Voci e paesaggi dello spirito: “I would prefer not to. Il vangelo secondo Melville”, di Enrico Cerasi (Seconda parte)

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Seconda parte. Tentativo d’interpretazione.

 

Nella prima parte di questo articolo ci siamo limitati a rammentare Lo scrivano Bartleby, un’opera di Herman Melville. Ammesso di averla riassunta fedelmente, qual è il significato di questa strana storia? Origene nel quarto libro del De Principiis nota che quando il senso letterale del testo biblico presenti evidenti incongruenze, lì si deve nascondere un senso più profondo. L’incoerenza del senso letterale segnala che c’è un attraversamento da compiere. Ad litteram, la storia narrata dall’avvocato presenta molte incongruenze, evidenti anche dal riassunto in precedenza proposto. Perché Bartleby non vuole rivedere i documenti, come previsto dalle sue mansioni, mentre in un primo tempo è disposto a un durissimo lavoro di copiatura? Agamben nota che “Bartleby è un law-copist, uno scriba in senso evangelico, e il suo rinunciare alla copia è anche un rinunciare alla Legge, un affrancarsi dalla ‘vetustità della lettera”6. Ma così stiamo già allegorizzando, per quanto in modo affascinante. In ogni caso nei primi giorni Bartleby lavora alacremente. Nulla nel suo comportamento fa intendere un’indole inoperosa. Perché dunque preferisce non recarsi alle poste per inviare e ricevere le lettere dell’ufficio? Che cosa non può essere accolto delle legittime richieste del suo datore di lavoro (per altro assai tollerante nei confronti dei suoi dipendenti)? Perché a un certo punto Bartleby si rifiuta finanche di copiare, pur senz’accusare complicanze oculari?

Origene

L’elenco delle incongruenze letterali potrebbe continuare, ma non credo sia necessario farlo perché mi sembra sensato concludere che il significato del racconto va oltre la mera lettera. La quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli che abbiamo seguito per le citazioni parla del “comico”, anzi dell’“esilarante scrivano” che si oppone alle pressioni del rampante utilitarismo americano. Benché assai frequentata dalla letteratura critica, una tale lettura del testo non sembra render ragione del racconto, e in particolare delle inquiete e ambivalenti emozioni dell’avvocato di fronte alla numinosa figura di Bartleby. Del resto, l’avvocato non si direbbe un classico rappresentante del capitalismo americano. È pieno di scrupoli; è indeciso e inquietato da sentimenti ambivalenti. A un certo punto propone a Bartleby di trasferirsi a casa sua, in modo che possa continuare indisturbato la sua vita ormai inoperosa al riparo delle mura domestiche. Eppure, se pure non è esilarante e forse nemmeno comico, come pur sostiene Deleuze (“È un testo violentemente comico, e il comico è sempre letterale”7), il protagonista del racconto conserva qualcosa dell’ironia gnostica della quale abbiamo parlato in un articolo precedente.

L’ironia è uno sdoppiamento a-dialettico dell’ordine del discorso. Sancisce una differenza inconciliabile. Come avrebbe forse detto Kierkegaard, mette in gioco un’opposizione indisponibile a risolversi in una sintesi superiore. Intimamente ironica, la gnosi salvifica si defila dal piano consueto delle cose, congedandosi dai suoi insipienti tutori con un’irriverente risata. Così fanno sia il Socrate platonico (o almeno quello del Fedone), sia il Salvatore gnostico. Melville aveva consuetudini platoniche, ma non con la gnosi. Il suo Bartleby sembra modellato più sull’esempio evangelico che su quello gnostico. Come Gesù di fronte a Pilato (Mc 15, 4 e par.), Bartleby non si difende, non risponde alle accuse dei suoi persecutori. Come un agnello senza macchia (1 Pt 1, 19), è condotto al macello senza opporre alcuna resistenza. Come il servo di YHWH “disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore” (Is 53, 3) deve bere fino alla fine l’amaro calice destinatogli, accettando fino in fondo il suo destino di morte e divenendo perfetto grazie alla sofferenza (Ebr. 5, 8 s). E se Bartleby, come abbiamo visto, appariva “a little luny”, “stralunato”, agli altri impiegati dell’ufficio, Renan ebbe a dire che Cristo si rivolgeva prevalentemente a lunatici, come egli stesso in fondo era.

Cristo e Pilato nell’ Ecce Homo di Antonio Ciseri (1821-1891)

Ciò nondimeno, quali che fossero le intenzioni del suo autore, non definirei evangelica la figura di Bartleby. In primo luogo perché non salva nessuno, nemmeno il suo unico e incerto discepolo. L’avvocato è indubbiamente attratto da Bartleby; sente che la sua presenza può trasformare, convertire (nel senso etimologico) la sua vita, ma finisce per cedere alle sirene del mondo (ben rappresentato da Wall Street), rallegrandosi infine della cinica decisione del suo più risoluto collega di consegnare Bartleby al braccio armato della legge. Bartleby muore sotto la legge, per dirla con l’Apostolo (Gal. 3, 13 s.), ma contrariamente all’evangelo paolino (Rom. 8, 3; 2 Cor. 5, 21) la sua morte non ha alcun significato salvifico. L’esclamazione finale: Ah Barleby! ah umanità, sancisce l’assenza di redenzione, almeno per l’avvocato. Bartleby è incompatibile col mondo a cui è inviato; questi non può comprenderlo, né lui può salvarlo.

L’enigmatico suggerimento, che paragona le carceri in cui lo scrivano troverà la morte al paese d’Egitto, sembrerebbe un’involontaria (Jung direbbe archetipica) allusione all’Inno della perla e ad altri testi gnostici. “L’Egitto come simbolo del mondo materiale è molto comune nello gnosticismo”, notava Hans Jonas8. Similmente alla gnostica terra egizia, anche il mondo in cui Bartleby è inviato è un paese dedito al vino, al sonno, alla dimenticanza (sia pure nella versione pragmatico-capitalistica di Wall Street) del regno della luce. Diversamente dal Gesù sinottico spesso apostrofato come un mangione e un beone (Lc 7, 34), lo gnostico Bartleby non beve alcolici e non approfitta di nessun bene di questo mondo (eccetto dei biscotti allo zenzero). In esso Bartleby porta la sua parola (diversamente dalle traduzioni italiane e francesi, la frase-icona del racconto: I would prefer not to, è definita da Melville la parola [the word] di Bartleby!), ma essa non redime: al contrario, come il riso di Cristo nel vangelo di Giuda di cui abbiamo parlato in un articolo precedente, sancisce l’irredimibilità del mondo.

Hans Jonas

Nell’appendice a The Gnostic Religion, Hans Jonas ha descritto l’esistenzialismo heideggeriano come una riviviscenza nichilistica della gnosi tardo-antica. Comune ai due sarebbe “un acosmismo antropologico”, un “nichilismo cosmico”, un’irrimediabile “separazione tra uomo e mondo”. Se “l’uomo gnostico è gettato in una natura antagonista, antidivina, e perciò antiumana”, l’uomo dell’esistenzialismo lo è “in una natura indifferente”9. Eppure il nichilismo moderno è ben più cupo e tragico di quello tardo-antico. Diversamente da esso, il Dasein è gettato nel mondo ostile, ma senza provenire da nulla e senz’alcuna possibile redenzione. Il rifiuto di ogni dualismo metafisico rende la condizione moderna molto più grave di quella antica. Diversamente da questa, la condizione novecentesca è irredimibilmente nichilista. Insomma, il tardo Heidegger avrebbe peccato forse di un non innocente ottimismo sentenziando che solo un dio ci può salvare: in verità, per la gnosi moderna, nessun dio ci può salvare!

Anche lo scrivano Bartleby si conclude senza redenzione. Bartleby muore irrimediabilmente solo, e il finale del racconto sembra suggerire che la solitudine e l’abbandono siano l’ultima parola della storia. Eppure l’avvocato non assomiglia all’uomo sarchico degli gnostici, destinato per natura alla perdizione; a dire il vero, non lo si definirebbe nemmeno un cinico esponente di questo mondo. È sinceramente attratto dalla parola di Bartleby, al contrario de suoi ottusi impiegati. La fede che nutre in lui è autentica, anche se incapace di vincere il mondo. Ma per debolezza, non per natura, come invece accade nei sistemi gnostici. Su questo, l’avvocato è indubbiamente esplicito: “S’inganna chi asserisce che [il male] debba imputarsi all’innato egoismo del cuore umano. Ciò nasce piuttosto da una non so qual impotenza nel porre rimedio ad un male che sia estremo ed organico”.

Herman Melville

Insomma, diversamente dal dualismo gnostico, la possibilità che l’avvocato ascolti il messaggio dello scrivano non è esclusa. Almeno non per principio. Intendo dire che, senza essere la riproduzione di un testo gnostico del III secolo, il racconto di Melville non è nemmeno una prefigurazione dell’esistenzialismo novecentesco, almeno nella versione heideggeriana. Non sto suggerendo di vedere in esso l’anello di congiunzione tra i due, anche se quest’ipotesi potrebbe avere un senso. Penso ci si possa accontentare di leggere nel racconto di Melville la testimonianza di una quasi-gnostica, perché a-dialettica, scissione dei piani del reale. Tra Bartleby e Wall Street non può esservi comunicazione, nemmeno dialettica. I loro destini sono asintotici. Il dialogo è escluso; la parola di Bartleby non ha alcun senso in questo mondo. Proviene da Altro e ad Altro è destinata. Eppure per l’avvocato vi è una possibilità di redenzione, che né la gnosi antica né l’esistenzialismo moderno gli potrebbero accordare.

PS. A dire il vero, il racconto di Melville ha una coda, una sorta di post-scriptum. Dopo aver variamente sottolineato il puro avvento di Bartleby, la sua ab-soluta parusia, per definizione estranea a qualsivoglia abbozzo biografico, l’avvocato in ultima istanza fornisce un’indicazione. Niente di serio. Si tratta solo di dicerie, di chiacchiere (one little item of rumor) prive di fondamento. Stando ad esse, Bartleby sarebbe stato impiegato a Washington, in un ufficio di lettere smarrite, dal quale si sarebbe dimesso in seguito al cambio di amministrazione.

Un ufficio di lettere smarrite a Washington

Come leggere questa rivelazione finale? Agli occhi di Agamben, essa confermerebbe la natura “paolina” di Bartleby, il quale rappresenterebbe l’emancipazione dalla servitù della legge e in generale dall’opera, dalla mortifera coazione all’atto imposta alla pura potenza. Indubbiamente affascinante, quest’ipotesi mi ha provocato a lungo. Eppure sarei incline a leggere la pagina finale del racconto non già come un post-scriptum ma come un incipit, vale a dire come l’inizio di un processo di allegorizzazione del testo. Quasi che Melville, prevedendo che il suo personaggio avrebbe originato un’interminabile Wirkungsgeschichte, abbia voluto egli stesso inserirsi in questa storia, fornendo la sua interpretazione del testo. Non saprei dire se quella dell’autore rappresenti, per diritto acquisito, l’ultima parola sulla propria opera. Di certo si deve riconoscere che l’interpretazione allegorica dei testi sacri non fu un’esclusiva delle chiese gnostiche. Fu praticata da Valentino come da Clemente e da Origene, e grazie all’origenismo l’esegesi allegorica ha dato un’impronta profonda alla teologia e alla spiritualità cristiana, dell’Oriente come dell’Occidente.

Del resto, non si tratta nemmeno, propriamente, di allegorizzazione. Piuttosto che cercare un senso più profondo della storia di Bartleby, come normalmente accade nelle allegorie, la pagina finale sembra piuttosto alludere a una rimozione, a una ricollocazione della vicenda. Già dal titolo il racconto si presenta come “Una storia di Wall Street” (Bartleby the Scrinner. A Story of Wall Street) – perché in essa Bartleby appare, e lì si consuma. La pagina finale traspone Bartleby in un differente luogo, in un diverso ufficio, in summa in un altro mondo. La distanza che separa Wall Street da Washington può sembrare assai più modesta, ne convengo, di quella che separa il mondo della luce da quello delle tenebre nei sistemi gnostici. Resta il fatto che il cambiamento è brusco e soprattutto improvviso. Difficile immaginare Bartleby in un luogo così diverso dalla strada, meglio ancora: dal numero civico dal quale per nulla al mondo voleva disertare. È possibile che a mia volta sia vittima di una sovra-interpretazione del testo, ma quest’improvvisa ricollocazione di Bartleby in un diverso ufficio di un’altra città mi sembra produrre un effetto, tipicamente ironico, di sdoppiamento. Senza alcun preavviso, ci troviamo in un altro piano. L’effetto narrativo è considerevole, perché Bartleby (per come ho cercato di leggere la sua storia) è già l’incarnazione – se così si può dire – di uno sdoppiamento. Il suo avvento nel mondo di Wall Street manifesta una realtà totalmente altra. Questo, almeno, è il modo in cui abbiamo ricostruito le ambivalenti reazioni dell’avvocato. Ora quest’alterità viene ulteriormente differita. Piuttosto che creare una biografia, la pagina finale sembra una reduplicazione degli specchi, uno sdoppiamento dello sdoppiamento. Rimosso da Wall Street Bartleby mi sembra ancora più atipico, ancor meno classificabile.

Wall Street all’angolo di Broad Street, 1867

La sua indeterminatezza è accresciuta dalle scarne chiacchiere sul suo conto. Sospeso tra Wall Street e Washington, Bartleby sembrerebbe ancor più indeterminabile, ancor più sfuggente. Vorrei dire, ancora più ironico – se a quest’espressione si conferisce il senso di uno sdoppiamento retorico dei piani dei discorso. Naturalmente, è possibile che questa mia lettura faccia parte della lunga lista dei fraintendimenti che Melville stesso ha inaugurato con la sua pagina finale. Chi era davvero lo scrivano Bartleby? Se vogliamo mantenerci all’essenziale, si può dire soltanto che egli apparve all’avvocato sito in Wall Street e che, dopo aver pronunciato la sua Parola, poco dopo disparve, portando con sé l’enigma di un luogo totalmente altro, che mai potrà tradursi negli schemi di questo mondo.

Note

6.  G. Agamben, Bartleby o della contingenza, cit., p. 87
7.
 G. Deleuze, Bartleby o la formula, cit., p. 11
8. 
Cfr. H. Jonas, The Gnostic Religion, 1958, trad. It. Lo gnosticismo, Società Editrice Internazionale, Torino, 200610, pp. 134 s.
9. 
Cfr. ivi p. 340

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Enrico Cerasi, docente di Filosofia della religione presso l’Università Vita-Salute san Raffaele di Milano, ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale per la seconda fascia in Filosofia teoretica e in Storia della Filosofia. Con Stefania Salvadori ha curato per Bompiani gli Scritti teologici e politici di Erasmo da Rotterdam. Si è occupato della teologia di Karl Barth, della questione della demitizzazione, del linguaggio religioso e della filosofia di Pirandello, sulla quale ha pubblicato due monografie (Quasi niente, una pietra. Per una nuova interpretazione della filosofia pirandelliana, Prefazione di E. Severino, Padova, 1999, e La vita nuda. L’anarchismo filosofico di Luigi Pirandello, Milano, 2016) e alcuni articoli in rivista e sul web. Sulla filosofia di Pirandello ha discusso anche in un programma condotto dal regista Fabrizio Falco e ideato da Felice Cappa, trasmesso il 28 giugno 2017 da Rai cinque cultura.

 

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