… Et in Acelum ego…, di Maria Luisa Trevisan

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“Divine armonie”, locandina con Caterina, opera di Tobia Ravà

 

Il titolo riecheggia l’iscrizione che appare sul dipinto I pastori di Arcadia (circa 1640), del pittore francese Nicolas Poussin. La frase può tradursi letteralmente: “Anche in Arcadia io”, dove Et sta per etiam (anche), viene sottinteso: sum (sono presente) o eram (ero). La frase è quindi accostata al nome latino di Asolo (Acelum), toponimo attestato sin dal I secolo d.C. Vi sarebbe nel nome di Asolo una radice indoeuropea *ak, che significa “luogo aguzzo”, in riferimento alla natura collinare del territorio e anche al colle su cui sorge la rocca.

Il motto risulta particolarmente adatto alle numerose personalità che hanno scelto Asolo come dimora di una parte della loro vita o che è stata loro assegnata, come nel caso di Caterina Cornaro che ricevette il titolo di “Signora di Asolo”, ma anche Eleonora Duse e Freya Stark che vi abitarono nell’ultima fase della loro esistenza e scelsero di essere sepolte nel cimitero dell’antico borgo. In omaggio a queste tre illustri signore, che hanno fatto di Asolo un luogo molto ambito, attraente e rinomato anche all’estero, in occasione della sua personale Divine Armonie. Il rinascimento in Tobia Ravà, presso il Museo Civico di Asolo (aperta fino al 9 gennaio), l’artista veneziano ha dedicato ad ognuna dei ritratti con una tecnica molto particolare e consona ai soggetti: catalizzazione su acciaio specchiante.

Caterina Cornaro è stata regina di Cipro, ma anche di Gerusalemme e Armenia, prima di ricevere dalla Repubblica Veneta questo esilio dorato. Con il suo mecenatismo riuscì a imprimere a questo antico borgo quella eleganza e fascino che ha tutt’ora, facendo di Asolo una “Novella Atene” in grado di attirare poeti quali Pietro Bembo e artisti come Giorgione, Lorenzo Lotto, Cima da Conegliano. A lei Tobia ha dedicato due ritratti ideali, recuperando un genere che ebbe una notevole fioritura, dopo l’età antica, proprio a partire dal rinascimento.

Molti sono stati i ritratti dedicati a Caterina e tra questi Tobia si è ispirato a quello realizzato postumo da Tiziano (1542, Firenze, Uffizi) in cui appare in tutta la sua regalità anche se alla morte del marito (sposato per procura) fu costretta ad abdicare (Cipro, 26 febbraio 1489) e, arrivata a Venezia, a consegnare formalmente la corona alla Serenissima in San Marco, dove fu nominata Domina Aceli (Signora di Asolo), conservando tuttavia anche negli atti ufficiali il titolo e il rango di regina. Si dimostrò una donna colta, forte e tenace, doti che in qualche modo trasmise alla sua illustre parente/nipote Elena Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo, che incarna la capacità di far parte di un mondo, quello accademico e intellettuale, per secoli esclusivamente maschile. Caterina fece di Asolo una corte raffinata frequentata da artisti, eruditi e letterati di primo livello e fece costruire opere come il Barco Cornaro, nome che volle dare a questo edificio proprio Pietro Bembo che vi ambientò Gli Asolani.

Tobia Ravà, Caterina, 2021. Catalizzazione UV su alluminio specchiante, cm 60 x 45

Nel primo ritratto Tobia sovrappone Caterina ad un vicolo medievale di Treviso, che richiama molto il portico di via Browning di Asolo, mentre nel secondo inserisce come sfondo uno scorcio della città di Safed, situata in Galilea a nord d’Israele, una delle quattro città sante con Gerusalemme, Hebron e Tiberiade, nota per aver ospitato numerosi eruditi trasferitisi in seguito all’espulsione dalla Spagna nel 1492, immediatamente dopo la Reconquista, e per essere uno dei principali centri di elaborazione intellettuale della Kabbalah (“ricezione”, ciò che abbiamo ricevuto come tradizione e in senso energetico), con personalità quali Moshé ben Yaakov Cordovero o Isaac Luria, come pure della Halakha (“normativa”, include tradizioni ed usanze). 

Tobia Ravà nella stanza di Caterina Cornaro mentre spiega la sua opera ai visitatori

Vi abitò anche Yossef Karo (rabbino filosofo talmudista), sepolto poco distante da Luria alla cui cosmogonia Tobia si rifà nelle tre fasi dello Tzim Tzum, Shevirà e Tikkun. Il primo momento è quando Dio si rapprende esternamente per creare un vuoto e fare spazio alla creazione che va quindi a riempire (fase che potrebbe essere paragonata al Big Bang), il secondo è la rottura dei vasi della conoscenza con le scintille che si disperdono in tutto il creato, il terzo è l’era messianica, il mondo a venire in cui non ci saranno più guerre, il lupo pascolerà con l’agnello e si potrà mettere la mano nella tana dell’aspide rimanendovi incolumi. All’uomo spetta trovare il suo ruolo in questo mondo e sollevare le Kellipot, scorze, gusci, involucri, cocci dei vasi della conoscenza, che sono stati rotti da un’energia sovrumana e che nascondono le scintille della conoscenza sparse nell’universo, e ritrovarsi alla fine per affinità elettive.

Dopo aver sperimentato molti percorsi creativi inerenti al rapporto arte e scienza, dal 1998 Tobia ha avviato una ricerca legata alle correnti mistiche dell’ebraismo: dalla Kabbalah al chassidismo, proponendo un nuovo approccio simbolico, attraverso le infinite possibilità combinatorie dei numeri. Questo “studio matto e disperatissimo” per citare Leopardi (e non a caso) lo ha portato a conoscere insigni cabalisti come ad esempio Avraham Abulafia e Menahém Recanati. Questi, in particolare, ha dato un grande contributo al pensiero rinascimentale (e non solo) di Pico della Mirandola e di Marsilio Ficino, soprattutto in ambito neoplatonico, stimolando la discussione, il dibattito, l’interpretazione e nuovi punti di vista in artisti come Botticelli e Michelangelo alla corte di Lorenzo il Magnifico1. La Kabbalah, la filosofia naturale, il neoplatonismo sincretico, l’alchimia e l’esoterismo non sono solo nei pittori toscani, ma anche in diversi artisti veneti. Tra questi ricordo Giorgione, di cui si è anche parlato di un’origine ebraica, non solo in rapporto alle sue criptiche ed enigmatiche opere, e di connessioni molto strette con questo tipo di pensiero presente nei circoli culturali veneziani2, e Cima da Conegliano, di cui abbiamo potuto vedere, in occasione della mostra Symballein organizzata nel 2002 a Conegliano nella casa dell’artista, il quadrato magico autografo ritrovato sul muro del I piano, in seguito al restauro dello storico edificio, insieme ad altre scritte e figure simboliche, come il disco solare e il cuore3. Elementi che ritroviamo anche in alcune opere di Tobia che si avvale di spirali, cerchi, cuori, date, nomi, palindromi, quadrati magici, frasi apotropaiche, parole appartenenti alla mistica e all’albero sefirotico con lo scopo di elevare l’essere umano e attraverso di esso l’umanità intera.

La logica letterale e matematica, che sottende le sue opere, è intesa come codice genetico e raccoglie elementi, sia filosofici sia linguistici, che formano un magma pittorico costituito da lettere e numeri, che si cristallizzano sulla superficie dei suoi paesaggi. Se gli artisti rinascimentali ricercavano la bellezza ideale nelle geometrie, attraverso rapporti numerici per raggiungere equilibrio ed armonia, misura ed ordine, egli sviluppa un percorso simbolico a rebus, costruito su piani di lettura diversi, attraverso la ghematrià, criterio di permutazione delle lettere in numeri, in uso fin dall’antichità nell’alfabeto ebraico, per cui ad ogni lettera corrisponde un numero, così ogni successione alfabetica può considerarsi una somma aritmetica. L’artista ricrea i luoghi del reale servendosi di un linguaggio codificato, riferito ai numeri relativi alla traslitterazione ghematrica delle 22 lettere che compongono l’alfabeto ebraico che hanno appunto un significato etico, spirituale e numerologico, metafora di una disgregazione consumatasi attraverso le scintille di un Big Bang ancestrale.

Tobia Ravà, Eleonora, 2021. Catalizzazione UV su alluminio specchiante, cm 60 x 45

Per questa mostra Tobia ha reso omaggio ad altre due donne illustri di Asolo, con le quali ha dei legami e ha stabilito delle nuove connessioni, recuperando un genere tradizionale quale il ritratto non molto praticato in ambiente ebraico per via della proibizione a fare immagini umane e neppure tanto dall’artista, se non in una risicata serie dedicata alle donne, in particolare allo stato psicologico di certi momenti femminili.
Eleonora Duse scelse di abitare un palazzo da cui era possibile ammirare il Monte Grappa. Per lei, detta “la divina”, per il suo ruolo centrale nel teatro tra Otto e Novecento, Tobia ha concepito un ritratto che mette in evidenza il suo essere attrice, diva, aperta, affascinante, espansiva, intensa, sovrapponendo al suo volto un vortice e in un’altra versione un grande orecchio in ascolto, come allusione non solo al palcoscenico, ma anche fuori dalle scene, poichè intorno a lei si muoveva un mondo intellettuale ed artistico che lasciò tracce non solo nel del teatro.

Tobia Ravà, La voce ascolta, 2009. Sublimazione su raso acrilico, cm 100 x 100

In museo, nella stanza della Duse, che sta per essere riallestita con nuovi dispositivi multimediali ed interattivi, sono presenti i suoi oggetti personali, vestiti, bauli, mobili, ricordi, lettere, fotografie, disegni e diverse scenografie dell’artista russa Natal’ja Gončarova per La donna del Mare di Ibsen, con scritte autografe della Duse che dimostrano la sua dedizione al lavoro. Si occupava infatti di ogni aspetto, a partire dalla scelta dell’opera da mettere in scena, nonché i contatti con i protagonisti della cultura dell’epoca come l’illustratrice e scenografa russa che fece parte con Michail Larionov del movimento raggista.

Stanza di Eleonora Duse con opera di Tobia Ravà Eleonora 

Il ritratto che ne fa Tobia sottolinea anche la capacità dell’attrice di mettersi lei stessa in ascolto, ponendo il “sentire” come momento contemplativo privilegiato, per poter accogliere dimensioni altre che sfuggono ad un occhio distratto. La Duse appare nella posa meditativa del filosofo-pensatore. Decise di stabilirsi ad Asolo nell’ultima fase della sua vita e qui veniva in visita anche il “poeta vate” che la definì “tragica sapiente”. Al Vittoriale teneva un busto della Duse con il volto coperto da un velo, poiché non osava guardarla dritta negli occhi, per via dei suoi tradimenti. Tra le varie amanti ebbe anche una parente di Tobia, la contessa Olga Levi Brunner che nella corrispondenza d’Annunzio chiama “La Venturina”. Olga appassionata di musica istituì per testamento la Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia. Durante il volo su Vienna, sorvolando Venezia, pare che il poeta abbia detto: “come vorrei essere nella vasca della Venturina”. In effetti la vasca di Olga Levi, che si può ancora ammirare nel palazzo veneziano sul Canal Grande, è una comoda ed elegante vasca in stile neoclassico in marmo bianco.

Per Freya Stark emancipata scrittrice, esploratrice e cartografa, tra le prime a viaggiare da sola in Medio Oriente, in luoghi dove pochi – sia uomini che donne – erano stati e che purtroppo sono tornate ad essere zone “calde” di difficile accesso, Tobia sovrappone un’architettura mediterranea alla foto di quando era in Egitto, che la ritrae misteriosa in costume arabo con il chefiah, in cui risaltano gli occhi arguti e curiosi. Si tratta del portico del cortile del Palazzo dei Gran Maestri dei cavalieri di Rodi del XIV secolo. Distrutto da un’esplosione nel 1856 venne ricostruito da maestranze italiane tra il 1937 e 1940, poco prima che lasciassero l’isola.

Tobia Ravà, Freya, 2021. Catalizzazione UV su alluminio specchiante, cm 60 x 45

Il castello si affaccia su quei paesi visitati da Freya, viaggiatrice in Libano, Siria, Iraq, Iran, Arabia Meridionale, Afghanistan, instancabile fino alla fine della sua vita lunga un secolo: a 84 ridiscese l’Eufrate su una zattera e a 88 anni scalò l’Himalaya sul dorso di un pony, mentre a 90 percorse il deserto ad Aleppo. Per questa sua instancabile attività ricevette il titolo di Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico, fu amica della regina madre che arrivava ad Asolo con il suo seguito tra una folla di ammiratori. Abitava in una villa denominata Villa Freya, all’interno della quale sono stati ritrovati resti di architetture romane, tra cui un teatro. Fu sepolta come la Duse nel cimitero di Asolo.

Tobia Ravà nella stanza di Freya Stark mentre spiega la sua opera

Anche il compositore Gianfrancesco Malipiero, che dedicò alla città i Poemi asolani (1916) volle essere sepolto ad Asolo, ma in una grotta nella valletta non lontano dalla sua casa. Egli rappresenta la triade maschile degli illustri asolani insieme all’umanista Pietro Bembo, con il dialogo teorico degli Asolani, composto tra il 1497 e il 1502 e pubblicato nel 1505 con i tipi del Manuzio, e al poeta Robert Browning con Asolando, la sua ultima raccolta di liriche (1889). Il museo di Asolo ha dedicato a tutti questi personaggi uno spazio che si va arricchendo continuamente, come nel caso dei tre ritratti femminili di Tobia che rimarranno nelle tre stanze dedicate a Caterina, Eleonora e Freya.

Queste tre donne hanno fatto di Asolo un centro d’attrazione per un turismo internazionale colto e raffinato: il mecenatismo della Cornaro, il teatro della Duse, i viaggi della Stark e la loro descrizione – tanto da essere considerata caposcuola del moderno travel writing4hanno contribuito a modellare l’opinione pubblica, entrando a far parte del lento processo di emancipazione femminile.
Questo trittico di ritratti si aggiunge alla piccola serie dei volti femminili, avviati dall’artista con l’intento di mostrare stati d’animo ed umori delle donne in particolari fasi della vita, con la differenza che queste sono indubbiamente donne di potere, qui presentate come delle “influencer” ante litteram, in grado di incidere sul pensiero ed il sentire comune, motori del cambiamento culturale, economico e sociale di cui si ha estremo bisogno all’epoca del ritorno dei talebani.

Tobia Ravà, Anima celeste, 2018. Resine e tempere acriliche su tavola, cm 40 x 30
Tobia Ravà, Volto in rosso, 2017. Resine e tempere acriliche su tavola, cm 40 x 30

I tre ritratti delle illustri asolane, come altre opere dell’artista sia a tema naturalistico che architettonico o geometrico, astratto e spiraliforme, sono specchianti: in tal modo il fruitore che si pone davanti entra a far parte dell’opera, un espediente moderno, essendo su supporto di acciaio, per aprire l’opera ad un’altra dimensione, alla stregua dei pittori rinascimentali che, non paghi della prospettiva che permetteva di percepire la tridimensionalità anche in presenza di un’opera bidimensionale quale il dipinto, inserivano elementi riflettenti (oltre a specchi, anche armature metalliche, corsi d’acqua, vasi di vetro) per creare una quarta dimensione. Antesignane di questa “realtà aumentata”, sono le opere dei fiamminghi come i Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck (1434, Londra, National Gallery), dove lo specchio convesso mostra i due testimoni dell’unione (tra cui l’autoritratto del pittore che sta immortalando il matrimonio nella camera da letto con baldacchino), ma anche degli italiani quali quelle di Piero della Francesca, dove nel Battesimo di Cristo (1440-1460?, Londra, National Gallery) sfrutta il riflesso dell’acqua per mostrare “il sotto in sù”, un’altra angolatura con le colline, il cielo con nubi e le vesti degli astanti, e così nella Pala Brera (1469-1474, Milano Pinacoteca di Brera) dove il braccio dell’armatura di Federico da Montefeltro riflette la finestra di fronte. Escamotage che divenne frequente nel Seicento con Caravaggio, di cui si ricorda il Ragazzo morso dal ramarro (Roma 1593/4, Londra, National Gallery), dove anche qui la boccia di vetro piena d’acqua, in cui stanno immersi i fiori riflette ciò che ha di fronte e così anche nella sua Maddalena penitente Roma, 1593, Roma, Galleria Doria Pamphili) ed in altre opere del Merisi. Espediente mirabilmente ben sfruttato anche da Velasquez in Las Meninas (completato nel 1656, Madrid, Museo del Prado) dove lo specchio riflette i coniugi reali e pone il problema di quale effettivamente sia il soggetto, lasciando il fruitore in continua oscillazione tra l’interno e l’esterno dell’immagine e la sua superficie.

L’opera rinascimentale con cui potrebbe essere per varie ragioni accostato il lavoro di Tobia è il Ritratto di Fra’ Luca Pacioli attribuito a Jacopo De Barbari o ad Alvise Vivarini (1495 ca, Napoli, Museo di Capodimonte) ripreso con un suo allievo e un rombicuboettaedro (18 quadrati) di vetro contenente acqua: un rimando alla geometria archimedea, che affrontò nel suo trattato sulla sezione aurea, e simbolo della limpidezza della matematica, tanto che nella trasparenza si riflette la finestra davanti.5
Non è solo per il solido riflettente che lo si può legare all’opera di Tobia, ma soprattutto per il senso di “armonia mundi”, per la “divina proporzione”, i rapporti armonici, la sezione aurea, la prospettiva e la matematica visibile e profonda, che sottende i suoi lavori. D’altra parte il calcolo, i numeri, la matematica si può dire facciano parte del suo dna e della sua formazione. In famiglia, sia quella materna che paterna sono ingegneri il padre, lo zio, entrambi i nonni6, il fratello. Nella famiglia degli Hecth da parte materna erano invece per lo più medici e scienziati; una zia fu in età giovanile la migliore amica di Einstein, quando abitava ad Ulma.

Tobia si è diplomato al liceo scientifico, ha poi fatto calcoli balistici come ufficiale di complemento in artiglieria e due anni di economia aziendale. Ad un certo punto gli è capitato anche di fare ben due scoperte matematiche: la prima sulla sequenza di Fibonacci, in particolare ha individuato una sottosequenza con la ripetizione dei 24 numeri, riscontrata con la riduzione teosofica dei numeri della sequenza, la seconda sui numeri primi. Le due “Congetture di Ravà” sono poi diventate teorema, essendo state provate e risultate vere da Federico Giudiceandrea, che ha fatto la prova matematica di entrambe le congetture. Della seconda scrive che è “un corollario di un teorema già noto: il teorema sulla divisibilità di un numero per 9 o più genericamente per la cifra predecessore della base numerica in cui il numero è espresso”. Al di là della complessità del discorso, si rimane colpiti dalle texture alfa-numeriche che ricoprono paesaggi, animali e architetture. Ogni opera, grazie a questo reticolato di numeri e lettere ebraiche può essere letta in rapporto alla ghematrià (“gimatreya”), dal momento che le cifre sono alfa-numeriche, e alla kabbalah, che l’artista studia meticolosamente prima della stesura sulla superficie dell’opera. Per questo potrebbe essere definito un concettualista estetico in quanto vi è elucubrazione ma anche sollecitazione dei sensi e – come afferma l’artista – non è necessario decriptare ogni parola, si può godere semplicemente dell’immagine e dei colori, l’importante è che l’opera crei empatia, attrazione e coinvolgimento. E direi che in questo ci riesce molto bene. Analizzare o semplicemente contemplare le sue opere è intraprendere un viaggio interiore, di sogni e utopie. L’artista con le sue opere cerca di recuperare i valori legati alla bellezza e al rispetto dell’ambiente, ma anche alla storia e a tutto ciò che l’uomo ha prodotto come risultato di conoscenze e saperi. Egli continua a lavorare incessantemente sui legami tra numeri e parole, tra valori numerici presenti nella sequenza del matematico pisano ed i concetti base della Kabbalah per dare alla storia, alla società e al mondo intero qualcosa che rimarrà per sempre. Nel suo atelier elabora tutto ciò: crea le sue opere, connettendosi con il presente attraverso la sorgente interiore, inventa teorie ed effettua sempre nuove scoperte, generando nuove estensioni concettuali che vanno oltre la realtà di partenza per intraprendere nuove strade comunicative e percorsi immaginari. 

Immagine di copertina
Tobia Ravà, Jerusalem, la voce della storia, 2016, Sublimazione su raso acrilico, cm 90 x 130

Note
1. Giovanni Carlo Sonnino sostiene che Menahém Recanati abbia influenzato anche Leopardi che studiò l’ebraico pure leggendo i testi di questo cabalista marchigiano, da cui trasse spunti ed idee per le sue liriche (cfr. G. C. Sonnino, Il libro dei precetti, Menahem Recanati, Affinità Elettive Edizioni, 2018). Si veda a proposito di Michelangelo e della conoscenza della Kabbalah negli artisti italiani rinascimentali ad esempio quanto scrive Roy Doliner in I segreti della Sistina. Il pensiero proibito di Michelangelo (Rizzoli 2010) e in Il disegno segreto. I messaggi della Kabbalah nascosti nei capolavori dell’arte italiana (Rizzoli 2013). Entrambi gli studiosi hanno tenuto conferenze a PaRDeS – Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea di Mirano (VE).
2.  Sostenitori di un’origine ebraica di Giorgione sono tra gli altri Maurizio Calvesi, Enrico Guidoni e Ugo Soragni. Questi riprese la tesi nella mostra su Giorgione a Padova del 2011, che mise in luce lo stretto legame con Giulio Campagnola, pittore e incisore legato in un primo tempo al linearismo di Mantegna e Dürer e poi al fare di Giorgione e Tiziano, e tra l’altro padre adottivo del celebre pittore Domenico Campagnola (oltre al catalogo della mostra, si veda Martina Corgnati, L’ebreo Giorgione in “Pagine ebraiche”, 1 gennaio 2011, pp.32-33).
3. Durante il restauro del 1977 sono stati scoperti alcuni disegni e scritte autografe del Cima; fra le più curiose e misteriose: “1492/ADI 9 OTUBRIO” (3 giorni prima della scoperta dell’America) e il quadrato magico SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS, frase palindroma, che rimane identica indipendentemente da come si legge. Il quadrato magico era usato graffito nei sassi e indossato come amuleto, inciso nel pane e mangiato, o su altre superfici in vario modo con fine apotropaico, per allontanare influssi negativi.
4. Innumerevoli sono i suoi scritti, scaturiti dall’esigenza non solo di fissare i piaceri del viaggio, le sue emozioni, i momenti unici, improbabili e irripetibili con descrizioni di incontri incredibilmente umani, cortesi e sinceri, ma anche per trasmettere con un senso di gratitudine la sua esperienza di mondi ai più ancora ignoti, poichè bontà e amore “fioriscono in ogni clima, su qualsiasi terreno”. (Freya Stark, The Valleys of the Assassins, London, 1934. Le valli degli assassini nella traduzione italiana è corredato da un contributo di Alberto Moravia, Longanesi 1983 e poi Guanda 2003).
5. Frà Luca Pacioli (Sansepolcro, 1447 – 1517), francescano, fine matematico ed economista, autore della Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita e della Divina Proportione. Egli è riconosciuto come il fondatore della ragioneria, ha insegnato a Firenze, Venezia, Pisa, Bologna e Roma, dal 1497 è a Milano dove collabora con Leonardo e lo influenza tra scacchi e matematica. Nel 1499 abbandona Milano insieme a Leonardo; si reca prima a Mantova e poi a Venezia. Per Isabella d’Este scrisse il trattato sugli scacchi (De Ludo scachorum). Più giovane di 25 anni, definì Piero il monarca della pittura.
6. Il nonno paterno Gino Vittorio Ravà aveva un’impresa edile chiamata Alce, con cui fece numerose costruzioni tra cui tutti i ponti sul Piave, il raddoppio del ponte della Libertà e il ponte degli Scalzi. Ricevette la medaglia d’argento al valor militare per essere stato il primo ad entrare con la bandiera italiana a Cortina durante la I Guerra Mondiale e una d’oro al valor civile nel 1922 a Conegliano per aver sventato una pericolosa alluvione deviando il Piave con le casse di colmata. Si ricordano anche il restauro della Fenice, dei Cà Merlenghi e del Campanile di San Marco. Realizzò la zona B di Marghera. In età giovanile aveva collaborato con l’impresa Almagià per la realizzazione del porto di Tripoli. Ha inventato i martinetti idraulici che non ha potuto brevettare a causa delle leggi razziali, ma che hanno permesso di salvare le sinopie del Giorgione del Fondaco dei Tedeschi, e utilizzati per la prima volta nel palazzo di famiglia di fronte al Canal Grande chiamato casa Bolani Erizzo (dove sono stati murati e stanno tutt’ora come da una recente testimonianza di un muratore che lavorò per la sua impresa). In questo storico palazzo vi abitò Pietro L’Aretino che scrisse “vivo in un’autentica topaia” e poi durante la II Guerra Mondiale venne affittato a Filippo Tommaso Marinetti che qui fondò l’Associazione 5662, in riferimento al numero civico. Dopo la guerra la casa venne riconsegnata dalla vedova di Marinetti perfettamente in ordine e tinteggiata.
Ci sono poi diversi eroi sia da una parte che dall’altra, a cui Tobia ha reso omaggio in particolare a quelli che hanno combattuto durante il risorgimento, come Eugenio Ravà che fu uno dei Mille di Garibaldi.
In riferimento al Medio Oriente nella famiglia di Tobia vi è lo zio Marco Levi che salvò lo Scià di Persia Reza Khan da un attentato e per questo ricevette una medaglia (poi donata come oro alla patria) e un diploma/lettera di ringraziamento firmata dallo Scià di Persia.

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Maria Luisa Trevisan è docente di storia dell’arte. Dal 1995 realizza progetti culturali nell’ambito dell’arte, della musica e dello spettacolo, cura mostre d’arte in collaborazione con enti pubblici, istituzioni culturali e gallerie d’arte. Dal 1998 ha avviato un progetto culturale dal titolo “Operazione Land Art, Arte e Ambiente” con esposizioni d’arte dislocate anche in luoghi diversi dalle gallerie, quali piazze, parchi, ville, giardini storici, isole, a cui sono invitati artisti italiani e stranieri, affinché vi sia uno scambio tra generazioni e culture diverse. Durante le mostre sono organizzati degli eventi legati al tema espositivo, caratterizzati da uno stretto rapporto con l’ambiente, la storia del territorio e le sue risorse culturali. Nel 1999 ha fondato l’Associazione Culturale Concerto d’Arte Contemporanea di cui è stata presidente con il proposito di riqualificare la società attraverso l’arte in un rapporto armonico con l’ambiente.
Con questo fine ha aperto (2004) con Tobia Ravà lo spazio PaRDeS-Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea a Mirano, dove realizza mostre d’arte contemporanea a tema quali l’ecologia e sostenibilità ambientale (Alma Planta. Botanica metafisicaArte di Sottobosco. Micologiche & saprofitiAdamà. Cantica per la terraNatura Violata), su cambiamenti epocali, rapporto uomo-macchina e pandemie: Umano & disumanoRiflessioni e trasparenze, la letteratura (Paesaggi letterari), la psicologia (Percorsi interiori, Riflessioni e trasparenze), la filosofia (Anima Animale, Roseto dialettico. Fenomenologia di un fiore), la scienza (Astralia. Tra astronomia e astrologia), la matematica (Enigma Emozionante. Artisti a rigor di logica), la metafisica, simbologia e la mistica (SymballeinElevazioni & Permutazioni), la musica (L’anima del suono), gli aspetti interculturali ed intergenerazionali (Relativity. Relative and Relations; Progetto Arca. Una scelta per un mondo futuro; Scialuppe; Enèrgheia. Cariche e flussi artistici di energie alternative; AlimentArte; Arte cibo per la mente, Squarci nelle Tenebre; Esodi) ed il femminile (Lilith. L’aspetto femminile della creazione, Ritratti di Donne). Scrive articoli e monografie per riviste e cataloghi.

Ha curato innumerevoli mostre personali di Tobia Ravà tra cui Divine Armonie. Il rinascimento in Tobia Ravà insieme a Patrizia Lazzarin. La mostra è aperta fino al 9 gennaio presso il Museo Civico di Asolo il sabato, la domenica e i festivi dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18. Sono previste le due ultime visite guidate alla mostra condotta dalla curatrice e dall’artista sabato 8 gennaio alle ore 16 e domenica 9 gennaio alle ore 11. 

L’esposizione è organizzata da PaRDeS – Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea di Mirano e dall’Associazione culturale Fabula Viva. In mostra è presente il catalogo con un intervento dell’amministrazione comunale, di Orietta Dissegna del Museo Civico e Archivio Storico di Asolo, testi critici delle curatrici, dell’artista, di Vittorio Robiati Bendhaud e di Paola Bergamo del Centro Studi MB2.

Museo Civico di Asolo, Via Regina Cornaro, 74, 31011 Asolo TV, tel. 0423 95231e 3347 5735246 (anche WhatsApp) info@museoasolo.it http://www.museoasolo.it/

Ingresso con Green Pass e mascherina FFP2

PaRDeS – Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporaneavia Miranese 42, 30035 Mirano (VE) tel./fax  041/5728366 cell. 349 1240891; e-mail: artepardes@gmail.comwww.artepardes.org

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Immagine della biografia di Maria Luisa Trevisan
Tobia
Ravà, Equazioni per Luisa, 2017. Resine e tempere acriliche su tela, cm 50 x 40

 

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