Una poesia, una Corsa, una fotografia. Ricordo di Marisa Michieli Zanzotto, di Paolo Steffan

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Per chi vive in terre non lontane dal Quartier del Piave e ha interagito con Andrea Zanzotto e la sua poesia, quella della moglie Marisa Michieli (1936-2025) è stata una presenza necessaria. Professoressa di lettere e poi preside, aveva sposato il poeta nel 1959: lei studentessa universitaria ventitreenne, lui già trentottenne e affermato poeta.

Un temperamento vivace e pungente, un abbigliamento elegantemente eccentrico, spesso con dei ricercati cappelli, una potente verve polemica contro chi non le andava a genio, ma anche una schietta generosità nell’ammirare chi le piaceva: sono alcuni dei caratteri di Marisa che ho potuto conoscere nel periodo in cui ho esordito come autore di critica letteraria, nei primi anni dieci.

La primissima interazione è stata origliando involontariamente una telefonata che in un lunedì pomeriggio di gennaio 2011 ─ avevo 22 anni allora ─ arrivò a casa di Luciano Cecchinel, che avevo appena conosciuto, mentre stavo terminando la mia tesi di laurea triennale sui «conglomerati» zanzottiani. Quel giorno ero a casa sua proprio per parlare del mio lavoro e, quando disse alla signora Marisa che c’era lì uno studente che si stava laureando sulle opere più recenti del marito, lei gli disse immediatamente di farglielo incontrare. Luciano si staccò dalla cornetta e mi disse: “Sei libero mercoledì pomeriggio? Allora alle quattro vieni a Pieve da Zanzotto”. L’euforia e l’agitazione cominciarono a pulsare…

Quel mercoledì Marisa non c’era, ma tenne occupato telefonicamente per almeno una mezz’ora Luciano, mentre io cercavo di formulare poche parole davanti a quel monumento della poesia, vecchio e stanco, cui strappai un sorriso indimenticabile ringraziandolo di tutto ciò che aveva scritto e detto.

Paolo Steffan con Andrea Zanzotto, Pieve di Soligo, inverno 2011

Dopo queste due esperienze indirette, la presenza di Marisa non tardò a prendere corpo. Poco dopo la morte del marito, avvenuta il 18 ottobre 2011, a dieci giorni dal suo novantesimo compleanno, mi venne chiesto dall’Associazione Culturale “ArteStoria” di Conegliano di fare da relatore in una serata dedicata alla poesia zanzottiana e al ricordo del poeta. In quel periodo stavo lavorando alla revisione e all’ampliamento della mia tesi, per pubblicarla: sarebbe uscita nell’agosto 2012. Questo incontro costituiva dunque un inatteso esordio. La sera del 3 novembre 2011, in una piccola sala gremitissima al pian terreno di un palazzo lungo il fiume Monticano, si tenne la mia conferenza, con proiezione di fotografie di luoghi cari al poeta e intervallata da belle letture di poesie scelte interpretate dalla voce di Giuliano Galletti. Era da poco iniziata la serata, quando Marisa entrò, accompagnata dall’artista Giani Sartor. Per un istante provai una qualche soggezione, ma subito prevalse la volontà di proseguire con la naturalezza appassionata con cui avevo iniziato. Dopo avere ascoltato, silenziosa e concentrata, l’intero intervento, Marisa chiese di intervenire. Ecco le sue parole più significative:

«Sono commossa ed esterrefatta di questo luogo, perché mi sembra un covo per congiurati, che parlano di poesia in un’epoca in cui bisogna esser pazzi a perder tempo a leggere poesia. Sono più quelli che la scrivono, la poesia (…). La vera università non è quella del Bo o di Ca’ Foscari, la vera università è trovarsi assieme con gente che capisce e che ha voglia di capire (…) e credo che anche questa cellula, che prima ho detto che sembra di congiurati, sia in nuce proprio quella che è la vera cultura, quella che è la passione di capire.»

Marisa Zanzotto nel pubblico durante l’intervento qui citato, Conegliano, autunno 2011

Estrasse poi, salutandomi, la sua agenda telefonica, zeppa di numeri e nomi che si scavallavano l’uno sull’altro, aggiungendovi il mio recapito. Capitò in seguito, dunque, di sentirsi qualche volta, qualche altra di salutarsi a incontri pubblici di comune interesse. Ma l’episodio che voglio qui ricordare, perché significativamente legato alla grande poesia zanzottiana, avrebbe avuto luogo nel luglio 2013, nel giardino di casa di Luciano Cecchinel; è riassumibile in tre parole: una poesia, una Corsa, una fotografia.

La prima raccolta di Zanzotto che mi capitò tra le mani da ragazzo fu Sovrimpressioni, uscita nel 2001. La grafica della collana dello «Specchio» Mondadori aveva in quel periodo una bellissima soluzione in quarta di copertina: la versione manoscritta di una poesia emblematica contenuta nel volume; e Sovrimpressioni presentava i versi iniziali della quinta parte del poemetto Sere del dì di festa (p. 29), il cui titolo leopardiano ─ definito nell’incipit «un puro autosufficiente luogo letterario» ─ mi era già di per sé particolarmente attrattivo. Sono delle divagazioni di straordinaria bellezza intorno a un dì festivo specifico, domenica 31 gennaio 1993, che unisce al tema festivo quello dell’inverno, del gelo, della neve, così caro a Zanzotto, essendo quella data l’ultimo dei così detti “giorni della merla”, considerati, come specifica in nota, “vetta dell’inverno”. Delle sei parti che compongono l’insieme, tutte imperniate su immagini ossessive (come un immaginario «bar del gelo» di Hopper) e ricadenti sulla numerologia del 31-1, nelle quali sembra di vedere il poeta impegnato nelle sue «folli-fossili» riflessioni leopardiane, la quinta è la sola che porta l’attenzione su un soggetto altro, in un paesaggio in movimento che interrompe la staticità del gelo: è una madame rosseggiante, rossi i capelli, gli abiti e anche l’automobile, una Opel Corsa che in una serie di immagini quasi filmiche, futuriste viene tracciata nel suo ritorno a casa scendendo per la statale 51 d’Alemagna, quella che attraversa le Dolomiti per arrivare a Vittorio Veneto.

5.
Vestita di rosso e con un famoso
fabulistico cappello (nero?)
sull’auto rossa sull’utilitaria
detta “Corsa”, dell’Opel, una rossa
invero straordinaria,
giù dai campi di inenarrabili candori
dai campi-incanti
scende scende madame per i tornanti
della strada d’Alemagna ─
È già tardi, il traffico è debole, stagna,
è la sera ─ già notte ─ del dì di festa. (...)

Le caratteristiche di questa «rossa invero straordinaria» col suo «fabulistico cappello» rispondono fin da subito alla fisionomia di Marisa, che al termine della poesia arriva nel garage di casa, dove «già al capo è giunta e dorme ─ mah ─ / la rossa utilitaria».

Ma è proprio in quel pomeriggio di luglio 2013 che il quadro mi si è completato: quando Marisa è arrivata a casa di Luciano Cecchinel a bordo della sua Opel Corsa rossa degli anni Ottanta, il primissimo modello dell’utilitaria tedesca (giunta attualmente alla sua sesta edizione). Si è dunque creato un simpatico siparietto, intorno a questa automobile letteraria: ci siamo subito messi in posa reciprocamente per fotografarci insieme con la Corsa, eternando questo mezzo di trasporto e la sua «invero straordinaria» conducente, di cui ho qui voluto fermare un intimo e affettuoso ricordo.

Paolo Steffan, poeta e critico letterario


Immagine di copertina
L’Opel Corsa rossa, Revine-Lago, estate 2013

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