Chiaro / scuro. Interviste sul presente, di Delilah Gutman – Miriam Camerini, regista, cantante e attrice, studiosa di ebraismo

Miriam e il tamburello, spettacolo con Valeria Perdonò (a sinistra), Miriam Camerini e Delilah Gutman – Giornata europea della cultura ebraica, 2014 – Venezia, campo di Ghetto nuovo

 

     Ogni processo creativo che genera arte – che sia attraverso il linguaggio della musica o del teatro, della parola o dell’arte visiva – ha un percorso unico, una narrazione epica che si raggomitola nel respiro del cuore per tessere fili di tempo in trama di architetture visionarie, espressione della nostra libertà di riflettere, meditare, agire per non smettere di amare.
La gratitudine e l’amore sono probabilmente due sentimenti che non si comandano. Si provano e si ricevono inaspettatamente e la vita ci interpella affinché la nostra parte più vera possa abitarli come casa ricordandoci che sta a noi non bruciarla – quella casa fatta di tempo – la casa che solo l’altro può aprirci, perché è nella relazione stessa che possiamo vederci e conoscerci. È nell’autenticità della relazione che possiamo raccogliere una memoria che si trasforma in luogo di rinascita nella trasmissione orale di una conoscenza, di una testimonianza… o di una ricetta, come quelle raccolte da Miriam Camerini nel suo libro “Ricette e precetti”, pubblicato nel 2019 dalla casa editrice Giuntina, con la prefazione di Paolo Rumiz e le illustrazioni di Jean Blanchaert.
La memoria può trasformarsi in un potente strumento di conoscenza – dove “ricordare” è anche “agire” (in ebraico la parola davar significa parola, logos, ma anche azione e cosa) – attraverso cui evitare che l’essere umano, e la collettività di cui ne fa parte, si agiti e prenda la forma della sua stessa agitazione, come mare che si crede onda!
Attraverso la moltitudine di gente di una Milano sempre in fermento, attraverso storie ed emozioni incise sulla pelle in mappe straordinarie che proiettano nella collettività una costellazione, mentre raggiungo il luogo dove ho appuntamento con Miriam, una Caffetteria in Corso di Porta Romana, nei pressi della Torre Velasca. La vedo giungere sulla bicicletta, con il sorriso gioioso che porta nei suoi incontri, un entusiasmo per il dialogo che trabocca dalle sue parole.

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Ricette e precetti” costituisce la tua prima pubblicazione. Da dove nasce l’idea di percorrere un tema così singolare?

     Non in cucina! Ma dalla collaborazione con il mensile Jesus delle edizioni San Paolo, per cui scrivevo saltuariamente. Trattavo ambiti culturali a me vicini, come Srugim e Shtisel, le serie tv israeliane che parlavano del mondo religioso ebraico (attualmente Shtisel è visibile su Netflix!).
All’inizio del 2014 il caporedattore della rivista, il mio amico Giovanni Ferrò, mi invitò a scrivere regolarmente per loro ed io accolsi la proposta con grande entusiasmo. Trovavo stimolante il riscontro nella scrittura con una regolarità che non avevo mai avuto fino ad allora – ad eccezione di Pagine Ebraiche, rivista su cui pubblicavo con una certa regolarità. Giovanni suggeriva di individuare un tema che potesse essere replicabile, per costituire un solido contenitore e proseguire nel tempo con articoli che segnassero un filo conduttore attraverso ambiti interculturali. L’idea si espresse con il titolo che Giovanni scelse per la mia rubrica, “Ricette e Precetti” ed io ricevetti da lui una consegna molto precisa: << trova un cibo che derivi da un precetto >>. Era suo desiderio che con le mie competenze di cose religiose io potessi esplorare un tema a me alieno. La logica di trovare il precetto dal quale fosse nata una ricetta fu per me da subito interessante. Non avevo dubbi di poterne trovare molti per l’ebraismo, ma la rubrica sarebbe stata inserita in una sezione interreligiosa del giornale, dove recensiscono e scrivono di argomenti che trattano dell’incontro tra le religioni; dunque, avrei dovuto esplorare ogni mese, a rotazione tra le tre religioni monoteistiche – ebraismo, cristianesimo e Islam – una ricetta e un precetto differenti.
In quel periodo, in seguito al fermento dell’Expò, Milano era una fucina di idee per tutto ciò che riguardava progetti intorno al cibo e all’arte culinaria, anche in relazione alle più diverse tradizioni. Allo stesso tempo, proprio in quei mesi, mi trovai a risiedere a Gerusalemme, dove utilizzai la città vecchia come campo d’indagine, intervistando i panettieri e la gente, i venditori ambulanti e i negozianti. Nel mio progetto iniziale, pensavo di condurre la rubrica per un paio di anni e poi chiuderla. Invece, ben oltre le mie aspettative, la conclusi dopo esattamente cinque anni, lo scorso aprile, quando uscì il libro!
Nel marzo del 2017, giunta alla redazione di una quarantina di articoli, provai a spedire il materiale a Shulim Vogelmann, della Casa Editrice Giuntina, per avere una sua opinione. Un’ora dopo l’invio della mia missiva giunse la sua risposta…<< Si può fare!>>.

Gerusalemme, il “Kotel e la tradizione” (foto di Delilah Gutman)

Il libro ha raccolto dunque il contenuto della tua rubrica “Ricette e Precetti”?

     Shulim Vogelmann ha raccolto il materiale della rubrica proponendomi la pubblicazione del libro nella collana “Le perline”, il formato più piccolo che la Giuntina cura in carta grezza. Mi suggerì di cercare un disegnatore per la copertina.
In quel periodo ero in contatto con Jean Blanchaert; avevamo partecipato insieme a un Tisch (Tisch è una parola che indica il momento delle chiacchiere del “venerdì sera in famiglia”, all’entrata dello Shabbat, visto che l’indomani è sabato ed è giorno di riposo…) per uno Shabbat nell’ambito del Festival Jewish and the City, al Teatro Franco Parenti. Avevamo scoperto di aver frequentato entrambi la stessa scuola in Israele, il Pardes Institute di Gerusalemme. Così, lo chiamai per invitarlo a disegnare la copertina del mio libro. Dopo la lettura della bozza, Jean mi manifestò il suo entusiasmo offrendosi di illustrare tutto il libro e mi sottolineò l’importanza di aver scritto di “religione” senza traccia di fanatismo. I disegni donati furono 45 tavole in bianco e nero realizzate in china, colorate poi da una sua collaboratrice.
Analogamente, pensammo di inserire le ricette vere e proprie, poiché la rubrica, essendo di cultura e non di cucina, e dovendo rispettare uno spazio limitato nella rivista cartacea, non le trattava direttamente. Domandai ai curatori del blog Labna.it, Manuel Kanah e Benedetta Jasmine Guetta, anch’essi cari amici, l’aiuto necessario per rintracciare le ricette, accogliendo la sfida di sperimentare quelle che non erano già contemplate sul sito (di cucina ebraica e mediterranea, vegana e di molteplici culture).
Infine, un amico mi suggerì di contattare Paolo Rumiz, affinché la prefazione potesse essere curata da una voce non identificata in particolare con uno dei tre monoteismi trattate nel libro. Rumiz non rispose mai esplicitamente al mio invito, fino a quando, mezzo anno dopo la prima lettera della nostra corrispondenza, mi giunse nel dicembre del 2017 una mail da parte sua che aveva per soggetto “Regalo di Natale” e in allegato la prefazione al mio libro!

Illustrazione di Jean Blancheart
Jean Blancheart

Si può affermare che, precedentemente al libro, avevi già iniziato a indagare l’ambito della tradizione intrecciata al cibo nel progetto “Lo Shabbat di tutti”?

     Sì, specificatamente della tradizione ebraica attraverso il cibo e i canti dello Shabbat. Il progetto nasce nel Settembre del 2013. L’anno precedente, mentre ero a Mantova per il Festivaletterattura, pensai alla storia ebraica di Mantova, una volta popolata da una grande comunità che oggi non esiste più, e alla presenza di tanti ebrei presenti in città in occasione del festival… a quanto sarebbe stato bello trascorrere a Mantova uno Shabbat tutti insieme, uno Shabbat aperto a tutti, senza distinzioni di religione! Contattai durante l’inverno il comitato scientifico del festival per proporlo e accolsero l’idea con l’invito a creare un evento nel settembre del 2013. Gli scrittori ospiti di Festivaletteratura 2013, tra cui David Grossmann, furono gli ospiti d’onore della prima cena di “Shabbat di tutti” – strutturata per una cinquantina di persone – che durante la serata intervenivano a turno per raccontare che cosa fosse per loro il “riposo” e il loro rapporto con lo Shabbat (non erano necessariamente ebrei osservanti, ma anche e soprattutto laici). Con me c’era un’altra attrice, Valeria Perdonò, e un cantante, un ragazzo americano di Berklee College of Music, in Italia per la scrittura di una tesi sul compositore Salomone Rossi – che avevo conosciuto due giorni prima in sinagoga a Mantova, in occasione di Rosh Ha-Shanà (il capodanno ebraico). Lo Shabbat ha una forte connotazione identitaria legata a Israele e allo stesso tempo manifesta un significato universale.

Shabbat di tutti” abbraccia un dialogo tra più identità?

     Forse: il formato invita a un dialogo in forma interrogativa, dove il partecipante interroga chi conduce lo Shabbat. Per me, il dialogo nasce quando si elevano le voci di più persone in un rapporto alla pari. Purtroppo è difficile incontrare un vero dialogo tra le identità, poiché a volte i rappresentanti religiosi tendono a raccontare la propria tradizione senza abitare una relazione dove si possa imparare dall’altro.

Lo Shabbat di tutti

Sei la prima donna italiana che si sta formando al rabbinato ortodosso presso il Beit Midrash Har’El di Gerusalemme. Puoi condividere qualche riflessione sul tuo percorso?

     Sì. Dal 2009 esiste a New York una scuola solo per donne fondata da donne ebree ortodosse, che si chiama Yeshivat Maharat – una sigla inventata dai fondatori e che designa il titolo riconosciuto alle laureate. La sigla, derivata da “morà ruhanit”, che in ebraico significa “maestra spirituale”, permette di evitare l’uso della parola rabbino. E la scuola forma donne intenzionate a servire la loro comunità come leader spirituali, con una formazione pari a quella di un rabbino “uomo”. Hanno scelto, così, di fornire un’educazione rabbinica di altissimo livello senza entrare in conflitto con il mondo ortodosso ufficiale, in particolare con il Rabbinical Council of America e con l’Orthodox Union che aveva risposto con accese discussioni alla possibilità di riconoscere il titolo di “rabbà” o “rabbanit”.
Nell’autunno del 2016 ha aperto in Israele il Beit Midrash Har’El, un’istituzione piccola, fondata da un Rabbino americano residente in Israele da molti anni che si chiama Herzl Hefter, un ebreo ortodosso che ha insegnato alla Yeshiva University e alla Yeshivat Har Zion. Rav Hefter ha invitato a riflettere sul dato che in nessun testo è scritto che una donna non possa essere Rabbino e che, con semplicità, se non è vietato “è permesso”!
Nel 2016 Rav Hefter ha iniziato a formare privatamente alcune donne, già docenti di Talmud, Ghemarà e Halakhà presso il Pardes Institute di Gerusalemme, un’istituzione che rappresenta la dimensione della Gerusalemme ortodossa e progressista, dove nello stesso 2016 Rav Landes si assunse la responsabilità di nominare le prime otto donne (con la conseguenza di perdere la carica di direttore l’anno successivo). Successivamente, Rav Hefter ha deciso di mettere il percorso di formazione “a sistema” aprendo una scuola che accogliesse ogni anno circa quindici studenti tra uomini e donne interessati all’ordinazione rabbinica.
Alla fine di un percorso di studi triennale, a fronte di un programma tradizionale dove si affronta lo studio della Mishnà, del Talmud, del Shulchan Aruch e di tutte le fonti normative, lo studente o la studentessa acquistano il titolo di Rabbino.
Per raggiungere questo traguardo è stata fondamentale l’apertura e la copertura di un importante rabbino dell’ortodossia moderna israeliana, Rav Daniel Sperber, dell’Università di Bar Ilan, molto conosciuto nell’ambito della ricerca halakhica, in particolare per aver trovato la giusta risposta per tutelare l’utilizzo di dispositivi elettrici a favore dei disabili durante lo Shabbat.

Gerusalemme, il Kotel e la preghiera (foto di Delilah Gutman)

Quando parli di “copertura” intendi la partecipazione di Rav Daniel Sperber come docente della scuola?

     Rav Daniel Sperber firma la Semikhà, il certificato di ordinazione rabbinica. Solo ogni tanto si programmano alcune sue lezioni.

Ai tuoi studi rabbinici vorresti far seguire un percorso di leadership spirituale nella comunità ebraica italiana?

     Non in modo particolarmente diverso da quello che già faccio, non nel senso di leadership, ma di coinvolgimento nell’ambito della vita di comunità.


Quale differenza esiste per una donna tra la preparazione al rabbinato ortodosso,
conservative e reform?

     Per le donne il rabbinato reform è un’opportunità che esiste già da qualche decina di anni, poiché il caso della Rabbina Regina Jonas, uccisa durante la Shoà, costituisce un’eccezione nell’ambito formale ortodosso dove le fu permesso di studiare e formarsi. Successivamente alla corrente dei reform, troviamo quella dei conservative.
In entrambi i movimenti viene dato risalto alla formazione del rabbino come pasture of counseling, dove lo studio della psicologia è importante per formare soprattutto una guida spirituale per la comunità.
Il rabbinato ortodosso prevede, invece, una formazione principalmente legata alla normativa, come la Halakhà, la Kasherut e le regole dello Shabbat.

Quale significato e quale risonanza potrebbe avere per l’ebraismo ortodosso italiano ed europeo la presenza di una donna che porti a compimento il tuo attuale percorso di studi rabbinici?

     Essere Rabbino è la conclusione di un percorso di studi. Mi aspetto che le persone si porranno sempre più di frequente le domande “Che cosa significa essere un rabbino? Cosa deve saper fare e qual è la sua funzione nella società?” Secondo una naturale evoluzione dei tempi, le donne acquisiscono ruoli più paritari e integrati nella vita civile di genere. Ciò sta accadendo anche nelle comunità religiose che certamente non sono entità nel vuoto!

Che cosa può determinare il tuo percorso di studi nel percorso di emancipazione femminile rispetto all’ambito ebraico in generale?

     È necessario distinguere i diversi ambiti che si pongono parallelamente su uno stesso piano.
Al momento il lavoro delle rabbine ortodosse assunte da una comunità è quello di essere insegnanti e svolgere la funzione di autorità halakhica, oltre a un ruolo pastorale o di leadership spirituale.
Esistono, allo stesso tempo, minyanim (il gruppo di dieci persone per cui si rende possibile lo svolgimento della funzione religiosa) come il modern orthodox Shirà Chadashà (dal 2002 prima a New York e poi a Gerusalemme), che stanno studiando il coinvolgimento delle donne in ambito liturgico, ma questo processo non è legato alla figura di un rabbino. A leggere la Torà alla bimà, infatti, può essere invitato chiunque – purché uomo, nel mondo ortodosso – che abbia compiuto 13 anni, che sia in grado di farlo e che sia shomer mitzvot (cioè che sia osservante delle normative previste dalle mitzvot, i precetti). Il rabbino-chazan (cantore) che conduce la funzione liturgica è la triste conseguenza di una storia dove sempre meno osservanti sono preparati a cantare e leggere la funzione stessa per condurla correttamente.

“Messia e Rivoluzione. Storia e storie del Bund”. Reading musicale di e con Miriam Camerini. Bologna, Museo Ebraico, 2019

In quale modo il libro incontra anche questo percorso di studi?

     Nella misura in cui sta tutto dentro a me. Ogni cosa si lega con l’altra e fortunatamente ne sono sempre più consapevole. In quest’ultimo periodo ogni progetto si intreccia al tema del cibo, delle donne e dell’ebraismo, dove puoi studiare diversi ambiti tematici, come il Midrash, l’Halakha, la Kabalà e molti altri ancora. Gli studi rabbinici che sto percorrendo sono incentrati sull’Halakhà, perché per tradizione il rabbino è la figura normativa di riferimento per una comunità. Parlando di precetti la via si intreccia inevitabilmente al percorso che sto seguendo in Israele.

Con lo “Shabbat di tutti” hai offerto l’ascolto, con il libro “Ricette e precetti” ti stai presentando, dunque aprendo ad una conoscenza del prossimo, con cui potresti instaurare nel futuro un dialogo. In tal senso, possiamo forse collegare la pubblicazione alla tua costante partecipazione a convegni e incontri interreligiosi come quello presso il Monastero di Camaldoli?

     In un certo senso sì, come con la collaborazione, ormai da cinque anni, con il Refettorio Ambrosiano, per la realizzazione di incontri che siano un chiaro tentativo di instaurare un ascolto per un dialogo tra persone e tra identità differenti. Gli strumenti per conoscere l’altro li troviamo nel percorso che attraversa in profondità la conoscenza delle proprie radici e il tema del nutrimento rimanda sempre anche a una valenza metaforica del cibo.

In “Ricette e Precetti” tracci un filo conduttore tra le diverse culture o ne segnali analogie e prospettive?

     Mangiando ti racconti, il cibo parla di noi. L’ebraismo fa molto uso del binomio cibo/narrazione – come nello Shabbat, anche per il seder di Pesach il cibo diventa burattino di un teatro di figura.
Con “Ricette e Precetti” risuonava nella mia testa la parola Midrash (che designa un metodo di esegesi biblica e la letteratura frutto della sua applicazione): Midrash Haggadà e Midrash Halakhà.
Midrash Haggadà è il racconto, è una storia.
Midrash Halakhà è una storia che porta un precetto.
Nel libro ho cercato di investigare in che rapporto stava il precetto con il raccontarsi, non solo il cibo. Il filo rosso è stato tracciato da una chiara osservazione, cioè che tutte le culture si raccontano anche con i loro obblighi e con i loro divieti, nonché le loro usanze.
Poi, ho tracciato un filo tra le generazioni, scrivendo delle mie nonne e dedicando il libro ai miei nipoti, raccogliendo una tradizione trasmessa da mia madre. Analogamente ho scoperto lo stesso filo nella storia delle amiche musulmane a cui mi rivolgevo per porre alcune questioni, poiché il cibo è anche un fatto di casa e di trasmissione, tra i luoghi e tra i tempi.
Lo stare a tavola è convivio, sebbene alcuni fra i precetti alimentari abbiano la precisa funzione opposta, quella di separare le persone.

“Lo shabbat di tutti”, con Miriam Camerini e Manuel Buda – 27 novembre 2015 al Refettorio Ambrosiano di Milano, foto © Luca Piva 2015

Separare o distinguere?

     Distinguere è una parola più utile che non separare. Ma se pensiamo a quando (nel libro biblico della Genesi) i fratelli di Giuseppe giungono in Egitto e lui deve mangiare da solo, perché gli egiziani mangiano a un tavolo, gli ebrei a un altro e lui a un altro ancora, osserviamo una scena terribile. Dopo tanti anni, i fratelli si rincontrano e mangiano separatamente. Tradotto nel linguaggio di oggi, significa che si può stare insieme solo se c’è il rispetto delle distinzioni e delle differenze di ognuno, come non accade nei regimi che vietano le religioni: io posso abitare la fratellanza quando rispetto chi sei e tutelo il tuo diritto a vivere la tua identità.

La ricetta, e il raccontarsi attraverso le tradizioni di cucina, può essere interpretata come uno strumento affidato alla donna per tramandare un precetto ai figli?

     Probabilmente sì. Ci sono raccolte, in contesti ebraici, di ricette scritte in versi e in rima affinché fossero memorizzate con più facilità. Ad esempio, c’è un libro intero di ricette di Pesach, e una poesia di Angiolo Orvieto dedicata al Cous Cous / il Couscoussù. Heine ha scritto una poesia dedicata al cholent (tradizionale stufato della cucina ebraica a base di carne di manzo, patate, fagioli e orzo).
Altro esempio ancora è “Poesia nascosta”, un libro di ricette ebraiche.
Se chiedo a mia madre la ricetta de “Le orecchie di Amman” lei mi risponde con una formula quasi matematica, in rima, per elencare gli ingredienti e la procedura!
La ricerca di una ricetta “di casa” è sempre occasione di dialogo con un genitore o un parente, per replicare una memoria di sapori e di odori.

E se tu dovessi suggerire una tua ricetta?

     … della felicità… cambio spesso ricetta! Mi ossessiono per una cosa e per un periodo mangio solo quella, per poi abbandonarla per sempre. In questo momento sto preparando tutti i giorni questa specie di crumble a base di pere, zenzero e cannella con sopra dei cereali tipo l’avena, che inforno per aggiungere successivamente la ricotta.

L’hai inventato tu?
     Sì.

Un nome?

     “Ricetta dell’autunno”, momento dell’anno in cui ho questo genere di ispirazione! Preparo molti biscotti, secondo un’unica ricetta che mi è stata trasmessa da un amico di famiglia ebraica libanese: prendi tutto il burro che hai in casa, ci butti dentro quanta farina riesce a starcene (l’impasto non deve essere troppo farinoso, né molliccio), aggiungi zucchero a velo. Poi, crei dall’impasto delle palline dentro alle quali infili un pistacchio e inforni il tutto!
Per lo Shabbat, invece, quando cucino io, preparo la “Ruota del Faraone”: tagliatelle fritte in padella con uvetta e pinoli, una ricetta trasmessa da mia nonna.

Ci suggerisci un canto di tradizione le cui parole siano quelle di una ricetta?

     La canzone yiddish Dos bisele shpayz, che nella lingua giudeo-tedesca significa il piccolo pasto.

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Foto di copertina: “Miriam e il suo tamburello”, spettacolo di e con Miriam Camerini. Venezia, Giornata della Cultura Ebraica 2014.

 

Miriam Camerini è nata a Gerusalemme la sera di Purim del 1983. Ha studiato Lettere e Storia del Teatro a Milano, Bibbia e Letteratura rabbinica a Gerusalemme. Regista teatrale, attrice, cantante e studiosa di ebraismo, vive a Milano, da dove si dedica all’allestimento di spettacoli teatrali e musicali, festival e rassegne attorno e all’interno della cultura ebraica in Italia e nel mondo. Collabora regolarmente con Jesus, mensile delle edizioni San Paolo, e saltuariamente con altre testate. Tra i suoi spettacoli: Golem, Un grembo due nazioni molte anime, Il Mare in valigia, Caffè Odessa, Chouchani, Messia e Rivoluzione e Lo Shabbat di tutti, performance-cena dedicata al Sabato ebraico. Il suo ultimo libro Ricette e Precetti (Giuntina, 2019) racconta il rapporto intricato fra cibo e norme religiose ebraiche, cristiane e islamiche. Sta studiando per diventare rabbino alla scuola Har’El di Gerusalemme, fra le prime al mondo a formare rabbini donna fra gli ebrei ortodossi.

 

Delilah Gutman è compositore e pianista, cantante errante e poeta viaggiatore.
Le sue ricerche sono pellegrinaggi laici e ferventi, incursioni nelle culture linguistiche, spirituali, musicali e narrative in Italia e in almeno altri quindici Paesi sparsi per il mondo. Esplora la frontiera tra la musica colta ed il repertorio etnico, in relazione al linguaggio della musica classica d’occidente e alle arti.
Alla formazione accademica in pianoforte, composizione e elettronica presso i Conservatori di Milano e di Pesaro, è seguita quella in “Mediazione dei conflitti” all’Università di Urbino, che l’ha condotta a investigare la voce immaginativa come strumento di azione terapeutica e di dialogo interpersonale e interculturale.
Nata a Madrid, di origine Italo-Americana, vive e lavora a Milano e Rimini. Genera diverse formazioni musicali con cui interpreta i suoi concerti in Italia e all’estero, mentre quando siede al pianoforte canta il silenzio, tra i tasti è prezioso lo spazio per un’altra voce.
Pubblica con Stradivarius e Ut Orpheus, Raffaelli Editore e Curci.

 

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