“Luis Sepúlveda, l’uomo del Grande Sud”, di Alessandro de Lisi

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     I coccodrilli coi denti veri resteranno nel fiume, nel grande equivoco delle paludi, tra le piante e i rami a filo d’acqua, all’ombra ad aspettare la preda.   
     I coccodrilli di inchiostro invece sono un’usanza del giornalismo occidentale, tracciano i ritratti dei famosi morti, servono a recuperare la memoria dei tralasciati per il pubblico delle emotività. In questo caso, Luis Sepúlveda non lo merita, sarebbe come voler cementare nella commemorazione un uomo tra i più mobili della terra, un’ingiustizia che non mi sento di perpetuare.
     Allora Sepúlveda è e sarà uno scrittore esemplare, un uomo che ha fatto tanti errori che non ha rinnegato, portato avanti battaglie dolorose, in minoranza, divertendosi come un bambino alle giostre.
     Per lo scrittore cileno, per tutta la sua vita passata e quella che verrà, la battaglia per i diritti civili, per la democrazia, per il socialismo popolare degli ultimi è sempre stata l’occasione di sperimentare l’umanità: la politica non è un dogma, nemmeno una militanza ideologica, piuttosto una cantata meridionale e primordiale della gioia di essere politico.

     Lo conobbi a Milano, in via Melzo, una bella strada con un’altrettanto bella biblioteca di quartiere, a due passi da Corso Buenos Aires, dove aveva sede la casa editrice Il Saggiatore e dove attorno ad un vero genio dell’editoria italiana, Marco Tropea, si radunava la migliore letteratura Sudamericana.
     Il viaggio che feci fino alla trattoria, la migliore della città per mangiare le “orecchie d’elefante”, le cotolette e l’osso buco col riso giallo, fu come traballare sul trenino del Sud.
     Quel grande Meridione del mondo americano che è la vera casa di Sepúlveda, il focolare su cui mette a scaldare il suo sangue, la sua memoria, la sua gioia di vita.
     Traballando traballando, il tema era sempre quello, mai divisibile, tra scrittura e politica. Perché se per Sepúlveda è un’urgenza scrivere, lo è altrettanto mangiare, fumare, lottare, amare, viaggiare e prendere nota, anzi prendere parte.
     Lui, il cileno, mangia e beve bene, non spreca niente, come nella sua scrittura che, in effetti, è un contratto di fratellanza con la vita degli altri, dove il rispetto per la storia è il nodo centrale, non tradendo mai l’accordo di matrimonio con l’esempio della politica fatta di popolo, di persone, di lontananza, di corpi, con una passeggera erotica pressione editoriale.

     Scrive perché se è urgente può essere anche necessario. Sepúlveda, con questa faccia da marinaio di Ushuaia è un intellettuale gramsciano, ma più felice, ironico, sperimentale: va bene essere parte e parteggiare, essere totale e sociale, però divertiamoci anche, amiamoci, facciamo l’amore, beviamo un mate, prendiamo il tempo per una passeggiata o una nuotata atlantica nel mare della vita.  
     I fascisti sono tristi, sembra dire fumando una sigarilla dietro l’altra, solo i fascisti sono padroni delle donne, fingono di amarle per tenersele strette, perché senza le quali la loro mezza vita non avrebbe senso. Solo i fascisti veri, anche se travestiti da altre ipocrisie, contano le cose della vita e gli alleati, i complici, i figli, come se fossero le uova di una gallina di loro proprietà. Pare dire così quando scrive, quando parla, quando mangia. Le cose che contano non possono essere contate, la vita così è.
     Lo scrittore, soprannominato Lucho (Lotto) evade sempre dai numeri, dalla presunzione dei numeri, anche adesso che “pare sia morto” ammazzato dal virus cinese del Covid-19, la malattia dell’avidità commerciale, della globalizzazione che non chiede mai se diritti umani, salute, dignità delle donne e dei lavoratori sono adeguati alla modernità.
     La malattia dell’ipocrisia che sta facendo troppi morti, troppi, anche Luis.

Sepúlveda sul set del suo film “Nowhere” (2002) – Foto ANSA / PAL

     Lo scrittore di Patagonia Express, de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, degli appunti sulla moleskine, delle magnifiche storie per bambini, finalmente trattati come tali e non come deficienti analfabeti (come troppo spesso accade con gli scrittori “per l’infanzia” di professione) si oppone anche adesso: non si rassegna ad essere una parte della statistica dei contatori di professione. Questa verità è scritta nelle migliaia di pagine che ci lascia. Luis Sepúlveda è un caduto della lotta per la libertà di essere felici, del diritto di viaggiare, del dovere di scrivere, dell’impegno di amare, del piacere di fumare, dell’allegria di mangiare, del calore di innamorarsi, del sogno ineludibile di avere sogni anche controcorrente, anzi, soprattutto di avere sogni contromano.
Tutte cose che non si possono contare, non sono ammesse nelle statistiche.
     Sepúlveda è nato in un paese vicino a Valparaiso, Ovalle, in Cile. Lo scrittore che sarà, nasce da genitori ostacolati dal perbenismo della famiglia materna, ospiti il giorno del parto in una camera di hotel: Lucho nasce lo scorso 4 ottobre del 1949, si è allontanato da se stesso oggi 16 aprile 2020, in un ospedale di Oviedo, in Spagna.

Luis Sepúlveda con la donna che faceva rifiorire i rami secchi, uno dei personaggi di “Ultime notizie dal Sud”, (Guanda), traduzione di Ilde Carmignani (Daniel Mordzinski)

     La scrittura è una calamità nella vita di chi la frequenta, perché impone disciplina e fatica che ti devi amministrare da solo. Non puoi dimostrare il tuo lavoro complessivo, non puoi mettere a disposizione un foglio-ore utile alla tua paga: anche la scrittura non si può contare, anche prima di esistere, tutti i pensieri, i viaggi, gli amori, i fallimenti, le bevute, le amicizie, che ti portano fino a lei, non si possono contare. Così come i morti di Covid-19, sono una somma di sempre uno: sono singole vite che finiscono, assassinii uno ad uno, uno mai totale, indivisibili e non riportabili nelle colonne della statistica, come uno e tanti è Sepúlveda, uno tra tante compagne e tanti compagni di strage.
     Luis Sepúlveda è amico di Allende, suo custode fraterno durante le ultime ore al palazzo della Moneda, l’edificio presidenziale di Santiago del Cile, preso d’assalto dalle truppe fasciste di Augusto Pinochet nel giorno 11 settembre del 1973.

Salvator Allende

     Ecco, quando guardo la foto di Allende che parla alla gran folla di cileni assembrati in piazza, ascolto l’audio storico di quel discorso di eguaglianza, libertà, fratellanza mi emoziono fino alle lacrime: lacrime di gioia e di nostalgia.
     Perché la letteratura è anche questo, subire la più dolorosa nostalgia per ciò che non hai avuto il tempo di vivere. Così, ascoltando ancora una volta, adesso che scrivo, quelle parole di fuoco e di farfalla del Presidente, credo che Sepúlveda sia contento se mettiamo un’altra parola accanto al motto francese di rivoluzione: Libertè, Egalitè, Fraternitè, Culture. Che in francese suona plurale.
     Lo scrittore combattente e verticale è stato carcerato, processato, evaso, esule, francese, tedesco, italiano, spagnolo, asturiano, soprattutto è stato il testimone della geografia senza patrie, fatta tutta di passaggi colorati, come nel mio atlante di bambino.
Attraversamenti curiosi, che adesso e ancora una volta lo stanno portando altrove, in quel Grande Sud che è il paradiso degli irrequieti, quel Mezzogiorno del mondo dove non si muore mai, al massimo si riparte dal futuro che qui ribolle, senza più paura.

 

Alessandro de Lisi è giornalista, scrittore, curatore responsabile di progetti culturali complessi per lo sviluppo delle comunità ed esperto di organizzazione e produzione per i Beni Culturali.
Esperto di sociologia delle heimat del Mediterraneo, antifascista, da anni è impegnato nella lotta alle mafie. 

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