«Afghanistan, anno zero. L’abissale notte dei diritti». Conversazione con Livia Maurizi dell’Associazione NOVE Onlus, di Diego Lorenzi

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Scene dall’Afghanistan, ph Steve Evans (Wikimedia Commons)

 

Ho conosciuto Livia lo scorso dicembre in occasione della manifestazione “Afghanistan anno zero, diritto allo studio, diritto alla vita. Un progetto per rinascere”, promosso dall’Associazione culturale Finnegans, – che poi si è interrotto per cause non dipendenti dalla nostra volontà – ma che è servito se non altro a conoscere un’interessante realtà come quella rappresentata dall’Associazione NOVE Onlus (Nove è il simbolo dell’amore universale, che si traduce in responsabilità sociale e desiderio di fare il bene dell’umanità), un’organizzazione fondata nel 2012 da tre donne attive nel campo della cooperazione internazionale, che si è via via sviluppata fino a creare una vera e propria struttura che promuove progetti importanti a livello sociale e umanitario rivolti soprattutto alle donne, ai bambini e alle persone disabili.

 

 

All’interno dell’organizzazione Livia è la responsabile dei progetti, che riguardano paesi come l’l’Italia, la Grecia, la Siria e l’Afghanistan. Ed è a proposito del progetto in corso, dedicato a quest’ultimo paese e denominato Dignity – il diritto di esistere, che chiediamo a Livia di raccontarci brevemente in cosa consiste, soffermandosi in particolar modo sugli aspetti che riguardano la condizione della donna nel nuovo regime teocratico dei Talebani.

 

Tutti gli esseri umani hanno il diritto ad esistere, a poter godere a pieno dei diritti primari, primo tra tutti il diritto alla vita. Dignity fornisce un supporto salva-vita a donne afghane in estrema povertà, donne sole o vedove che con l’arrivo del nuovo Emirato non hanno più nessuna possibilità di poter guadagnare uno stipendio per poter sfamare i propri figli. Le donne ricevono un supporto economico mensile abbinato ad un corso di formazione che fornisce delle abilità da mettere in pratica per poter guadagnare e quindi dar da mangiare ai propri figli.

Il progetto Dignity ha anche scongiurato pratiche ormai comuni, in un paese dove il 97% della popolazione si stima essere sotto la soglia di povertà, come la vendita delle bambine: i genitori, spesso donne sole, danno in sposa o vendono le loro figlie per poter sfamare il resto della famiglia. Dignity ha aiutato molte donne disperate come Fatima (nome di fantasia). Fatima è il sinonimo di resistenza, ha vissuto una vita di soprusi perpetrati da parte del marito tossicodipendente che ha ucciso il padre e il fratello e ferito gravemente la madre. Ho incontrato Fatima a Kabul quando è stata costretta a scappare e nascondersi dal marito che con l’avvento dei Talebani è uscito di prigione (l’Emirato ha concesso l’assoluzione a tutti i prigionieri). Grazie al progetto, Fatima è sopravvissuta circa 5 mesi a Kabul e NOVE è riuscita a farla evacuare in Pakistan dove attualmente si trova con i suoi figli, al sicuro.

 

Il 15 agosto dello scorso anno le potenze occidentali, dopo vent’anni di “occupazione”, attuata per favorire “l’esportazione della democrazia”, hanno abbandonato l’Afghanistan al proprio destino, consegnandolo di fatto in mano agli studenti coranici – un tradimento da parte della comunità internazionale che grida vendetta.
Dopo l’insediamento dell’Emirato Islamico c’era stato un tentativo da parte di alcuni esponenti meno radicali di assegnare alcuni ruoli, anche se secondari, ad alcune esponenti del mondo femminile. A tutt’oggi non c’è comunque la conferma che quelle proposte siano state realizzate, anzi, sembra che la repressione nei confronti delle donne stia girando a pieno regime, come abbiamo visto recentemente quando alcune attiviste sono scese in piazza per protestare contro la negazione dei loro diritti. Ci puoi raccontare come stanno le cose?

 

Le donne e le bambine sono le maggiori vittime di questa catastrofe umanitaria. Gli editti dell’Emirato Islamico vietano alle donne di uscire, se non per le strette necessità e in compagnia di un mahram (ossia un accompagnatore maschile di solito appartenente alla famiglia – padre, fratello, figlio, ecc.); impongono alle donne l’utilizzo dell’hijab, inclusa la copertura del volto ad eccezione degli occhi; vietano alle bambine sopra gli 11 anni l’istruzione secondaria; non permettono alle donne di poter svolgere la maggior parte delle professioni, ad esclusione di quelle nel campo educativo e sanitario. E questo non va bene alle donne, soprattutto alle più giovani, che negli ultimi 20 anni sono potute andare a scuola, scegliere la loro professione e acquisire gli strumenti per pretendere il rispetto dei loro diritti. C’è molta pressione sull’Emirato Islamico da parte della comunità internazionale circa la concessione dei diritti primari sia alle donne, sia alle ragazze più giovani. La legittimazione delle autorità de facto dipenderà principalmente da quanto e in che maniera i Talebani concederanno alle donne di riappropriarsi dei loro diritti.

 

Bambini afghani (Robadadonne.it – Creative Commons)

 

In questi giorni leggiamo alcune notizie – poche in realtà – che raccontano di un paese alla fame, colpito e dalle sanzioni dei paesi occidentali e dal regime talebano che non riesce a proporre nessun piano concreto per aiutare la popolazione sotto il punto di vista alimentare e sanitario.
Alcuni dati, offerti da Emergency, parlano di 23 milioni di afghani che soffrono di una gravissima carenza alimentare. Si tratta di un’emergenza drammatica che riguarda soprattutto i bambini e le donne.
Quali soluzioni sarebbero necessarie, secondo te, per uscire dal baratro della povertà? Togliere le sanzioni – che peraltro vengono imposte per tentare di convincere il regime ad allentare la morsa della repressione – potrebbe essere una possibilità, avviando contemporaneamente un dialogo con alcune personalità cosiddette “moderate” dell’Emirato Islamico afghano?

 

L’Afghanistan è attualmente la peggior catastrofe umanitaria mai registrata, le persone muoiono letteralmente di fame – sono stata a Kabul lo scorso maggio e non era insolito vedere decine e decine di donne in burka, con in braccio i propri figli, davanti le panetterie ad aspettare pezzi di pane vecchio.

Considerando che circa il 75% del budget dell’Afghanistan era garantito dai fondi della comunità internazionale, si può comprendere come questo, insieme alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti – come il congelamento delle riserve della Banca Centrale Afghana – abbia tolto al paese le risorse per poter garantire alla sua popolazione tutti i servizi essenziali.

Parallelamente, il collasso del sistema bancario è un insormontabile ostacolo che rallenta l’accesso dei capitali all’interno del paese, anche per le organizzazioni come NOVE che nonostante la complessità della situazione non hanno mai smesso di operare.

L’Emirato ha una struttura frammentata al suo interno. Sono vari i gruppi di potere, ma non sono allineati nella visione dei diritti femminili, ciò provoca uno stallo nel raggiungere un accordo sul tema, che possa favorire un’apertura della comunità internazionale all’allentamento delle sanzioni.

L’eventuale scongelamento delle riserve della Banca Centrale Afghana e la ripresa del sistema bancario tradizionale, anche in minima parte, fornirebbe all’Afghanistan una opportunità per una ripresa.

Ma la domanda sorge spontanea, saranno in grado le autorità de facto – la cui maggioranza non sa né leggere né scrivere – capaci di amministrare questi capitali e prendere delle decisioni efficaci a favore di una popolazione allo stremo?

 

Hai citato poco fa la tua organizzazione, NOVE, che opera in Afghanistan da parecchi anni promuovendo importanti progetti di aiuto e assistenza soprattutto verso le donne e i bambini.
Io, dall’Italia (e da Treviso: un giardino fiorito rispetto alla desolazione afghana), non riesco ad immaginare le gigantesche difficoltà in cui siete costrette ad operare, principalmente perché la nostra “informazione”, così solerte nei primi giorni della ritirata “occidentale”, si è via via disinteressata al dramma della popolazione afghana.
Ci puoi raccontare in cosa consiste, concretamente, il vostro impegno umanitario e le modalità con cui riuscite a stabilire un rapporto di fiducia, di relazione e di solidarietà attiva con le persone che incontrate?

 

Lavoriamo da dieci anni in Afghanistan, abbiamo una presenza sul terreno di staff afghano competente, supervisione in loco dello staff italiano, interagiamo con le agenzie internazionali, la società civile ed altri ‘attori’ locali. Queste sono le chiavi che ci permettono di valutare in profondità la situazione per individuare gli interventi più necessari. Le persone ci danno fiducia perché le informiamo, le coinvolgiamo per avere suggerimenti, non facciamo promesse che non possiamo mantenere e ci siamo nei momenti di emergenza.

Al momento le nostre attività principali sono di supporto alla sicurezza alimentare per le donne capofamiglia più vulnerabili, servizi sanitari di base tramite una clinica mobile; assistenza a orfanotrofi. Abbiamo ripreso attività di istruzione e formazione per le donne afghane come corsi di alfabetizzazione, corsi di formazione tecnica e corsi mirati alla creazione di piccole imprese che possano garantire alle donne un’entrata mensile.

 

Afghanistan Women’s Soccer vs ISAF – La nazionale di calcio femminile dell’Afghanistan ha giocato un’amichevole contro una squadra di ritiro di donne assegnate al quartier generale della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza a Kabul – 29 ottobre 2010 (Creative Commons)


E in che modo interagite con le autorità, ovvero esistono dei canali di comunicazione e di cooperazione tra le ONG e le amministrazioni delle varie città?

 

Esistono canali ufficiali e canali informali. NOVE fa parte di una piattaforma che racchiude più di 160 organizzazioni nazionali e internazionali, che funge da ponte tra le ONG e le autorità de facto dove vengono discussi vari temi come, per esempio, il processo ancora in corso con le autorità de facto, per definire le procedure da attuare per l’implementazione delle attività di emergenza.

NOVE, riconosciuta in Afghanistan come NGO internazionale, è riuscita a firmare un accordo con il Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali dell’Emirato per operare nell’orfanotrofio pubblico. Nei casi in cui non è possibile avere l’assenso a livello centrale, ad esempio per attività di educazione femminile non consentite ufficialmente, ci accordiamo con autorità tradizionali come gli Anziani, i Consigli di Distretto o altri responsabili della zona, che di solito ci danno il consenso ad attività concentrate nella loro zona e sottoposte alla loro giurisdizione.


Livia, oltre al problema drammatico della povertà, a cui si accennava all’inizio, quali sono le altre emergenze importanti? Mi viene subito in mente l’istruzione, in particolar modo legata alla discriminazione nei confronti delle studentesse. Inoltre, rimanendo in ambito femminile, i residuati patriarcali di una società che non tollera le libertà fondamentali delle donne, la piaga dei matrimoni combinati, la criminalizzazione dei comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso e via dicendo. Insomma, quanto basta per definire l’Emirato Islamico una “prigione sociale” a cielo aperto.

 

È così. La popolazione afghana non può godere di molte cose per noi scontate: pace, sicurezza, educazione, cure e servizi di buon livello. Molti non riescono più nemmeno a procurarsi un pasto ogni giorno. Alle donne va peggio degli uomini. Non hanno libertà di movimento, di parola, di lavorare (salvo in pochi settori dove sono necessarie), non possono far vedere il loro viso, scegliere l’uomo da sposare, salvarsi dalla violenza domestica o rifiutare di sposarsi da bambine. Alcuni divieti esistono da secoli, altri sono nuovi o rimessi in vigore dai talebani. È un discorso molto complesso.

 

Donne di Herat in burqa nel 2009, ph Mario Arnese (Wikimedia Commons)

In conclusione, cercando di individuare almeno qualche punto luce nell’abissale notte in cui è precipitato l’Afghanistan, riesci ad intravedere qualche barlume di speranza verso una sia pur limitata evoluzione della società afghana in senso sociale e culturale? Vale a dire, esiste a tuo avviso la possibilità che il regime talebano sia costretto a concedere delle aperture nei confronti delle richieste provenienti dalle donne e dai settori più evoluti della società?

 

Si fanno le ipotesi più diverse su quello che succederà: guerra civile, governo talebano che si rafforza e impone ulteriori limitazioni o, al contrario, è costretto a concessioni in cambio di aiuti internazionali. Sarà l’evoluzione della situazione politica ed economica a determinare il futuro. Noi abbiamo constatato nei fatti che ci sono spiragli per cui passare, soluzioni per aggirare alcuni divieti, anche nello spinoso campo dell’educazione femminile.
Ma questo non vale per grandi temi, per cambiamenti su scala nazionale. I talebani non sono un fronte unico, ci sono quelli integralisti e quelli più moderati, aperti. Molto dipende anche da chi prevarrà.

 

Note
La corrispondenza tra Finnegans e Livia Maurizi dell’Associazione NOVE Onlus continuerà prossimamente attraverso racconti, testimonianze e brevi reportage.

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Immagine di copertina
Donne al lavoro in Afghanistan, by United Nations (Creative Commons)


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Livia Maurizi è Responsabile Programmi Nove Onlus, con una lunga esperienza di lavoro nel settore della società civile e nelle organizzazioni internazionali. Esperta in stakeholder engagement, multi-stakeholder strategy, nella gestione di progetti socioeconomici, nel budgeting e nell’identificazione dei partner delle risorse e nella gestione dei progetti. E’ laureata in Economia con un Master of Science incentrato su violenza, conflitto e sviluppo presso la School of Oriental and African Studies, U. di Londra.

 

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