a questa dicotomia come a una rigida divisione tra i ruoli di donne cosificate e uomini ​​che lottano per esserne i padroni, con l’esclusione delle persone omosessuali, intersessuali, transgender, non binarie. Donne oppresse in quanto inferiori, secondo uomini ideologizzati che ritengono che, essendo superiori, debbano occuparsi in modo rigido e castrante del lavoro e della lotta a ogni dissidenza contro un ordine costituito da un potere che venerano, sia quello del padre, dello Stato, di una Chiesa, dall’azienda per cui lavorano o di Istituzioni poliziesche e militarizzate, legali o paramilitari. Si tratta di una concezione del dover essere che si è stabilita in virtù di pregiudizi misogini che dirigono la violenza verso la repressione.

 

 

       Insisto: quando le donne stringono un patto reciproco per difendersi mutuamente nelle società capitaliste liberali rette da uomini che le inquadrano in un dover essere imposto, fanno appello alla loro libertà d’essere. E quando si difendono l’una con l’altra evidenziano un’avaria nel funzionamento dello Stato. In più, sottolineano la loro capacità di scegliersi la strada che preferiscono nella costruzione del loro agire nel mondo. Al di qua o al di là della ipotetica sorellanza come patto di genere, l’amicizia fra donne è una pratica di libertà che plasma le nostre idee e aumenta la nostra autostima.

 

Traduzione di Simonetta Padovanese
 

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Note
1. Si veda in proposito il testo e le immagini riportate da María Lillo Bernabeu, L’immagine della donna nell’arte preistorica dell’arco mediterraneo della penisola iberica, Tesi di dottorato, relatore Mauro S. Hernández Pérez, Dipartimento di Preistoria, Storia antica e Filologie greche e latine, Università di Alicante, 2014; e Pablo José Ramírez Moreno, La rappresentazione della figura della donna nell’arte preistorica e l’origine della scrittura nella penisola iberica. Archeologia di genere, in “Giornale Atlantico-Mediterraneo di Preistoria e Archeologia Sociale”, Università di Cadice, n. 21 (2019), pp.70-109. Accesso a marzo 2021 su: https://revistas.uca.es/index.php/rampas/article/view/6474/6644
2. Gerda Lerner, La creazione del patriarcato, Barcellona, ​​​​Editorial Crítica, 1990.
3. Luce Irigaray, Yo, tu, nosotras, Ediciones Cátedra, Madrid, 1992.
4. Rebecca Traister, Perché l’amicizia tra donne può superare l’amore di un marito, “The New York Times”, 4 marzo 2016, recuperato marzo 2021 su: https://www.nytimes.com/es/2016/03/04/espanol/opinion/por-que-la-amistad-entre-women-can -superare-l’amore-di-un-marito.html

5. bell hooks, Il femminismo è per tutti, Trafficanti di sogni, mappa 47, Madrid, 2017.
6. Il tema dei proprietari è stato toccato in diversi convegni e seminari tenuti da Rita Laura Segato. A questo proposito, si veda l’intervista ad “Alfilo”, dell’Università Nazionale di Córdoba, dove sottolinea che “i gentiluomini con potere sono anche i proprietari della vita e della morte”. Accesso a marzo 2021: https://ffyh.unc.edu.ar/alfilo/un-mundo-de-duenos/

 

Link correlati:

Conferenza di chiusura: “L’amicizia tra le donne come atteggiamento rivoluzionario”:

Youtube: https://youtu.be/ipHJ7OwVN9I (canale: Ciudad UG University of Guanajuato)

Facebook: https://www.facebook.com/ciudadUG/videos/conferencia-de-clausura-la-amistad-entre-mujeres-como-actitud-revolucionaria/478663559811474/ (profilo: Ciudad UG)

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Scrittrice, camminante, madre di Helena, partecipe di reti di amiche e di amici, Francesca Gargallo (Francesca Isabella Gargallo di Castel Lentini Celentani, Siracusa, 25 novembre 1956 – Città del Messico, 3 marzo 2022) è stata una femminista autonoma che a partire dall’incontro con altre donne in dialogo ha cercato di promuovere azioni per la buona vita delle donne in diversi luoghi del mondo. Laureata in Filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, professoressa e dottoressa di ricerca in Studi Latinoamericani presso la Universidad Nacional Autónoma de México, si è occupata di storia delle idee femministe per capire quali siano gli elementi propri di ogni cultura nel processo di costruzione del femminismo, inteso come azione politica “fra donne”. Residente in Messico dal 1979, ha adottato lo spagnolo e pubblicato romanzi come Estar en el mundo (1994; traduzione tedesca Schwestern, 1996 e 1998), Marcha seca (1999), Al paso de los días (2013); racconti (Verano con lluvia, 2003); i volumi di saggi Tan derechas y tan humanas. Manual ético de derechos humanos de las mujeres (2000), Ideas feministas latinoamericanas (2004 e 2006), Saharauis: la sonrisa del sol (2006), Garífuna, garínagu, caribe. Historia de una nación libertaria (2012), Feminismos desde Abya Yala. Ideas y proposiciones de las mujeres de 607 pueblos en nuestra América (2014); raccolte poetiche come Se prepara a la lluvia la tarde (2010) e Se posso partecipo (traduzione di V. Manca, introduzione di M. Martínez Pérsico, Aracne, Roma 2020); libri per bambini come Los amigos de la coyota risueña y loca / Tu’kue bene nha bayix nna bekw’ya nholh xhill’lhall (edizione bilingue spagnolo-zapoteco, illustrazioni di Guillermo Scully, 1996). Il giorno prima che Francesca morisse, a Roma è stato presentato il suo libro La strada è di chi la cammina (Kairos, Roma 2022). Innamorata delle arti plastiche, ha scritto soprattutto su artiste latinoamericane, cercando sempre punti di vista non misogini sulla realtà. Quasi tutte le sue opere si possono leggere e scaricare gratuitamente nel blog https://francescagargallo.wordpress.com.

 

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