RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

Paesaggi Culturali Veneti. Pedemontana.
Presentazione di Nicola De Cilia

tempo di lettura: 12 minuti

Come scrive Karl Schlögel, uno dei massimi storici tedeschi contemporanei, si può leggere la storia umana come una lotta contro l’horror vacui, uno sforzo incessante di controllare lo spazio, dominarlo e infine impadronirsene. A dispetto di tutti i discorsi sulla «fine della storia» e di tutte le ipotesi sulla «scomparsa dello spazio», viviamo al centro di un’epoca che ha preso il via in modi nuovi e difficilmente prevedibili e contemporaneamente al centro di uno spazio la cui stabilità non è più certa. Questo numero di “Finnegans” è dedicato alla Pedemontana, uno spazio – una periferia diffusa, per dirla con Vitaliano Trevisan – che si spande tra le province di Treviso e Vicenza, ai piedi delle Prealpi.   

Abbiamo chiesto a studiosi del paesaggio, della cultura, della storia, di aiutarci a tracciare una sorta di cartografia per raccontare un territorio (ancora un paesaggio?) soggetto a diversi e profondi mutamenti, sia nella realtà che nella percezione. Ogni volta che una società si trova ad affrontare grandi trasformazioni, di natura bellica o industriale, si modifica anche la propria relazione con la natura. Da un nuovo rapporto tra uomo e natura emerge una nuova idea di paesaggio, che è sempre frutto della relazione tra soggetto collettivo e natura. Va da sé, quindi, che il paesaggio, ogni paesaggio, sia frutto di una costruzione. L’antropologo Gérard Lenclud lo definisce come un luogo che lo sguardo ha isolato; un sito, ma un sito contemplato; uno spazio, ma uno spazio inquadrato; un ritaglio del mondo, ma un ritaglio con un significato.

Abbiamo riunito i diversi contributi per nuclei tematici: doveroso partire dalle due voci che più di altri hanno raccontato e contribuito a definire il paesaggio della Pedemontana: Andrea Zanzotto e Luciano Cecchinel. Il numero si apre con una lunga intervista, condotta da Nicola De Cilia e da Miro Graziotin, al poeta Luciano Cecchinel, il quale si sofferma sul poeta di Pieve di Soligo, che non solo ha abitato la sua terra, ma che dalle potenze oscure di quella terra ha preso forza e nutrimento. 

Andrea Zanzotto, © Graziano Arici

Un’intervista, quella a Cecchinel dal curioso titolo “The wonders you perform”, titolo di una canzone scritta da Jerry Chesnut e interpretata da Tammy Wynette negli anni ’70 (nota in Italia per la versione di Ornella Vanoni “Domani è un altro giorno”): quale ruolo possa aver svolto nella vita di Cecchinel lo potrete capire leggendo l’intervista che ci conduce attraverso la sua intensa biografia umana e poetica. Seguiamo poi (e di poetico percorso tra i colli del Quartier del Piave si tratta) Miro Graziotin rievocare le gesta di Nino Mura, il “Duca della Rosada di Rolle” (ivi incoronato da Giovanni Comisso), attore, astronomo, gastronomo, agricoltore, empirico, erborista, indovino, nonché Poeta contadino, epigrammatico e definitivo, a cui Andrea Zanzotto ha dedicato un gustoso e denso ritratto, Colloqui con Nino.

Roberto Masiero, con notevole estro e originalità, nel suo “Omaggio a Andrea Zanzotto” compone un vero e proprio inno panico a partire da un’evocazione al Pan, dio delle selve e della natura (oggi diremmo del paesaggio), nella poesia Verso i Palù di Zanzotto. Masiero risponde assemblando nelle trame delle molte mitologie frammenti, inni, poesie dedicate a Pan per rovistare nel fondo di ogni paesaggio possibile. Non un semplice collage, ma un gioco per far cantare il mondo del poeta solighese nell’unione con alcuni suoi fratelli, dispersi in un tempo senza tempo, che hanno saputo la lingua degli dei.

Nel labirinto verde dei campi chiusi e acque dei palù del Quartier del Piave, © Paolo Steffan

Michele Felice parte dal documentario Logos Zanzotto che Denis Brotto ha dedicato, uscito nel 2021, a cento anni dalla nascita del poeta, accompagnandoci attraverso i paesaggi rarefatti, ma liberi dall’appesantimento antropico del film; paesaggi privi della presenza umana che vorrebbero non farsi capire fino in fondo. E l’acqua, dominatrice assoluta del paesaggio, aumenta il ritmo delle immagini con un sovrappiù sonoro, di pioggia e gocciolio: un battito necessario, un cuore pulsante, persistente lungo tutta la pellicola che fanno pensare ai film di Andrej Tarkovskij.

Nell’articolo dal titolo “Il cittadino B. Miotto: un canto per Valdobbiadene”, Miro Graziotin racconta l’opera di un poeta poco noto: Olivo B. Miotto. Di lui, un altro trevigiano, Giovanni Comisso, disse: «si ha la gioia di essere convinti che in una terra feconda e adorabile può ancora fiorire la poesia». Il cuore di Miotto è il metronomo irrequieto che oscilla tra i poli della vita, la natura e l’amore, la storia e la finitudine, la carne e il sangue. Graziotin, che con Miotto condivide lo stesso paesaggio collinare di Valdobbiadene, mette in luce il lavoro da «agrimensore solitario» che ha camminato la sua terra per una personale geografia degli affetti, il cui instabile baricentro è «la nostalgia per il Paradiso perduto che abitiamo ogni mattina aprendo la porta sulla valle».

Toni Adami (il primo da sinistra con la barba) sul monte Salvedella

Nell’articolo dedicato a Miotto, si fa il nome di Toni Adami. Giuliano Galletti ci aiuta a conoscere più a fondo la vita e la generosità di questo partigiano «disarmato e disarmante»: Adami, infatti, è un pacifista radicale che, durante la Resistenza, rifiuta di usare le armi, si occupa di stampa e propaganda e soprattutto cura i rapporti spesso difficili tra partigiani e la popolazione. Il 26 marzo 1945, viene ucciso mentre cerca di sfuggire alla cattura da parte di una pattuglia tedesca. Da questa capacità di mantenersi fedele alle sue convinzioni fino alle estreme conseguenze, è facile cogliere la forte influenza che Adami ebbe su chi lo conobbe, ma anche il sostanziale isolamento in cui dovette vivere. Andrea Zanzotto lo considerò uno dei suoi maestri.

Mauro Scroccaro ci conduce invece alla scoperta delle tracce longobarde che innervano il territorio della pedemontana trevigiana. I longobardi si spostarono durante il VI secolo verso l’Italia, devastata allora dalla guerra gotico-bizantina: un intero popolo in marcia, in cerca di nuove e migliori terre sulle quali insediarsi. Possiamo seguirli fino al loro arrivo nel trevigiano, attraverso le flebili tracce delle cronache dello storico longobardo Paolo Diacono. E se Padova, Monselice e Mantova, Oderzo, rimasero nelle mani dei bizantini, il corridoio longobardo tra Cividale, Vicenza e Verona, non poteva che passare appoggiato ai percorsi della pedemontana, sfruttando una rete di presidi già in parte preesistenti alla stessa epoca romana. La toponomastica ci aiuta a ricostruire quell’antico e oscuro passato.

Il borgo e le colline di Rolle (Cison di Valmarino), © FAI (Fondo ambiente italiano)

Dai tempi storici, ai tempi geologici: Francesco Vallerani, a partire dalle molteplici morfologie del paesaggio, ci racconta come nelle Prealpi venete si sia sedimentata una complessa armonia tra le invarianti geologiche e la secolare presenza umana, ma anche come su questo infinito e prestigioso sedimentarsi di memorie geologiche e culturali, si siano abbattute devastanti offese e distruzioni. Chi riuscirà a fermare, si chiede Vallerani, tra rabbia, angoscia e indignazione, la rinnovata aggressività nei confronti del bene comune, che proprio lungo la pedemontana sembra dar sfogo alle più violente pulsioni di una classe politica incapace di governare questa egoistica ferinità? In una guerra impari contro dinamiche così potenti e diffuse, la disfatta sembra inevitabile. Eppure, spes contra spem, Vallerani indica in una linfa vitale che proviene proprio da quel paesaggio la possibilità di innescare percorsi di consapevolezza e condivisone, gli unici in grado di aiutarci a uscire dallo stretto e cupo corridoio della sconfitta.

Antonio Costa prende in esame due documentari di Riccardo De Cal girati in luoghi contigui, per lo più in provincia di Treviso e lungo il corso del fiume Piave: si tratta di Memoriae causa. Carlo Scarpa e il complesso monumentale Brion (2007) e Oltre le rive (2021). Memoriae Causa è stato realizzato in occasione del centenario della nascita di Carlo Scarpa (1906-1970) ed è dedicato alla Tomba Brion, capolavoro dell’architetto veneziano. Il film Oltre le rive racconta il Piave, «il fiume che non c’è»: un fiume scomparso che vive nella memoria collettiva di un paese, ma che nel suo letto ormai è morto. Non c’è più o quasi, “bevuto” da centoventuno centrali idroelettriche, da innumerevoli punti di attingimento per l’innevamento artificiale dei campi da sci, per l’incremento della produzione agricola, e così via. Sopravvive come retaggio, come leggenda, come ricordo. Il documentario è una sorta di un viaggio a ritroso nel tempo per fare emergere quest’idea del Piave come ferita che non si rimargina.

Riccardo De Cal, Oltre le rive La transumanza al Passo San Boldo (Prealpi bellunesi)

“Pedemontana” non indica solo un territorio (un paesaggio?) ai piedi dei monti: è anche il nome di un’autostrada che si sviluppa lungo un’asse molto preciso: Spresiano, Montebelluna e Asolo, Marostica, Arzignano, Malo.Anna Trevisan ha intervistato lo scrittore Paolo Malaguti che alla costruzione della strada e al suo impatto ha dedicato un libro dal titolo Lungo la Pedemontana. In giro lento tra storia, paesaggio veneto e fantasie (Marsilio, 2018). Lo scopo è di testimoniare, affidando alle nuove generazioni il senso di responsabilità verso i propri paesaggi: «Vivere in un luogo a fortissima metamorfosi come il Veneto, afferma Malaguti, se non si ha un narratore in famiglia o a scuola che ti racconta il “com’era prima” – rischia di proiettarti in un eterno presente senza punti di riferimento, in cui tutto cambia ed è indifferente dove sei e, quindi, come dice Meneghello, è indifferente chi sei».

Lucio Carraro ha intervistato invece il poeta Pier Franco Uliana, nato a Fregona ma che ora vive nella “bassa”, a Mogliano Veneto, autore di raffinatissime sillogi in italiano e in dialetto. Da poco ha pubblicato In difesa della grande vizza, una preziosa plaquette dedicata alla sua grande foresta, il Cansiglio, breve e magistrale dissertazione sulle corrosive “deforestazioni” della modernità. «Una lingua di legno» ha detto della sua poesia il filosofo Giorgio Agamben, «una lingua-selva, in cui l’umanità si è perduta, e dove le parole di Uliana, fra le voci più alte e complesse della sua generazione, sono varchi nel labirinto del foglio». Pier Franco Uliana sceglie di posizionarsi ai margini del bosco e del pensiero logico, per poter essere attraversato al contempo dai sensi del selvatico e dalle “abitudini” della radura. Una dimensione che gli ha consentito, poeticamente, di cogliere difformità di tempo e di spazio.

La pedemontana vista dai colli di Collalto, © Paolo Steffan

Con Giancarlo Vettorello, parliamo invece delle Colline del vino. Storia di un patrimonio. Racconta la fatica di salvaguardare un paesaggio e la grande discussione sulla “sostenibilità” dei territori, che porterà, nel 2019, al riconoscimento da parte dell’Unesco dell’unicità delle colline del Prosecco. Tutto inizia nel 2004, a Rolle, primo Borgo FAI in Italia: un momento di analisi e di confronto, dove appare chiara la distanza tra gli intenti conservatori del FAI e il pragmatico uso del territorio dei viticoltori. Mapartendo (ancora una volta) dalla poesia di Andrea Zanzotto, pur con fatica, si prende coscienza della necessità di agire, mettere insieme una comunità e risolvere le divergenze. E Zanzotto, affiancando ai racconti gioiosi ed eroici delle imprese di Nino Mura le denunce più forti, si propone come aspra guida verso una composizione dei contrasti, lui che, per tutta la vita, ha condiviso, con intellettuali e contadini, i luoghi e il senso della comunità, senza sconti e infingimenti.

Patrizia Loiola ci presenta l’esperienza dell’azienda agricola di Vitale Girardi, “Malga Ribelle”, nome quanto mai battagliero: tra le colline del comune di Farra di Soligo coltiva un ettaro e mezzo di vigneti, seguendo un’agricoltura rispettosa della biodiversità e della vitalità del suolo. Non solo Glera, il vitigno del prosecco, ma anche altri vitigni autoctoni. Vitale Girardi incarna la nuova generazione del valdobbiadenese, dove la sapienza antica si intreccia con la conoscenza moderna per esprimere con consapevolezza l’anima del proprio territorio. Nelle sue parole, tutto l’orgoglio di un “ribelle”.

Vitale Girardi con i suoi prodotti, © Pietrangelo Pettenò

Nell’ultima parte della rivista, ci rivolgiamo ai margini est e ovest della Pedemontana, attraverso alcuni artisti rappresentativi. Il primo è Loreto Martina: ciò che si concretizza sulla tela è frutto di uno scandaglio nel profondo, da cui emergono quelle emozioni che Martina estrae dal suo vissuto e che arrivano fino a noi. «Quello che può sembrare sfacelo – ha detto di lui il critico Nino Barbantini – è conclusione: è sensazione, creazione di uno spazio senza termine». Martina, scrive Nicola De Cilia, è tenacemente attaccato a un concetto di pittura che continua ad avere nella tela e nei colori il suo perno, la sua autenticità, perché il nuovo in pittura (e nelle arti) è dietro di noi, in quel Novecento che non ha affatto esaurito i suoi argomenti e i suoi impulsi. Privarsi di questa eredità drammatica, sarebbe come uscire da un’aria musicale, senz’altra prospettiva che il rumore circostante.

Storia di un bocia di Olivo Bin è un titolo perduto nell’oblio di un autore dimenticato; eppure, questo libro di un ventinovenne di Conegliano vinse il Premio Viareggio Opera Prima nel 1980. Paolo Steffan ci racconta l’eccentrico romanzo partorito dalle visioni ad alto tasso alcolico di un altrettanto eccentrico narratore: una psichedelia di visioni e racconti che, per certi versi, fa pensare alla realtà emiliana parallelamente ritratta da Tondelli con Altri libertini (1980). Il romanzo descrive quei veneti antichi ancora presenti in certe pagine “grasse” di Comisso, Meneghello, Parise, Zanzotto e altri che hanno subito una mutazione antropologica: figure sfuggenti, incattivite, ridotte a fastidiose voci di un coro che sparla e rimbrotta, o descritte mentre sfrecciano su opulenti mezzi motorizzati. Un autore geniale, la cui genialità, come constatò Ferdinando Camon, è andata sprecata, annegata in una bohème male intesa.

Conegliano, Palazzo Mazza e Fontana del Nettuno, © Paolo Steffan

Carlo Sala si sofferma sul “Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee”: dalla scultura alla fotografia, dalle installazioni alla sound-art, dalla performance alla pittura. L’autore dell’articolo è anche curatore del premio: in oltre un decennio di attività ha tentato di far emergere alcune istanze rappresentative del presente nell’ambito della giovane arte e della fotografia contemporanea. Francesco Fabbri fu una importante figura del dopoguerra: prima sindaco di Pieve di Soligo, poi membro del Parlamento, Sottosegretario e infine Ministro della Repubblica; nella sua carriera di uomo politico fu innovatore della pubblica amministrazione e delle politiche del territorio e proprio per questo nel 2012 si volle dedicargli questo concorso, come omaggio alla sua memoria.

Virgilio Scapin

Marco Cavalli ci dona un bellissimo ritratto di Virgilio Scapin, “Il libraio con le bretelle”: libraio, scrittore, amico di scrittori, poeti ed editori, Scapin è stato il creatore e il brillante interprete del suo stesso personaggio. La sua fisionomia, il suo portamento, le sue bretelle, facevano parte del paesaggio di Vicenza, erano altrettanti scorci tipici della città. Scapin, ci racconta Cavalli, era la quintessenza di un modo di essere il cui ingrediente principale era il clericalismo in salsa vicentina: un clericalismo irrequieto, amletico, che dalle proprie contraddizioni trae una linfa che lo fortifica. «La letteratura, scrive ancora Cavalli, era per lui più uno stupefacente che un mestiere. La prospettiva di scrivere un libro lo colmava come un bel sogno che ha tutto da perdere a essere realizzato».

Infine, con Alberto Trentin andiamo dalle parti di Malo, ancora nel vicentino, “A margine di un lungo dispatrio. Luigi Meneghello e la piccola patria”. Trentin fa emergere, indagando le diverse opere, lo stretto rapporto tra la scrittura di Meneghello e l’abitare: il legame tra le parole e i luoghi è dichiarato in modo inoppugnabile. Il problema da porre a tema, per Meneghello, è sempre quello della lingua e della sua capacità di dire le cose, di dire questa verità. E la lingua, che si fa scrittura, è quella che, unica, può dare conforto e aiuto nel tentativo di comprendere ciò che si è da ciò che si ha abitato. È Meneghello stesso a individuare «un senso molto vivo dei rapporti tra i luoghi e (diciamo per semplicità) le nostre idee».

Luigi Meneghello, © Effigie Edizioni

Con Meneghello giungiamo al termine di questa lunga carrellata: risulta evidente quanto il paesaggio ci offra modi efficaci e profondi di rappresentarci a noi stessi, di plasmare la memoria e di dare una forma al pensiero. Paesaggio e natura, ha scritto Robert Macfarlane, «non stanno semplicemente lì a farsi guardare; no, esercitano un’azione sopra e dentro i nostri corpi e le nostre menti, influenzano in modo complesso i nostri umori, le nostre suscettibilità. Ci interrogano e ci passano al vaglio»: i paesaggi, così come contengono certe pietre e piante, contengono anche determinati pensieri. Ed è pur vero che la nostra mente viene plasmata, oltre che dai caratteri genetici ereditati e dalle genealogie assimilate, anche dall’esperienza corporea di stare nel mondo, nei suoi spazi, nelle sue strutture, nei suoi suoni, odori, ritmi. Tra le forme fisiche del mondo che ci circonda e la configurazione del mondo interno della nostra immaginazione è in atto uno scambio costante che ci modella in modo straordinario. Ecco da dove viene l’importanza del paesaggio. Eugenio Turra, ne Il paesaggio come teatro, rifletteva su come, oggi, purtroppo, le memorie si costruiscano su spazi dilatati, vari, casuali e riguardino vicende e incontri che prescindono sempre più dai luoghi della nostra esistenza: una frammentazione-distruzione degli spazi di vita così come si erano venuti ordinando attraverso secoli di civiltà per la quale contavano gli equilibri tra il naturale e l’urbano, il naturale e l’artificiale.

Non si può impunemente prescindere dal paesaggio così come è venuto sedimentandosi nel tempo: occorre salvaguardare non solo il monumento (nel senso etimologico, di “richiamo alla mente”), ma anche ciò che gli sta intorno, occorre salvaguardare la continuità sulla quale si costruisce la storia delle società, mantenere perciò dei richiami, dei riferimenti del passato al fine di conservare un dialogo con esso. Il numero di “Finnegans” che state sfogliando, vuole contribuire a tutto ciò.

Nicola De Cilia, scrittore, critico letterario e docente


Immagine di copertina
Le colline del prosecco, © Arcangelo Piai

Autore