OIKOS. L’uomo e la natura tra Omero e il futuro prossimo. “Abbracciare Dafne”, di Filippomaria Pontani

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Villa Ca’ Rezzonico di Bassano del Grappa


Villa Ca’ Rezzonico, Bassano del Grappa, 7 aprile 2022 | Oikos. Classici Contro | La Natura per un giorno ha trovato casa a Villa Rezzonico. Nel suo suggestivo salone centrale si è svolta infatti la tappa bassanese di Oikos. Classici Contro, un fortunato progetto itinerante ideato e promosso dall’Università Ca’ Foscari di Venezia che sta viaggiando per le scuole d’Italia. A Bassano è stata presentata una cernita di poesie tratte dal volume Oikos. Poeti per il futuro (Mimesis, 2020), antologia di versi di poeti di tutto il mondo dedicati alla Terra. Un tessuto di voci intrecciate finalmente insieme dopo l’isolamento forzato e le restrizioni a causa della pandemia. Un inno colto, raffinato, intelligente, che ha fatto incontrare attraverso la poesia il mondo dei ragazzi con quello degli adulti. A moderare e curare l’incontro la prof.ssa Antonella Carullo del Liceo G.B. Brocchi.
I suoi studenti hanno letto ad alta voce e interpretato alcune delle 150 poesie contenute della raccolta, curata da Stefano Strazzabosco, interpungendole con variazioni canore, strumentali e coreutico-teatrali. In contro canto, le voci di tre autorevoli ospiti: Rossella Pretto, poetessa e traduttrice vicentina; Filippomaria Pontani, professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia nonché fondatore e curatore della collana Classici Contro, insieme al prof. Alberto Camerotto; Daniele Zovi, scrittore e naturalista molto amato e conosciuto nel territorio e non solo.
Qui di seguito vi proponiamo la versione integrale dell’intervento del prof. Pontani, che ha (s)cucito insieme riferimenti della cultura classica con quelli dell’arte contemporanea, riuscendo a penetrare con dotta levità il complicato e attualissimo tema del rapporto tra uomo e natura. In filigrana, il mito di Apollo e Dafne ha fatto brillare di significati nuovi e impensati il nostro mondo, dissodandone l’immaginario e preparandolo a nuovi e fecondi percorsi, mostrandoci l’oscillazione finora irrisolta che divide la strada del conflitto con Madre Natura da quella dell’armonia. (Anna Trevisan)

 

Abbracciare Dafne

di Filippomaria Pontani


Un burro cacao. La ragazza bionda in primo piano bacia la corteccia squamosa, abbraccia il tronco come fosse un orsacchiotto. Istanti dopo, sarà la volta di un pupazzo di neve; e infine un barbuto trentenne che le darà l’amore.

Questa pubblicità della pomata per labbra Blistex ha imperversato in tv lungo tutto il 2021, riproducendo non so quanto consapevolmente un atto fondante della cultura visuale del XXI secolo: con Alpi Marittime – L’albero ricorderà il contatto il ventenne cuneese Giuseppe Penone dà il via nel 1968 a una fulgida carriera che lo porterà a diventare l’esponente più fortunato e seguito del movimento italiano noto come Arte Povera: a valle di una semplice performance, debitamente documentata da scatti successivi, in cui Penone abbraccia anche lui, senza però occhieggiamenti né sdilinquimenti, un tronco su uno sfondo innevato, rimane sull’albero il contorno del corpo, disegnato da un’asta di ferro inchiodata alla corteccia.

 

Villa Ca’ Rezzonico di Bassano del Grappa. Oikos. Classici Contro (Bassano del Grappa, 7 aprile 2022). Foto di Alberto Camerotto

Sono passati oltre cinquant’anni, ma il significato di quel gesto in fondo non è cambiato: nell’opporsi – come tutti gli altri artisti di quel movimento, tra i quali piace ricordare anzitutto il greco Yannis Kounellis – nell’opporsi alla mercificazione dell’arte e all’artificazione della merce che imperversava da Oltreoceano con i paradigmi della Pop Art, da Andy Warhol a Jeff Koons, Penone intendeva riportare l’attenzione sull’essenziale, sui materiali primari (terra, piante, minerali), sulle forme semplici che in una prima fase includevano il suo stesso corpo, le sue mani mozzate lasciate sul legno, i suoi occhi rovesciati e quasi privi di pupille.

Se nel percorso successivo della sua produzione l’artista ha preferito ritagliarsi un ruolo più defilato, lasciando il proscenio alla materia, mai è venuto meno però il suo interesse per la dinamica che si instaura tra il naturale e l’artificiale – penso alla straordinaria retrospettiva del 2013 nel parco della reggia di Versailles, dove la più sopraffina e razionale arte umana del giardino veniva punteggiata da una serie di alberi variamente protesi nell’aere, con rami simili a braccia, con cortecce scanalate come pelli di vecchio – alberi simulati, dissimulati, finti, fatti in realtà di un metallo più vero del legno, ma paradossalmente meno imperituro. Alberi capaci di evocare la natura semplice, resistente a ogni mano umana, nel contesto più artistico e umanizzato che ci sia.

 

Il volume Oikos. Poeti per il futuro esposto da “Cuore d’Inchiostro”, la libreria ubicata nella barchessa di Villa Ca’ Rezzonico. Foto di Alberto Camerotto


E quale installazione più profetica per noi oggi, ancora timorosi nei segni di saluto, ancora precariamente mascherati (la tengo? la tolgo? la metto?), ancora interclusi nei sensi più basilari (il toccare; l’odorare), quale opera più profetica per noi di quella stanza foderata di profumatissime foglie di tè con al centro due polmoni dorati, anch’essi più veri del vero – Respirare l’ombra, si chiamava, e proponeva a ogni visitatore l’immersione in una dimensione sensoriale completa, oggettivata nell’organo, anzi nella coppia di preziosissimi organi in foglia d’oro al centro della sala – siamo noi quelli lì, la nostra parte senziente è ridotta a quei piccoli centimetri di tessuto poroso che un virus coronato può intasare per sempre, e, propagato da spillover e zoonosi (termini così diffusi solo un anno fa, ora quasi obsoleti dinanzi all’urgere dei toponimi sciti), compromettere, saturare, spingere oltre il limitare dell’ombra. Come nell’argilla dei Soffi, come in altra parte della sua produzione, sembra inverarsi l’idea per cui “nel respiro, in un attimo, il vivente e il cosmo si ricongiungono, e sigillano un’unità diversa da quella che segna l’essere e la forma”, come scrive l’amico Emanuele Coccia in un saggio fortunato dal titolo La vie des plantes, “La vita delle piante”, tutto teso a proporre come modello per noi ànthropoi proprio la biologia del mondo vegetale, la sua inenarrabile capacità di adattamento, la sua silenziosa e paziente digestione di tutto quanto ci circonda, dai raggi del sole alle gocce di rugiada, dalle raffiche di vento alla linfa che sale dal terreno (mi vengono in mente le teorie di Teofrasto e di Plutarco sulla πέψις, sulla concozione della materia che le piante aspirano dal suolo e in qualche modo digeriscono, sminuzzano, cuociono al loro interno per trasformarla in vita).

 

Villa Ca’ Rezzonico di Bassano del Grappa. Oikos. Classici Contro (Bassano del Grappa, 7 aprile 2022). Foto di Alberto Camerotto

L’albero ricorderà il contatto. L’intento dell’Arte Povera – lo diceva Germano Celant nell’articolo fondativo del 1967 – è quello di liberare il significato delle cose e delle idee che esistono nel mondo attuale, non di aggiungerne altre. Di presentare poche cose e farle parlare per come sono, nella loro nudità, nella loro capienza, nei loro dettagli. Per questo quello di Penone non è pensiero “ecologico” nel senso che comunemente attribuiamo al termine: non è un manifesto per il ritorno allo stato di natura, o a improbabili Eden primigenî; non è nemmeno una predica, di quelle così diffuse oggigiorno e ahimè per lo più così inefficaci, che intimano di rinunciare a comodità, lussi, sprechi, ai quali nessun essere umano – salvo rare eccezioni – direbbe addio se non costretto dalla necessità; è semmai la constatazione oggettiva dell’interdipendenza e dell’equilibrio instabile in grazia del quale noi viviamo dentro la “natura” tanto quanto essa vive dentro di noi. E così, quando poco fa sentivamo dal poeta di Fez della terre meurtrie entre nos bras et on ne le remarque pas, “la terra straziata fra le nostra braccia e noi non ce ne accorgiamo” [Tahar Ben Jelloun, La nature assassinée /La natura assassinata, N.d.R.] il pensiero avrebbe dovuto correre alla situazione speculare, di noi meurtris (propriamente “colpiti, feriti, afflitti, ammaccati”) tra le braccia di una natura che non ci calcola, come già accade e sempre più di frequente accade, dai roghi dell’Australia ai cieli gialli dell’Eubea, dalle inondazioni di Dresda alle inopinate siccità del Kenya.

A Venezia, a Versailles, Respirare l’ombra funzionava con foglie di tè; ma al museo di Rivoli l’ho vista in opera con foglie di alloro. E non sarà stato un caso. Il mito antico pullula di metamorfosi, ma se c’è un singolo caso in cui la trasformazione ha avuto successo nella modernità (penso anzitutto all’arte figurativa, ma anche alle complesse cabale della poesia più o meno manieristica, più o meno barocca, più o meno postmoderna), questo è senz’altro quello di Dafne, la ninfa eponima dell’alloro, la ninfa che in alloro si cangia all’improvviso per salvare la propria verginità, compenetrandosi nella natura per schivare (velut crimen, dirà Ovidio, come un delitto) la penetrazione di un altro essere umano.

 

Villa Ca’ Rezzonico di Bassano del Grappa. Oikos. Classici Contro (Bassano del Grappa, 7 aprile 2022). Foto di Alberto Camerotto

Ma Dafne amava la castità. Bisognava dunque inseguirla, e fu inseguita. Prima di esaurire le sue forze nella fuga, pregò la madre di riprenderla dentro di sé e di conservarla quale l’aveva generata. La madre faceva così e teneva Dafne in sé; in quel punto subito spuntò una pianta. E gettandosi su di esso nel culmine dell’amore, il dio non sapeva come staccarsi dalla pianta, ma le sue mani la colsero e la sua testa da quel momento in poi ne fu adorna”.

Così il mitografo ellenistico Palefato, in una delle sue Storie incredibili, presenta il mito che tutti noi conosciamo in una versione diversa, quella delle Metamorfosi di Ovidio. Qui la trasformazione non c’è: Palefato insiste sul fatto che Γῆ, la Terra, la madre di Dafne, accolse la figlia “dentro di sé”, e che da questa compenetrazione, nel punto in cui avvenne, sbocciò un albero di alloro, quello poi destinato ai poeti laureati che “si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”. Ma ciò che accade dopo è ancora più significativo: Apollo abbraccia la pianta in un trasporto erotico κατὰ τὴν ἀκμὴν τοῦ ἔρωτος, in quell’acme dell’eccitazione, in quel plateau che prelude al piacere. Non credo abbia letto Palefato l’artista cinese Zheng Bo, che quattro anni fa creò un enorme scandalo tra i benpensanti esponendo all’Orto Botanico di Palermo Pteridophilia, un video in cui dei giovani fanno l’amore con delle felci nelle foreste di Taiwan – niente di pornografico in verità, ma il trasporto di abbracci lascivi, la “perversione tattile e contemplativa” (così una critica del tempo), l’immersione tra il dannunziano e il tecnoerotico. Qualsiasi cosa intendesse dire Zheng Bo – che nelle felci individua tra l’altro le piante più disprezzate ed emarginate di tutte, ad onta della loro veneranda antichità –, senz’altro la sua era un’esortazione a superare la visione antropocentrica dell’universo, che ancora ci attanaglia.

 

Villa Ca’ Rezzonico di Bassano del Grappa. Oikos. Classici Contro (Bassano del Grappa, 7 aprile 2022). Foto di Alberto Camerotto

Antropocentrica, in verità, e fortemente apollinea è anche la narrazione ovidiana, non a caso alla radice di una fortuna figurativa straordinaria che si estende da Dürer a Giorgione, da Tintoretto a Rembrandt, da Tiepolo a Sargent, da Waterhouse a Dalì. Una fortuna inversamente proporzionale a quella antica, ché ben poche sono le fonti del mito in questione al di fuori di Ovidio stesso, e quasi nessuna è anteriore a lui. Anche per questo per noi Dafne è sostanzialmente quel passo del libro I, mille volte volgarizzato e illustrato, in cui quasi per gioco o per ripicca Amore fa innamorare Apollo con la sua freccia, e il dio scopre di non avere medicamento, “quod nullis amor est sanabilis herbis”, “perché l’amore non si può guarire con nessuna erba”. E ancor più, in quel passo, gli ultimi venti versi in cui la fanciulla scappa e si trasforma, proprio nel momento in cui incespica sul problema testuale più complicato e famoso di tutte le Metamorfosi, la doppia versione dei vv. 544-547: in una variante Dafne invoca il padre Peneo, il fiume, “Soccorrimi, padre! Se in voi c’è potere divino, fiume, / trasforma e smarrisci questa bellezza che ha acceso un amore eccessivo”; in un’altra versione, confusa e sovrapposta alla precedente in tutti i manoscritti, Dafne invoca la Terra “Terra, àpriti, e trasforma e smarrisci questa bellezza che fa il mio male”. Infinite le discussioni su queste due varianti alternative, c’è chi ritiene che siano entrambe di Ovidio e dunque vere e proprie varianti d’autore, c’è chi ritiene che l’una o l’altra sia interpolata da qualche poetastro antico o medievale, c’è insomma chi preferisce attribuire l’intervento al fiume della Tessaglia, Peneo, chi – forse più sensatamente – alla Terra, Γῆ, vista come madre di Dafne stessa (anche se questa maternità non è citata apertamente nel testo).

 


Sia come sia, l’enàrgheia dei versi seguenti ha fatto la fortuna del passo, e forse di tutto il poema: “Appena finita la supplica, le invade un pesante torpore / le membra, una lieve corteccia le cinge il morbido seno, / i capelli si levano in foglie, le braccia si drizzano in rami, / i piedi fin lì così rapidi si fissano in lente radici, / la chioma le invade la faccia: non resta di lei che il fulgore”. Hanc quoque Phoebus amat: anche così, Febo l’ama, e posando la mano sul tronco le sente il cuore che palpita, sotto la nuova corteccia. Le stringe ai rami le braccia, come se fossero membra, le copre il legno di baci: ma il legno respinge i suoi baci.

L’albero ricorderà il contatto. A Dafne Giuseppe Penone ha dedicato un’apposita scultura in un palazzo di Cuneo, un tronco d’albero sinuoso realizzato in bronzo che al suo interno riproduce le venature del legno dell’alloro e all’esterno reca invece i solchi delle dita e delle mani dell’artista: mediato dall’ovvio ipotesto di Gian Lorenzo Bernini, questo affondo nella carne viva rappresenta anche la solo apparente superficialità del nostro contatto con il tempo che negli alberi, letteralmente, s’incarna. La vie des arbres, la vita degli alberi, il “cuore che palpita sotto la nuova corteccia”, è fatta di venature simili alle isoipse dei nostri territori o alle irregolari suture del nostro cranio, ma è fatta anche di anelli che crescono anno dopo anno, anelli più o meno grandi a seconda della pioggia assorbita, della neve caduta, della linfa concocta e trasformata. Come mostra Valérie Trouet in un libro appena uscito (Gli anelli della vita. La storia del mondo scritta dagli alberi), basta guardare gli anelli di un tronco per ricostruire tantissimo della storia passata – dalle siccità asiatiche che spinsero alle invasioni barbariche nel IV secolo d.C., fino alle radiazioni mutanti nella foresta di Chernobyl dell’anno di grazia 1986, quando andavo alle elementari e un giorno di aprile un mio compagno arrivò in classe dicendo “Qui moriamo tutti”.

 

Filippomaria Pontani. Foto di Alberto Camerotto

Viviamo, e in parte viviamo, in un’epoca in cui, per ragioni diverse ma in fondo convergenti, le siccità planetarie e le foreste di Chernobyl continuano a popolare i peggiori incubi della specie umana, variamente riflessi sui nostri schermi giorno dopo giorno, nel terrore (che è anche una lucida attesa) che arrivino a penetrare dentro le nostre città, dentro i nostri corpi, dentro i nostri polmoni. Corazzati di previsioni, viviamo secondo il verso di Apollo “quodque cupit sperat suaque illum oracula fallunt”, “e spera in ciò che brama, e lo inganna il suo dono profetico”. Tronfi del nostro progresso e dei δεινά che antigonicamente pensiamo di dominare, usiamo con la natura il medesimo argomento che usa Apollo nella sua allocuzione a Dafne, “nescis, temeraria, nescis / quem fugias”, “tu non sai chi sono io” io che ho ai miei ordini Delfi, Claro, Tenedo, ho inventato la medicina, e sono pure figlio di Zeus. Brutali nell’autoaffermazione, cerchiamo di fare nostra una fanciulla senza renderci conto che, in Ovidio come in Palefato, lei ha ormai “esaurito le forze”, a furia di cercare radici meno liquide delle nostre, di sottrarsi alla nostra vertiginosa quanto malposta libido; debole, post res perditas, sarà il crepitío del cuore sotto la corteccia. Imperterrite prede del delirio, continuiamo a “videre oscula, quae non / est vidisse satis”, a “vedere labbra, che / non basta vedere soltanto” – e dietro quegli strani oscula in realtà c’è, lessicalmente, ben più delle labbra, c’è direttamente il bacio, quello dello stesso Apollo che, quando tutto è davvero perduto, oscula dat ligno come la ragazza del burro cacao.

Un bacio schivato, un bacio respinto (refugit tamen oscula lignum). Un bacio non voluto da una Dafne che ci abbandona al mezzo di una frase del nostro “blablabla” (“verba imperfecta reliquit”), “seeing captivity in praise”, “vedendo la prigionia dietro l’adulazione” (così, in un Frammento Mitico, la premio Nobel 2020 Louise Glück). Una Dafne che, ormai ridotta a arbre sans paroles, ricaccia i nostri complexus, i nostri amplexus, i nostri lividi complessi, nella trista provincia del IV libro di Lucrezio, là dove gli amanti che oscula adfligunt, quia non est pura voluptas (“si colpiscono coi baci, perché il piacere non è sincero”) constatano, dopo molteplici e infruttuose confricazioni, dopo preliminari, atti e aggressioni, che non riescono a portar via nulla l’uno dell’altra, né a entrare né a confondersi con il corpo che pensano di bramare (nequiquam, quoniam nil inde abradere possunt, / nec penetrare et abire in corpus corpore toto).

Nella nostra potentissima impotenza finiremo per pungerla, come le zanzare che l’alloro allontana. Oppure per essere schiacciati.

 

CLASSICI CONTRO
a cura di Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani
UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA – DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI
http://www.unive.it/classicicontro
http://virgo.unive.it/flgreca/Oikos2022Bassano.htm

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Immagine di copertina
Apollo e Dafne del Bernini (dettaglio). Galleria Borghese, Roma
Autore: Joaquim Alves Gaspar per Wikimedia Commons

 

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Filippomaria Pontani (Castelfranco Veneto, 1976) è professore ordinario di Filologia Classica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Ha studiato presso la Scuola Normale Superiore. Ha pubblicato l’edizione critica degli Epigrammi greci di Angelo Poliziano (Roma 2002), le Questioni omeriche di Eraclito (Pisa 2005), il volume Sguardi su Ulisse (Roma 2005), che rappresenta l’‘introduzione’ all’edizione degli scolî e commenti antichi all’Odissea (4 volumi editi finora, Roma 2007-2020). Ha edito le Questioni naturali di Plutarco (Paris 2018) e gli Scritti omerici di Cristoforo Kondoleon (Leuven 2018); insieme a Stefan Weise ha curato un’antologia della versificazione in greco antico in età moderna, dall’Umanesimo ai nostri giorni (Berlin-Boston 2021). Oltre a numerosi articoli scientifici su autori da Simonide a Demostene, da Callimaco a Petronio e sulla letteratura bizantina (Niceta Coniata, Massimo Planude, Leonzio Pilato) e umanistica (Gemisto Pletone, Marco Musuro, Giano Làskaris), ha tradotto prose e poesie dal neogreco (tra gli altri: Poeti greci del Novecento, Milano 2010, con Nicola Crocetti; N. Kazantzakis, Ascetica, Milano 2017; O. Elitis, Poesie, Milano 2021). Dal 2010 coordina insieme ad Alberto Camerotto il progetto Classici Contro. Collabora regolarmente con il Fatto quotidiano e saltuariamente con il Post

 

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