Voci e paesaggi dello spirito – «La Parola della Carità in tempi di epidemie: l’esempio di Basilio di Cesarea fondatore del primo Ospedale d’Oriente», di Raffaele Vertucci (prima parte)

La Parola della Carità in tempi di epidemie: l’esempio di Basilio di Cesarea fondatore del primo Ospedale d’Oriente

 di Raffaele Vertucci

(Prima parte)

         

          In questo testo, che sarà pubblicato in due parti, si vogliono mettere in evidenza il pensiero e le “opere” di Basilio di Cesarea, detto il Grande, Padre e Dottore della Chiesa (Cesarea di Cappadocia 330 circa – ivi 379): in particolare, nella prima parte si cerca di recuperare un brevissimo spazio di vita vissuta di uomini che hanno incontrato la Verità anche alla luce degli esempi della vita e delle opere di San Basilio, primi tra tutti quel personale sanitario e quei preti diocesani così impegnati, anche a costo di rischiare la vita, in questo nostro tempo dilaniato dal virus del Covid-19, e che si sono fatti plasmare da essa, la Verità! Questo perché si comprenda che accanto ad una storia della ribalta c’è un’altra storia, di uomini che hanno accettato la sfida del tempo in cui vivono e senza restarne irretiti, pur soffrendo, hanno restituito alla storia e soprattutto all’uomo la sua alta vocazione.

          Nella seconda parte si darà grande spazio più propriamente alla “filosofia” di san Basilio, mettendone in luce ascesi e cultura ascetica, da cui prenderà vigore nel corso della storia il fondamento del cosiddetto monachesimo basiliano e che entra a pieno titolo in una storia di profonda spiritualitá. La vicenda, quella di San Basilio, nelle sue grandi linee, è la seguente: una straordinaria esperienza umana, spirituale e culturale travasata in un corpus di scritti assai nutrito e sostanzialmente omogeneo, pur nella molteplicità dei generi e dei livelli letterari (il cosiddetto corpus asceticum basiliano), pubblicato dall’autore stesso in vita allo scopo di trasmettere… piena certezza, nel nome di Cristo, a proposito di quelli che sono i… doveri (cfr. Bas.prol.6, PG 31, 1512 A.) di un cristiano che vive con profonda coerenza il Vangelo.

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Nel testo di questo numero vorrei soffermarmi su uno dei grandi Padri della Chiesa, san Basilio, definito dai testi liturgici bizantini un «luminare della Chiesa». Fu un grande Vescovo del IV secolo, a cui guarda con ammirazione tanto la Chiesa d’Oriente quanto quella d’Occidente per la santità della vita, per l’eccellenza della dottrina e per la sintesi armonica di doti speculative e pratiche.
Egli nacque attorno al 330 in una famiglia di santi, «vera Chiesa domestica», che viveva in un clima di profonda fede. Compì gli studi presso i migliori maestri di Atene e di Costantinopoli. Insoddisfatto dei suoi successi mondani, e accortosi di aver sciupato molto tempo nelle vanità, egli stesso confessa: «Un giorno, come svegliandomi da un sonno profondo, mi rivolsi alla mirabile luce della verità del Vangelo…, e piansi sulla mia miserabile vita» (cfr
Ep. 223,2). Attirato da Cristo, cominciò a guardare verso di Lui e ad ascoltare Lui solo (cfr Regole morali 80,1). Con determinazione si dedicò alla vita monastica nella preghiera, nella meditazione delle Sacre Scritture e degli scritti dei Padri della Chiesa, e nell’esercizio della carità (cfr Epp. 2 e 22), seguendo anche l’esempio della sorella, santa Macrina, che già viveva nell’ascetismo monacale. Fu poi ordinato sacerdote e infine, nel 370, Vescovo di Cesarea di Cappadocia, nell’attuale Turchia.
Mediante la predicazione e gli scritti svolse un’intensa attività pastorale, teologica e letteraria. Con saggio equilibrio seppe unire insieme il servizio alle anime e la dedizione alla preghiera e alla meditazione nella solitudine. Avvalendosi della sua personale esperienza, favorì la fondazione di molte «fraternità» o comunità di cristiani consacrati a Dio, che visitava frequentemente (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,29 in lode di Basilio). Con la parola e con gli scritti li esortava a vivere e a progredire nella perfezione (cfr Regole brevi, Proemio). Alle sue opere hanno attinto anche vari legislatori del monachesimo antico, tra cui san Benedetto, che considerava Basilio come il suo maestro (cfr Regola 73,5). In realtà, san Basilio ha creato un monachesimo molto particolare: non chiuso alla comunità della Chiesa locale, ma ad essa aperto.
I suoi monaci infatti facevano parte della Chiesa locale, ne erano il nucleo animatore che, precedendo gli altri fedeli nella sequela di Cristo e non solo nella fede, mostrava la ferma adesione a Lui – l’amore per Lui – soprattutto in opere di carità. Questi monaci, che avevano scuole ed ospedali, erano al servizio dei poveri ed hanno così mostrato la vita cristiana nella sua completezza.

Monaci basiliani della penisola salentina

Come Vescovo e Pastore della sua vasta Diocesi, Basilio si preoccupò costantemente delle difficili condizioni materiali in cui vivevano i fedeli; denunciò con fermezza i mali; si impegnò a favore dei più poveri ed emarginati; intervenne anche presso i governanti per alleviare le sofferenze della popolazione, soprattutto in momenti di calamità; vigilò per la libertà della Chiesa, contrapponendosi anche ai potenti per difendere il diritto di professare la vera fede (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,48-51). E a Dio, che è amore e carità, Basilio rese una valida testimonianza con la costruzione di vari ospizi per i bisognosi (cfr Basilio, Ep. 94), quasi una città della misericordia, che da lui prese il nome di Basiliade (cfr Sozomeno, Storia Eccl. 6,34). Essa sta alle origini delle moderne istituzioni ospedaliere di ricovero e cura dei malati.
Quegli ospedali che oggi sono diventati luoghi simbolo della lotta al virus Covid-19: e mentre il silenzio riempie le strade delle città, mentre ci si lamenta per questo scenario desolante che ha cambiato le vite di noi tutti, negli ospedali forse non c’è tempo per pensare. Ogni secondo è fibrillazione, tensione, stanchezza, rischio. Medici, infermieri, personale sanitario non si fermano un attimo, la maggior parte di loro ha solo la ferrea intenzione di salvare vite. Punto. Non ci sono più orari, spesso i sistemi di protezione non esistono o sono inadatti e quindi una sorta di inutile appiglio psicologico. In corsia il silenzio che si respira fuori non si sente, non c’è tempo. E poi, quando si torna a casa c’è la paura di essere un rischio per i familiari, da cui si vive a debita distanza, sperando di non aver portato a casa il male che oggi si combatte. Questo è quanto emerge da molte strutture. La fatica, lo smarrimento, la stanchezza ma anche una richiesta di aiuto, di sostegno, così come di una maggiore consapevolezza a tutti i livelli di cosa significhi oggi affrontare il coronavirus. Senza dimenticare che in mezzo a tutto questo ci sono anche i pazienti, soli davanti a un futuro fragilissimo, isolati dal resto del mondo così come dai cari, spesso, a loro volta, in quarantena. La situazione è dura, difficile, tesa e dolorosa ma guai a considerare degli eroi gli addetti ai lavori… come non si sentivano eroi coloro che si adoperavano nelle Basiliadi! Oggi si sentono dichiarazioni di stima e riconoscenza verso i tanti infermieri, ambulanzieri, medici, paramedici che operano negli ospedali. Si sente spesso dire che “sono degli eroi”. L’eroismo è un gesto che supera il nostro normale vivere, unico, che eleva chi lo compie al di sopra i tutti noi e in questo senso può essere letto come un riconoscimento verso quelle persone.
Allo stesso tempo, la patente di eroe spinge chi la ottiene al di fuori della realtà, lo mitizza, fino a non riconoscerlo più come simile. Questo temeva Brecht, il bisogno di pensare a qualcosa al di sopra dell’umano per poi concludere che si tratta di un’eccezione. Chi oggi lavora negli ospedali e in tutte le strutture che servono a proteggerci e a salvarci da questa epidemia sta facendo certamente più di ciò che faceva quotidianamente, ma sta facendo al meglio il proprio mestiere, che è quello di aiutare gli altri e in questo modo pregare, come amava affermare David Maria Turoldo1.

David Maria Turoldo nel suo studio presso l’Abbazia di Sant’Egidio di Fontanella (da Finnegans n. 19 del 2011 – Foto di Nino Leto)

C’è qualcosa di farlocco e di nauseante nella retorica di questi giorni sulla guerra alla pandemia e sull’eroismo dei medici in prima linea. «Una scorciatoia lessicale», l’ha definita Paolo Giordano. Un modo per eludere il nostro sgomento di fronte all’inaudita novità di quanto sta accadendo. E per scacciare i sensi di colpa verso chi lavora allo stremo per salvarci la vita.
Nessuno parlava di guerra, nell’autunno del 1918, a proposito della “Spagnola”. Un po’ perché la guerra, quella vera, stava finendo proprio allora, dopo quasi quattro anni di carneficine. Un po’ perché contro un virus sconosciuto non c’erano armi a disposizione, a parte il chinino, il cognac e qualche intruglio miracoloso: si poteva solo soccombere o guarire, ma combattere non era un’opzione.
E nessuno trattava da eroi medici e infermieri. Gli eroi, per definizione, portavano la divisa, non il camice bianco (a meno che sul camice non fossero appuntate le stellette). E se morivano dovevano morire in trincea, con la baionetta innestata, tra squilli di tromba e fragore di granate, non certo per malattia, in una corsia d’ospedale come un civile inerme. Basta andarsi a rileggere i necrologi dedicati in quei giorni sul Corriere ai combattenti stroncati dalla Spagnola.
Ecco alcuni esempi: «Il tenente, i sottufficiali e i militari tutti dell’Officina distaccata del 1° autoparco annunciano con sommo dolore l’irreparabile perdita del loro amato capo-officina Maresciallo… dopo 41 mesi di ininterrotto adempimento del proprio dovere, fulgido esempio di elette virtù». Virtù guerresche, si suppone, del tutto inefficaci contro l’influenza. «Spegnevasi, dopo breve malattia, in un ospedale da campo in Verona, il soldato automobilista…, già appartenente ad un battaglione d’assalto, decorato di medaglia di bronzo al valore». Dove l’accento cade sulle imprese belliche, non sulla battaglia perduta col morbo.
O ancora: «Dopo avere sfidato la morte per oltre due anni in aspri combattimenti sul Carso, solennemente encomiato e proposto per la medaglia d’argento cessava di vivere per morbo violento e inesorabile…». «Sfuggito miracolosamente alla morte sul San Michele, dove pugnando da prode riportò una gloriosa ferita, moriva a soli trentaquattro anni per violenta malattia il Maggiore…». Qui c’è quasi il rammarico che la gloriosa ferita non se lo sia portato via, invece di consegnarlo ingloriosamente a un mostro invisibile.

Catherine Barkley (Addio alle armi di Ernest Hemingway)

Nel sacrario di Redipuglia è sepolta una crocerossina, Margherita Orlando, unica donna tra centomila scheletri maschili. I pomposi versi incisi sulla lapide la celebrano come un’eroina, in quanto curava i soldati maciullati dalle bombe («A noi, tra bende, fosti di Carità l’Ancella»), ma sorvolano sulle cause della morte. Proiettili austriaci? No, febbre spagnola. Anche l’infermiera di Addio alle armi è assurta a dignità letteraria per aver assistito e amato un celebre ferito di guerra, non un contagiato. La Spagnola non è mai stata “cool” o “trendy”.
Non ha mai avuto la nobiltà della Tbc, o il macabro fascino della peste. Non è mai diventata epopea. Pur avendo fatto uno spaventoso numero di vittime, cinque o sette volte quelle del primo conflitto mondiale, non è riuscita a fare breccia nelle officine dell’immaginario, già fin troppo ingombre di un’altra, recente e ben più spettacolare esperienza di “morte di massa”.
Ernest Hemingway e John Dos Passos si conoscono al fronte in Europa, entrambi guidano le ambulanze. Vedono da vicino gli effetti devastanti della pandemia, il secondo rischia addirittura di morirne. Eppure nei loro libri non ce n’è traccia, a parte, per Dos Passos, un cenno nel romanzo 1919 e ne I tre soldati, dove un reduce che ha perso le gambe in trincea si consola dicendo «Be’, io non sono morto di influenza». La scarsissima narrativa ispirata alla Spagnola è opera di scrittori minori o semisconosciuti, come Katherine Anne Porter (Bianco cavallo, bianco cavaliere, 1944) o Thomas Clayton Wolfe, che in Angelo, guarda il passato (1928) racconta l’agonia del fratello strangolato dal virus.

Jude Law e Colin Firth in Genius,  film di Michael Grandage, dal romanzo Angelo, guarda il passato, di Thomas Clayton Wolfe

L’angelo del titolo non è l’infermiera che veglia il moribondo, verso la quale l’autore mostra al contrario ben poca simpatia («Era di razza montanara: grossolana, dura e volgare, con scarsa pietà e una fredda brama per le miserie della malattia e della morte») tanto da inveire contro la sorella che l’ha assunta: «Perché avete preso quella testa di morto? Come può guarire con lei accanto?». Tutto, insomma, meno che un’eroina.
Nei romanzi che qualcuno sta forse già scrivendo e che leggeremo tra un anno o due, nei film e nelle serie che prima o poi vedremo su Netflix o su Amazon, medici e infermieri del Covid-19 saranno trattati sicuramente meglio di così. È probabile anzi che diventino protagonisti di un’epopea, come in ER, Grey’s Anatomy o Doctor House. Il che naturalmente non avrà alcun impatto sui loro stipendi e sulle loro condizioni di lavoro, ma almeno servirà a non farceli dimenticare a guerra finita. Ammesso che questa guerra, che noi fortunati combattiamo dal divano di casa, finisca per davvero e si possa un giorno dire, parafrasando il vecchio Ernest, Addio alle mascherine.
Perché sono umani, molto umani, assolutamente umani e se non riusciamo a pensare a questo significa che non abbiamo nessuna fiducia nei nostri simili. Noi umani siamo capaci di incredibili nefandezze, ma anche di slanci generosi davvero inattesi. È questo che sta accadendo oggi! Perchè non siamo in guerra… ma siamo in cura!2.

San Cipriano, vescovo di Cartagine

Ritornando a San Basilio, in Cappadocia, dunque, intorno al 370 d.C. nacque quello che molti storici chiamano “il primo ospedale d’Oriente“. A volerlo, costruirlo, guidarlo, fu proprio il vescovo della città, san Basilio, per rispondere alle sofferenze causate da una carestia.
Proprio allora forse con il cristianesimo carestie e pestilenze vennero viste per la prima volta con occhi nuovi.
Di fronte alla pestilenza che colpì il Nord Africa nel 251, ad esempio, il vescovo di Cartagine san Cipriano scriveva: “Questa pestilenza che pare ad alcuni orribile e micidiale, mette invece a prova la santità di ognuno e pesa sulla bilancia il cuore umano, giudica cioè se i sani servono gli infermi, se i parenti assistono pietosamente i parenti, se i padroni hanno pietà dei servi languenti, se i medici abbandonano i malati che li cercano, se i delinquenti frenano le loro violenze, se gli usurai smorzano gli ardori indomabili della loro avarizia”.
Quanto mai attuali allora sono le parole di questi Padri!
È significativo che san Basilio Magno (329-379) – uno fra i grandi Padri della Chiesa, conosciuto come fra i massimi teologi dell’antichità e vescovo di Cesarea di Cappadocia – fosse conosciuto allora, oltre che per il suo sapere teologico, anche o soprattutto per la sua carità verso i malati, per il suo modo di stare personalmente con loro, tanto da arrivare a fondare un ospedale nella sua città vescovile.
San Basilio è universalmente conosciuto come uno dei massimi teologi della Chiesa, per le sue numerose opere e dispute teologiche con ariani e macedoniani. nonché per essersi opposto, con forza, allo strapotere dell’imperatore Giuliano. Non molti, però, sanno che fu anche uomo di grandissima carità, uno dei primi organizzatori della carità; egli, infatti, arrivò perfino a far costruire una cittadella della carità chiamata “Basiliade” con locande, ospizi, ospedale e lebbrosario e proprio questa – giova rimarcarlo – fu la sua più grande opera che gli valse, appunto, il titolo di Magno.
San Basilio esprime così, con la vita, come la cultura e la carità, la ricerca dell’ortodossia della fede e il soccorrere l’uomo sofferente non sono in opposizione fra loro, al contrario, convivono – e, di fatto, hanno convissuto – nella stessa persona. Il grande vescovo di Cesarea di Cappadocia, in modo mirabile, seppe unire nella sua persona l’amore per la vita contemplativa, l’amore per lo studio, la cultura, la difesa della retta dottrina insieme all’amore e alla vicinanza nei confronti dell’uomo concreto che soffre; ne seppe asciugare le lacrime, curandone le piaghe del corpo3. (…)

La liturgia di S. Basilio. Affresco nell’abside del duomo di S. Sofia a Ocrida (Macedonia)

Basilio infatti si interessò anche dei malati e degli infermi dunque! Mentre studiava ad Atene aveva mostrato un’attenzione particolare verso lo studio della medicina non solo per il versante pratico ma anche per la teoria e i principi. Aveva abbastanza esperienza per sapere, come scrisse in una delle sue lettere, che i medici incompetenti spesso peggiorano le malattie delle persone. In una delle sue opere sulla vita monastica, la Grande regola, affrontò la questione se affidarsi all’arte della medicina fosse in linea con la devozione cristiana. La medicina, scrisse, come le conoscenze di un contadino o l’abilità di un tessitore è un dono di Dio. Poiché il corpo è suscettibile alla malattia, Dio ha dato agli esseri umani la capacità di curare la malattia. “Se noi fossimo nel paradiso di delizie, non avremmo bisogno di alcuna fatica e affanno per lavorare i campi allo stesso modo se noi fossimo nell’impassibilità non avremmo bisogno di alcun sollievo proveniente dalla medicina”. Il medico che cura i corpi dà un grande contributo alla Gloria di Dio, non meno di chi si dedica alla cura dell’anima. Come il Signore ha usato la creta per curare, così è bene che i medici usino le cose della terra per la cura dei mali del corpo.  I primi cristiani avevano un atteggiamento ambivalente sulla pratica della medicina. Sebbene il libro del Siracide lodi il lavoro dei dottori (“Onora il medico per le sue prestazioni”, Siracide 38, 1) molti pensavano che che i malati dovessero affidarsi soltanto a Dio per guarire. Rivolgersi alle cure di un medico era un segno di mancanza di fede nel potere di Dio. La medicina era un’arte praticata dai pagani, e i cristiani dovevano evitare le loro erbe e i loro unguenti.
Non tutti però la pensavano così. Origene di Alessandria, una delle personalità determinanti per tutto lo sviluppo del pensiero cristiano4,  si lanciò ad esempio in un’energica difesa della medicina.

Origene di Alessandria

Dio, creatore dei corpi degli uomini, sapeva che il corpo umano è fragile e può andare incontro a tipi diversi di malattie e infortuni. Ecco perchè prevedendo le sofferenze future ha anche creato dalla terra i mezzi per curare [come le erbe e e le piante], così che se il corpo viene aggredito dalla malattia esistono delle cure”.
Nel IV secolo l’opinione dei cristiani si era ormai spostata nella direzione di Origene. Il fratello minore di Basilio, Gregorio di Nissa, lodò l’abilità dei medici, che con il loro ingegno e le loro sperimentazioni avevano appreso nel corso dei secoli quali erbe fossero benefiche e quali nocive. Questa conoscenza venne tramandata e confluì nella scienza della medicina e i medici poterono attingere dall’esperienza altrui nel trattamento delle malattie. Gregorio sottolineò i progressi tecnici nella scienza medica; un altro vescovo del IV secolo, Giovanni Crisostomo, parlò del lavoro dei medici basandosi sulla sua esperienza personale. Mentre era in esilio in una minuscola città sul Mar Nero, raccontò, gli erano mancate le strutture mediche e i dottori della grande città di Costantinopoli, dove era stato vescovo, E osservò che l’empatia e la compassione erano tanto necessarie a un medico quanto l’abilità tecnica.

San Giovanni Crisostomo

Durante il IV secolo, nelle comunità monastiche era nato un sistema rudimentale di assistenza sanitaria. Isolati dalla città, i monaci erano lasciati a se stessi. Da commenti casuali sulla vita di questi uomini e donne del deserto e dai loro stessi racconti, veniamo a conoscenza dei loro sforzi per prendersi cura dei malati. In alcuni casi si trattava di cure informali: un monaco girava per le celle per vedere se qualcuno si sentiva male o aveva bisogno di cibo. In altri casi nei monasteri furono costruite delle infermerie che offrivano cure ai pazienti sotto la supervisione di medici e infermieri. I principali rimedi contro le malattie erano riposo, dieta e applicazione di erbe e unguenti, ma ci sono alcune testimonianze sull’uso della chirurgia. In un caso un chirurgo era riuscito ad applicare un catetere a un monaco che non riusciva a urinare. Uno degli effetti più significativi dell’ascesa delle cure mediche tra i monaci fu che la malattia smise di essere stigmatizzata.
Basilio aveva familiarità con il sistema di assistenza sanitaria sorto tra le comunità monastiche. Ma quando divenne vescovo intraprese un progetto più ambizioso: fondare un istituto che si prendesse cura degli ammalati e dei bisognosi. La nuova struttura situata nella periferia di Cesarea, era un grande complesso dotato di attrezzature mediche per i malati e di un personale di infermieri e medici, di alloggi per gli anziani e gli infermi, di un ostello per i viaggiatori, di un ospizio per i lebbrosi cacciati via dalla città perché sfigurati, di una chiesa e di un monastero. Secondo Gregorio, Basilio si prendeva cura dei lebbrosi “non a parole, ma nei fatti”. Coloro che lavoravano nel complesso avevano a disposizione cucine, refettori, bagni, magazzini e stalle. Gli edifici erano talmente numerosi che Gregorio di Nazianzo la definì una “città nuova” in cui la malattia è sopportata con filosofia, la sciagura è considerata una fortuna e la compassione è messa alla prova!

San Gregorio di Nissa

L’Istituto di Basilio era molto più che un ospizio o una casa per i poveri. Un autore scrive che serviva coloro che erano gravemente ammalati e particolarmente bisognosi di cure mediche. Gregorio di Nazianzo dice che era progettato per offrire un luogo per la cura dei malati da parte di dottori che avevano studiato l’arte della medicina. Differiva dalla case per i poveri e da altre forme di assistenza medica per diversi aspetti. Innanzitutto ospitava strutture in cui i pazienti potevano soggiornare per tutta la durata del trattamento. In secondo luogo coinvolgeva personale qualificato ed esperto, dottori ed infermieri, che diagnosticavano e somministravano le cure ai pazienti. Infine, si trattava di un servizio gratuito. I Templi del dio greco Asclepio erano un lontano precedente dell’Istituto di Basilio. Nei primi anni dell’Impero gli asclepia avevano attrezzature per la cura dei malati e degli alloggi. Ma la forma principale di cura era l’incubazione: dormire nel tempio nella speranza che la prossimità alla divinità avrebbe portato la guarigione. Non abbiamo prove che nei templi vi fossero medici esperti o che vi si offrissero cure mediche5.
Un Istituto come quello di Basilio ovviamente era costoso e mise a dura prova le risorse della Chiesa. La famiglia di Basilio era ricca e ben inserita, rispettata nelle cerchie imperiali e della regione, e il terreno su cui fu costruita la nuova fondazione fu concesso alla Chiesa dall’imperatore Valente. In un passaggio rivelatore della sua storia, il vescovo del V secolo Teodoreto di Cirro dice che l’imperatore era così lieto del progetto di Basilio che “gli diede ottimi terreni per la cura dei poveri” e aggiunge “perché soffrivano di gravi afflizioni corporali ed erano particolarmente bisognosi di attenzione e di cure”. Ma restava aperta la questione se il complesso dovesse essere soggetto a una tassazione. Dall’epoca di Costantino le chiese erano esenti dalle tasse, non solo le entrate personali del clero, ma anche i terreni in loro possesso. Tuttavia lo Stato si aspettava qualcosa in cambio, e un modo per giustificare l’esenzione era puntare sui servizi sociali della Chiesa in particolare nella cura dei poveri.

Icona dei Padri Cappadociani: San Basilio di Cesarea, San Giovanni Crisostomo e San Gregorio Nazianzeno, un’icona di Lipie, Museo storico di Sanok , Polonia 

Per convincere il governo a sostenere la nuova istituzione, Basilio scrisse al governatore della provincia, Elia, per ricordargli l’ampiezza delle sue attività e il servizio che svolgeva nei confronti della società. Non dava soltanto lavoro a medici e infermieri e ai loro assistenti: occorrevano fondi per la manutenzione degli edifici in cui soggiornavano il personale e i pazienti e delle stalle per i cavalli dei viaggiatori. Tra le cose per cui richiese l’esenzione Basilio parla di “una casa di preghiera”, una residenza per il vescovo e il clero. La Chiesa non era più un’istituzione privata: adesso i suoi affari erano intrecciati alla vita della società! (e da allora ad oggi è ancora così).
La nuova istituzione divenne nota come “Basiliade” dal nome del suo fondatore, appunto. In un manoscritto del IX secolo viene raffigurata come un grande edificio oblungo circondato da una stoà, una serie di passaggi coperti. Attraverso gli archi si vedono Basilio e Gregorio di Nazianzo che provvedono ai bisogni dei malati. La “Basiliade” divenne il modello di altri istituti ospedalieri del mondo bizantino!

Pensando all’opera di Basilio mi viene in mente l’opera dei tanti preti morti, in ottemperanza alla carità cristiana professata dal nostro Padre della Chiesa Basilio, in occasione di questo preciso frangente storico legato al virus. I sacerdoti infatti sono tra le categorie di persone più coinvolte dal contagio, per missione e per la loro costante presenza tra la gente. Nonostante le  misure restrittive impediscano la celebrazione di Messe, funerali e altre liturgie, molti presbiteri continuano nella loro instancabile opera di vicinanza a malati e anziani. Sono presenti tra le famiglie straziate dai lutti, garantendo almeno la benedizione delle salme dei loro cari. Non si risparmiano accanto ai poveri nelle mense o nelle attività di assistenza ai clochard6.


Dai profili dei preti diocesani (o in servizio presso strutture pastorali della diocesi) emergono ormai almeno cinque tratti comuni: la popolarità del clero (la gran parte dei preti sono morti contagiandosi perché sono rimasti in mezzo alla gente anziché pensare a mettersi in salvo, i pochi altri erano in case di riposo); la capillarità della presenza di comunità in quartieri di città, ma anche in piccoli e minuscoli centri in cui il prete è custode della memoria condivisa, partecipe del passaggio di testimone e di valori tra generazioni; la fedeltà a un luogo, spesso per decenni (ci sono parroci rimasti in una comunità per quasi 40 anni); l’umiltà di uno stile di servizio nel nascondimento più assoluto, fino a una morte in solitudine; e la preziosità di presenze che la gente scopre essere indispensabili, specie quando la lontananza coatta – o la morte – li privano di una persona sempre cara, vicina, disponibile»7

Fine prima parte 

Foto di copertina: San Basilio il Grande

Note

1.  Cfr. David Maria Turoldo, Amare e pagine ritrovate,  San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2016
2.  Cfr. Guido Dotti (Monaco di Bose), Per una nuova metafora del nostro oggi, su http://www.aclibergamo.it/2020/03/31/
3.  Cfr. Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia, La Chiesa e la nascita degli ospedali  (in occasione della visita alla Scuola Grande di San Marco, Venezia, 12 ottobre 2018)
4.  Cfr. Benedetto XVI – Udienza Generale Mercoledi, 25 Aprile 2007
5.  Cfr. Robert Louis Wilken, nel suo I primi mille anni. Storia globale del cristianesimo (Torino, Einaudi, 2013). In questo testo viene raccontata la grande storia di Basilio che generò una istituzione che assomiglia “agli ospedali moderni più di qualsiasi altra istituzione dell’antichità pagana“.
6.  Commovente l’omaggio ai sacerdoti “che offrono la vita per il Signore” che papa Francesco ha proclamato durante il giovedì santo di questo anno 2020. Si è rivolto infatti ai preti morti in questi giorni di pandemia, chiamandoli i “santi della porta accanto” al pari dei medici e infermieri. Dei preti “calunniati” in seguito al dramma degli abusi. Dei “parroci di campagna” che conoscono i nomi di ogni fedele che il Signore ha loro affidato.
Papa Francesco pronuncia l’omelia a braccio. “Oggi – dice – vorrei essere vicino ai sacerdoti, ai sacerdoti tutti, dall’ultimo ordinato fino al Papa. Tutti siamo sacerdoti. I vescovi, tutti… Siamo unti, unti dal Signore; unti per fare l’Eucarestia, unti per servire”. Il Papa pensa ai “tanti” preti che “qui in Italia” hanno perso la vita “nell’attenzione dei malati, negli ospedali”. Con “i medici, con gli infermieri” aggiunge “sono ‘i santi della porta accanto’, sacerdoti che servendo hanno dato la vita”. Francesco menziona “i sacerdoti che vanno lontano per portare il Vangelo e muoiono lì”.
L’omaggio del Papa va ai “parroci di campagna che sono parroci di quattro, cinque, sette paesini e vanno dall’uno all’altro, conoscono la gente…”. “Una volta uno di loro mi diceva che conosceva il nome di tutta la gente dei paesi. ‘Davvero?’, gli ho detto io. E lui mi ha detto: ‘Anche il nome dei cani'”.
Ha proseguito ancora il Papa: “Oggi tutti voi, fratelli sacerdoti, siete con me sull’altare, voi, consacrati”. Con una raccomandazione: “Soltanto vi dico una cosa: non siate testardi come Pietro, lasciatevi lavare i piedi. Il Signore è vostro servo, lui è vicino a voi per darvi la forza, per lavarvi i piedi”. E così, “con questa coscienza della necessità di essere lavati, siate grandi perdonatori”. E “se non potete dare il perdono sacramentale”, almeno “date la consolazione” e “lasciate la porta aperta” perché il penitente ritorni. “Ringrazio Dio – conclude il Papa – per la grazia del sacerdozio. Ringrazio Dio per voi, sacerdoti. Gesù vi vuole bene! Soltanto chiede che voi vi lasciate lavare i piedi”.
7.  Ed è nella terra simbolo di questa tragedia, Bergamo, che verso la fine di marzo è scomparso un sacerdote che era particolarmente impegnato ad assistere “gli ultimi”. Non era il solo, certo, ma il suo nome nel bergamasco era molto conosciuto e amato. Si tratta di don Fausto Resmini, che era stato per oltre 30 anni cappellano del carcere della città. Aveva 67 anni ed era stato ricoverato all’ospedale Sant’Anna di Como per il coronavirus. Per anni un camper dell’associazione da lui fondata ha fornito pasti alla stazione di Bergamo.

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Nato nella provincia di Salerno nel 1975, Raffaele Vertucci si laurea nel 1998 in Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Perugia con una tesi di laurea dal titolo “Il Fondamento etico nel pensiero di Albert Schweitzer; il rispetto per la vita”.
Sviluppa intanto dei temi legati alla non violenza e ad Aldo Capitini attraverso delle pubblicazioni, per poi concentrarsi pi
ù propriamente – grazie al prof. Edoardo Mirri e al Prof. Marco Moschini dell’Università di Perugia – allo studio del filosofo italiano Teodorico Moretti-Costanzi e al suo rapporto con Spinoza, i Padri della Chiesa, tra cui Giustino e il pensiero di San Bonaventura da Bagnoregio.
Consegue nel 2008 con il 
summa cum laude il Dottorato di Ricerca di Filosofia presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, con una dissertazione dal titolo: “Sapienza, amore, verità: il pensare di san Giovanni della Croce: un mistico-filosofo, un filosofo-mistico”, pubblicata dalla stessa Università nel 2010.
È stato componente la Redazione di Perugia della rivista filosofica-politica-pedagogica 
Prospettiva Persona, con sede a Teramo (presidente del Comitato scientifico P. Ricoeur) ed è attualmente componente il gruppo di Ricerca della Fondazione “Siro Moretti-Costanzi” dell’Università degli Studi di Perugia, attraverso cui continua lo studio della Mistica e del suo rapporto con la Patristica e la Filosofia.

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