“Tu dammi mille baci e quindi cento, / poi dammene altri mille e quindi cento / quindi mille continui e quindi cento. / E quando poi saranno mille e mille / nasconderemo il loro vero numero / che non getti il malocchio l’invidioso…”.
(“Dammi mille baci”, traduzione di S. Quasimodo)
fa eco Catullo al nostro cercare e riflettere sulla passione, affamato e affannato di intensità e leggerezza, tra gioiosa scoperta dell’incantamento e gelosa difesa del mistero segreto dell’incantamento stesso, tra orgogliosa affermazione della unicità del momento e della bellezza, seppur caduca e transitoria, del miracolo amoroso, strettamente intrecciato alla vita,
“il giorno può morire e poi risorgere / ma quando muore il nostro breve giorno / una notte infinita dormiremo”
in un’ode alla magnificenza leggera e compiuta in sé stessa, simile allo sbocciare rigoglioso di un giardino d’estate, striato di giallo, di oro e di turchese, abbandonato ridente su petali di cipria acceso.

“Notti trascorrono che non riesco a chiudere gli occhi / tutte le persone sono ebbre dal sonno / io sono ebbro del pensiero di te / sia che proprio con la tua mano spargi il mio sangue / cosicché do l’anima con la veste dell’amato in mano”
(ancora Saadi, il massimo poeta persiano del periodo medievale, nelle sue quartine, traduzione di S. Lupieri, dal “Canzoniere-Divan”)
… sale il lamento oscuro della passione, in cui la notte si fa canto e controcanto alla luminosità radiosa del giorno soddisfatto e compiuto, in cui sangue, rosso e nero si mischiano al potere e della lotta per conquistarlo, dove ignoti sono i vincitori e ancor più ignoti i vinti.
“Come una conca calda / aspra / di ferro e di sangue / rovente / di furia e d’amore”
(da “Piume di ghiaccio”, Kanaga ed., di Monica Buffagni)
in cui il rosso e il nero – da cui il titolo della lirica – si scontrano nelle loro contraddizioni estreme, per ritrovarsi avvinti in facce dello stesso sentire, in ricerche, spesso in sospeso e destinate a rimanere tali, del senso ultimo del sentire passionale, della sua inafferrabile corporeità e della sua drastica, totale dualità, non scevra da una certa brutale crudeltà che riemerge nella tensione verso l’assoluto.
L’universalità del sentire e del farsi coinvolgere, pur con diverse sfaccettature, dall’esperienza del trasporto verso l’altro ritorna nei suggestivi ghazals (poesie d’amore), scritte in persiano e in arabo, del già citato autore di “The master of speech”, Saadi, che li alterna alle sue più rare quartine, perso nella contemplazione sofferta del confronto con l’ombra di sé e dei suoi sentimenti.
Lo stesso poeta sottolinea l’inafferrabile unicità della passione, la sua misteriosa esclusività, quasi un dono inatteso ma richiedente una lunga e attenta coltivazione, un diamante prezioso e pericoloso che si ammanta di intensità quasi ipnotica, irraggiungibile eppure irresistibile, dove i ruoli si confondono e il dubbio delle identità aleggia e si fonde – fusione come atto ultimo e fondante del sé che conosce e perde contemporaneamente l’altro:
“Non domandarmi chi sia l’amante e chi l’amato / Solo l’anima innamorata può capire questo amore”
(dai Ghazals di Saadi)

Quanto è dunque contraddittoria, la passione? Quanto si rifrange contro gli opposti e i furori del dubbio, del contrasto della assoluta, brutale fisicità della passione stessa? Pablo Neruda (Parral 12 luglio 1904 – Santiago del Cile 23 settembre 1973)) canta nei suoi “Cento sonetti d’amore” (trad. di Giuseppe Bellini)
“Saprai che non t’amo e che t’amo / perché la vita è in due maniere, / la parola è un’ala del silenzio, / il fuoco ha una metà di freddo”
La stessa esistenza è un universo complesso dilaniato da opposti contrasti, da differenti identità, da sentimenti di violenta contraddittorietà. La stessa passione è insita e annidata all’interno, in attesa di un tormentato risveglio:
“Segnami la tua strada nel tuo arco di speranza / e lancerò in delirio il mio stormo di frecce”
continua Neruda nella sua fascinazione, dove la “cintura di nebbia e il silenzio” incalzano le ore inseguite e il malessere del sentire divien “umida ansia” che si annida, finalmente quieta.
La passione vive di poesia, così come la poesia è passione, cruda, nuda, eccessiva talvolta, accecante sempre:
“Toglimi il pane, se vuoi / toglimi l’aria, ma / non togliermi il tuo sorriso”
sussurra e implora Neruda ne “Il tuo sorriso”, mentre si inerpica nelle strade tortuose della natura quale specchio dei sensi e delle passioni, dando pennellate talora lievi, più spesso intense e violente, quasi una pastosa tempera rosso scarlatto coprisse all’improvviso un tenue acquerello simile all’accorgersi del sentire.

Non a caso, Neruda viene spesso definito il “poeta-pittore”, proprio per queste rombanti, carnali, assolute sfumature e pennellate dei suoi versi, in cui il colore ha un ruolo, come la passione, sia essa d’amore, politica, artistica, di ogni forma e spessore.
La passione è tale per sua stessa natura, si dirige inconsapevole verso il suo oggetto d’amore, sia esso una persona, una situazione, un’arte, un luogo, una attività. L’arte stessa scrive e descrive sé stessa come passione, nulla come le parole, i suoni, i colori, conferiscono senso e vigore all’ossessione dagli occhi di fuoco e di ghiaccio così denominata.
La parola scritta, e ancor più quella poetica, racchiude e determina la passione, la incendia e la conchiude, l’accende e la spegne, in un interminabile ed interminato confronto, in cui ogni singola lettera incide l’eternità connaturata ed insita nella passione, la riempie, la possiede, la giustifica, la nomina e le consegna la sua stessa ragione di esistere. Come resistere alla potenza passionale di un insieme di versi scritti, ricamati nel segno grafico e dipinti di complessità dall’apparente silenzio e distacco delle parole vergate e consegnate al lettore, oggetto dello slancio?
Monica Buffagni, poetessa, scrittrice e critica letteraria


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