Grande libreria bianca a muro carica di libri nello studio dello storico Giovanni Levi

“Il mondo non è più quello di 30 anni fa”. Intervista allo storico Giovanni Levi a cura di Michelangelo Suma

“La nostra epoca è un’epidemia di sub-imperialismi.” A sostenerlo in un’intervista del febbraio 2026 è il celebre storico Giovanni Levi, direttore assieme a Carlo Ginzburg della collana Einaudi Microstorie e Professore emerito di Storia Moderna dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Da sempre sostenitore di una lettura con il microscopio dei fenomeni sociali, il Professore è critico nei confronti della Global History, campo storiografico sviluppatosi verso la fine della Guerra Fredda, che avrebbe sostituito il ruolo degli stati nazionali con una globalizzazione neoliberista, immaginandone il modello. Lo scenario proposto dai Global Historians, a causa di una miriade di sub-imperialismi emergenti, non è più applicabile ad un mondo attuale diviso da conflitti sia fra grandi potenze, sia fra attori emergenti come Turchia e India. Partendo dalle tappe decisive della sua vita per il suo lavoro come storico, Levi ha spiegato nell’intervista come ha maturato la sua visione della storia in relazione al rapporto fra economia e politica.

Primo piano di Giovanni Levi seduto al tavolo durante l'intervista

Come ha vissuto la sua infanzia durante la seconda guerra mondiale da bambino ebreo figlio di antifascisti?

«Fino all’8 settembre del 1943 ho vissuto ad Ivrea, città in cui mio padre era direttore tecnico della Olivetti. Durante l’occupazione nazifascista dell’Italia fuggimmo da Ivrea per andare prima in Valle D’Aosta, poi a Stresa da un impiegato di mio padre e infine a Torrazzo Biellese, paese in cui trovammo rifugio fino al 29 aprile del 1945. Mentre mio padre era prima partigiano come membro di “Giustizia e Libertà” nel vercellese, poi a Torino come responsabile economico piemontese del Comitato di Liberazione Nazionale, noi eravamo in un piccolo paese in cui la maggior parte dei giovani era assente per la loro militanza nei partigiani nel Canavese e nel Biellese. Per questo motivo il paese era soggetto a frequenti rastrellamenti da parte dei nazi-fascisti. Io avevo vissuto i primi sei anni della mia vita durante tutti gli anni della Seconda Guerra Mondiale e non avevo un’esperienza precedente rispetto alla guerra e alla persecuzione degli ebrei. Avevo dunque un’immagine normale dei fatti che vivevamo e in qualche modo trovavo la situazione come l’espressione di una quotidianità prevedibile che non sapevo interpretare. Mia madre aveva gestito in modo molto coraggioso questa realtà inconsueta per me e per i miei fratelli. Dopo la guerra, poiché la nostra casa era stata distrutta dai bombardamenti, ci trasferimmo a Torino e per alcuni mesi fummo ospitati nella casa dei nostri cugini, uno dei quali era proprio Primo Levi, non ancora ritornato da Auschwitz. Successivamente andammo nella casa di Renzo Fubini, morto ad Auschwitz».

Siccome dipingeva, da chi ha preso la passione per la pittura nella sua famiglia?

«Io ormai non dipingo da quando avevo 16 anni, sia perché mia madre voleva evitare una rivalità fra fratelli, sia perché con il mio amico Carlo Ginzburg ho sepolto tutti i miei quadri in giardino. Sebbene buona parte della mia famiglia dipingesse nessuno è diventato pittore, ad eccezione proprio di mio fratello Stefano e di mio zio Carlo Levi».

Due quadri di nature morte con frutta appesi a una parete bianca
Dipinti di Carlo Levi

Avendo assistito al primo grande sciopero degli operai della Fiat del 1958 a Torino, intravedeva già all’epoca quelle divisioni all’interno della classe operaia di cui poi ha discusso nelle sue conferenze?

«Dopo aver fatto il liceo classico a Genova, mi sono iscritto all’Università di Torino, città che era sia un centro culturale molto attraente, sia un luogo importante per il conflitto fra operai e padroni. Durante gli anni universitari, periodo in cui discutevamo molto di politica, organizzai un gruppo importante di studenti vicini al Partito Socialista. Dal 1961 sono stato segretario della sezione Matteotti di Borgo Salvario, ma diedi le dimissioni dal 1964, quando il Partito Socialista si riunificò con il Partito Socialdemocratico di Saragat. Dopo essermi laureato in Storia nel 1964, aderii ad un gruppo di sinistra di operai e studenti in Val di Susa. Ritenevo ingenuo il l’operaismo dei gruppi di estrema sinistra, che faceva riferimento ad un’idea di classe operaia omogenea. È lì che cominciai ad immaginare una storiografia microscopica, mentre studiavo i sistemi di cottimo in una fabbrica. Una volta, discutendo con gli operai del luogo, loro ci dissero che il lavoro in fabbrica non era tutta la loro vita, ma solo la parte negativa; l’altra vita degli operai, che comprendeva i momenti in cui erano fuori dalle officine, era una realtà da comprendere meglio. D’altra parte, non tutti gli operai aderivano agli scioperi, dato che ognuno di loro, in quanto individui, poteva prendere decisioni diverse. Da lì nacque per me il progetto della Microstoria ed iniziò come critica politica ad una lettura sociologica, di cui anche la storiografia marxista si faceva portavoce, che semplificava eccessivamente macrogruppi come classe operaia o borghesia senza osservarli con il microscopio».

Come nacque la sua amicizia con Carlo Ginzburg?

«Incontrai Carlo a 14 anni giocando a pallone con luial Parco del Valentino di Torino; da lì fummo amici per il resto dei nostri giorni, pur con separazioni e riavvicinamenti. Eravamo nati lo stesso mese dello stesso anno ed avevamo all’anagrafe lo stesso nome, visto che entrambi eravamo stati chiamati Carlo Nello in onore dei Fratelli Rosselli uccisi dai fascisti. Dopo un periodo in cui non ci eravamo visti per il trasferimento di Ginzburg alla Normale di Pisa, verso la fine degli anni 70 fondammo la collana Einaudi Microstorie, che continuò fino all’acquisto della casa editrice da parte di Silvio Berlusconi»

Quali approcci storiografici venivano criticati dalla collana Microstorie?

«Principalmente due correnti diffuse non solo in Italia, ma anche in altre parti del mondo. La prima era la visione marxista-positivista di cui ho parlato precedentemente, mentre la seconda era la storiografia di stampo crociano, che non riguardava la storia sociale, ma la storia delle idee. Ginzburg rimase in parte legato a questo secondo approccio, studiando però il ruolo della cultura popolare. In fondo il suo maestro Delio Cantimori scrisse saggi su personaggi storici che rappresentavano idee in opposizione, ma senza considerare la cultura popolare meno ufficiale, oggetto degli studi di Ginzburg come Il formaggio e i vermi e i Benandanti. Io invece mi occupai delle società popolari, definendo la mia storia come scienza delle domande generali e delle risposte individuali e contrastando le generalizzazioni sociologiche di cui parlavo precedentemente. L’obbiettivo era da un lato quello di recuperare il ruolo popolare nella storia, in contrasto con la tesi portata da Benedetto Croce di una storia di soli intellettuali, e dall’altro quello di recuperare gli individui all’interno dei gruppi sociali».

Lei ha sostenuto, essendo critico della Global History, che la globalizzazione sia morta a causa dei sub imperialismi degli ultimi anni. Se però osserviamo gli anni ‘90, periodo in cui si affermava la globalizzazione, erano già riscontrabili, ad esempio con la Guerra in Cecenia, delle prime tracce di sub-imperialismo nella Russia e in altri paesi. Possiamo quindi affermare che una Globalizzazione rappresentativa di un mondo unipolare non sia mai esistita?

«Io ritengo al contrario che l’idea di globalizzazione sia esistita per 25 anni. Dopo la caduta dell’Urss la Russia dell’epoca, pur avendo degli interessi geopolitici, era molto indebolita, la Cina non era ancora in gioco, mentre l’economia neoliberista trionfava in tutto il globo. Nell’ultimo decennio stiamo assistendo ad un’epidemia di sub-imperialismi, che include una quantità di stati come Russia, Usa, Cina, Turchia, India e Iran, che puntano al controllo di paesi vicini. A causa della globalizzazione gruppi di finanzieri non controllati politicamente, per lo più americani, sono riusciti a sottrarre alla politica statale la direzione dei sistemi finanziari come Must e di informazione come Google; per esempio, nonostante l’annuncio di blocco delle carte Visa, Trump non potrà ancora fare nulla, poiché neanch’egli è capace di controllare il sistema finanziario. Dall’incapacità degli stati di controllare questi aspetti è nato quel nazionalismo che ha portato alla frammentazione del mondo in tanti sub-imperialismi. Le uniche quattro aree che non sono riuscite a costruire un proprio dominio sono l’Europa, il Sud America, l’Africa e il Sud Est Asiatico. La mia polemica contro la Global History riguardava sia la tesi sull’ininfluenza degli stati nazionali, sia l’idea di promuovere un non controllo politico sull’economia, di cui risentiamo ancora oggi. Perché Google non paga le tasse in Italia? Perché non c’è un Visa Europeo? Dato che i sistemi produttivi economici si gettano una volta saturi nella finanza per poter sopravvivere, credo che gli Stati Uniti verranno superati dalla Cina come principale nazione produttrice ed esportatrice di manufatti, avendo iniziato da tempo a finanziare altri stati».

Collezione di statuette di rinoceronti esposte su un mobile antico sotto un ritratto
Un angolo della libreria di Giovanni Levi con la collezione di rinoceronti

Lei crede che la Global History, oltre che nelle università sia entrata anche nei programmi scolastici italiani?

Sicuramente. Non dimentichiamo che la Global History è stata un’operazione politica, dato che gli Stati Uniti, per mezzo dell’American Historical Review, hanno investito una quantità enorme di soldi per obbligare tutti i paesi del mondo ad avere cattedre di Global History. Questa operazione, che incluse anche riviste e testi scolastici, serviva per celebrare il trionfo del libero mercato e dell’ideologia neoliberista. L’assunto di un mondo unipolare è improprio, ma è scorretto anche pensare ad un conflitto che riguardi solo Cina, Russia e Stati Uniti, visto che è importante conoscere gli obbiettivi della Turchia, dell’India, dell’Iran, dell’Egitto e di altri stati».

Secondo lei è possibile una nuova storiografia che tenga in considerazione le connessioni, senza rinunciare ai particolari?

«Io porrei la questione in modo diverso. Quando parliamo di generalizzazione e di individuazione, non dobbiamo pensare che queste due categorie siano in contatto, poiché sono parallele. Dobbiamo pensare che un fatto generale produca un ventaglio di cose singolari; se diciamo Fascismo per indicare le dittature di Franco, Salazar, Pinochet e Mussolini, diciamo in realtà molto poco. Nell’esempio in questione possiamo assumere la generalizzazione sul Fascismo come una domanda, poiché le domande in Storia rimandano anche a cose molto distanti fra loro, che generano nuove domande; dal Fascismo in generale si passa al Fascismo italiano, per poi arrivare agli altri “fascismi”. Relazioni generali e casi particolari non convivono proprio, viaggiano su rotaie parallele. Se parliamo del termine Barocco, possiamo parlarne come assunto di una domanda generale, ma non di una risposta, perché esistono tanti barocchi. Vale lo stesso discorso per la Bellezza, che non può essere ricondotta ad un modello unico; cosa vuol dire che le opere di Tiziano e Canova sono belle? Che relazione c’è? Lo scopo della storiografia non è generalizzare, ma capire cosa la generalizzazione propone come ventaglio di risposte individuate».

Michelangelo Suma, studente del corso di Filosofia e Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia


Immagine di copertina
Libreria di Giovanni Levi

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