Mentre ancora stavamo lavorando al volume “6 fiumi per 70 mulini. Usi e gestione dei fiumi di risorgiva nella storia nelle provincie di Padova, Treviso, Venezia”, uscito nel 2024, ci siamo accorti di come all’interno dell’area che stavamo indagando, i mulini non fossero le uniche testimonianze di un’economia e di una socialità determinate, direttamente o indirettamente, dall’agire e dalla presenza nei secoli dell’acqua. Ci siamo accorti di altri segni e di altri profili di un’economia che per secoli hanno caratterizzato questo territorio lasciando testimonianze altrettanto significative a quelle dei mulini, ma che sempre di meno riusciamo oggi a percepire nel loro assieme, pur se straordinariamente ancora ben presenti.
La storia che abbiamo già raccontato dei tantissimi mulini, ne è un esempio significativo e trova in quest’altro lavoro, dedicato a cave e fornaci una sorta di prosecuzione, o meglio, di integrazione, dovuta al semplice allargamento delle aree di indagine che dai fiumi, o meglio, dai loro alvei, si è allargata anche ai loro margini.
Sarà infatti capitato più o meno a tutti girando per le strade delle provincie di Padova, di Treviso e di Venezia di imbattersi in cartelli con scritte tipo: “pesca sportiva ai laghetti”, “ai laghetti”, “lago blu”, “lago verde”.
I più attenti magari quei laghetti li hanno anche intravvisti dietro a folte vegetazioni o a reti di sicurezza; altri magari li hanno frequentati per prendere il sole o mangiare un gelato.

Non possono poi sfuggire i tanti laghetti che si vedono ai lati della strada a chi percorra la A27 o a chi, appassionato e curioso, si incolli agli oblò dell’aereo decollando o atterrando dall’aeroporto Canova di Treviso.
Ma oltre ai laghetti girando per questa parte del Veneto, c’è dell’altro che a volte cattura l’attenzione, questa volta in verticale: dei lunghi camini in mattone. Sono le “canore”, così si chiamano i camini delle tante fornaci di laterizio che ancora fino a pochi decenni fa lavoravano a pieno regime. Si elevavano slanciate di fianco a grandi capannoni dai tetti a volta, in mezzo a larghi piazzali dove erano accumulati mattoni e forati pronti a dar vita a nuove costruzioni e alle cui spalle crescevano vere e proprie colline di argilla ai cui piedi si sviluppavano linee di piccoli binari per spostare carrelli da miniera.

Parliamo, è ovvio, delle attività di cava di ghiaia e di argilla che, assieme alle fornaci, in questa parte di pianura hanno fortemente caratterizzato il territorio e a seguire anche il panorama.
Attività di cava che in virtù delle particolari caratteristiche del sottosuolo, si vengono a dividere e ad incrociare tra cave per l’estrazione dell’argilla e cave per l’estrazione di ghiaia. Plurisecolari le prime, ma ormai quasi scomparse; più recenti le seconde e che ancora caratterizzano con le loro attività importanti aree della provincia di Treviso.
Abbiamo cercato allora, come per i mulini, di mettere in luce l’esistenza e la sopravvivenza di queste attività e in alcuni casi, le loro trasformazioni.
Molte vecchie cave sono scomparse; alle volte semplicemente ricoperte e ripristinate ad uso agricolo, in altri casi, in anni più distanti e di non spiccata sensibilità ambientale, trasformate in discariche il cui destino non è stato sempre dei più felici.

Più recentemente grazie ad oculati ed importanti progetti di ripristino ambientale, molte cave da luoghi di degrado si sono trasformate in straordinarie oasi ambientali ottenendo in più di qualche caso l’inserimento nelle reti “Natura 2000” quali aree SIC (Sito di interesse Comunitario) grazie alla presenza di specie vegetali e animali di assoluto valore; in altri casi sono diventate dei luoghi di ricreazione e di svago, caratterizzando ambiente e paesaggio fino a diventare, negli esempi più virtuosi, fondamentali aree di fitodepurazione dei diversi corsi di risorgiva che le lambiscono.

La continuità con il precedente lavoro sui mulini può trovare degli ulteriori interessanti agganci storici e storico documentali in alcuni atti notarili relativi a contratti di epoca medievale dove vengono spesso riportate l’insieme delle attività economiche oggetto della transazione o tra di loro vicine e che non di rado comprendevano oltre a terreni coltivati e botteghe, anche mulini e fornaci , come nel caso di un atto stilato a Treviso il 15 gennaio 1220, dove Aldevrandino da Superno, cavaliere teutonico, risulta acquistare da Vito Tempesta il territorio di Stigliano che comprendeva il castello, le motte, la giurisdizione su tutto il villaggio, i mulini, una fornace di mattoni, il letto del Muson con gli argini e i terrapieni fino a Mazzacavallo.
Come per il precedente, anche questo lavoro è strutturato in una parte storico-narrativa dedicata a cave di argilla, ghiaia e fornaci curata dal sottoscritto; in una galleria fotografica che propone una selezioni delle immagini più suggestive che questi luoghi sanno produrre riprese da Giorgio Bombieri ed Elisabetta Alongi; in una guida che permette di percorrere il territorio tra il Tergola a ovest e il Sile ad est alla scoperta di questi elementi del passato e per alcuni, della loro nuova vita nel presente.
“Cave, fornaci e fornaciai tra i fiumi di risorgiva” diviene così il secondo volume di una “trilogia delle acque” che si completerà nel 2026 con il volume “Dalle paludi alle nuove aree umide. La convivenza con le acque nelle terre intorno a Venezia” che con parole ed immagini cerca di raccontare la realtà “anfibia” della bassa pianura compresa tra le provincie di Padova, Treviso e Venezia.
Mauro Scroccaro, storico e divulgatore culturale
Testi di Mauro Scroccaro
Fotografie di Giorgio Bombieri e Elisabetta Alongi
Edito da Cooperativa sociale La città del sole con il contributo del Consorzio di Bonifica “Acque Risorgive”

Immagine di copertina
Cave di Mogliano Veneto


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