RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

Il mondo delle idee: natura, memoria, responsabilità. Conversazione con Domenico Luciani, a cura di Diego Lorenzi (prima parte)

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La Valle della memoria (Mindedal) o Valle dei distretti (Herredsdal), con i massi dei distretti e dei comuni (fotografia di Mette Haakonsen, agosto 2002) – Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2004

 

Con questa “chiacchierata”, alquanto libera ed informale, diamo avvio ad un dialogo dedicato al grande tema dell’Ambiente, che si inoltrerà lungo le dorsali paesaggistiche, urbanistiche e sociali, entrando poi nel vivo delle dinamiche dell’ecologia cosiddetta integrale – paradigma concettuale che mette insieme le varie parti con il tutto – vero snodo e punto di convergenza strategico per tutte le direttrici del pensiero contemporaneo.

Lo facciamo oggi in compagnia dell’architetto, urbanista e paesaggista Domenico Luciani, ex direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche, ideatore del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino e dei Luoghi di Valore, impegnato attualmente soprattutto nello studio, nella ricerca e nella salvaguardia dei patrimoni naturali e culturali.

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Architetto, prima di iniziare la conversazione vorrei chiederle come ha trascorso il periodo dell’isolamento e quali sono stati i sentimenti che hanno scandito il suo tempo, rinchiuso tra le mura domestiche e assediato da un’emergenza sanitaria in continua e quotidiana evoluzione

Ho vissuto le settimane di autosegregazione responsabile con un’ intensa e dolente (a volte critica) partecipazione, ma non sarei sincero se dicessi che in questo complicato passaggio ho affrontato traumi significativi. A dare proporzioni meno ansiogene alla condizione umana di fronte all’epidemia in corso nel mondo, mi è tornato utile un quadro comparativo con varie esperienze di una vita che è andata già oltre gli otto decenni. Mi ha aiutato l’esperienza della guerra che ho vissuto da testimone bambino a Treviso “sotto le bombe” del ’44 e l’educazione a cercare di tenersi informati sulle vicende del mondo guardando in faccia la terrificante sequenza successiva, dalla Corea al Vietnam, dalla Palestina alla Bosnia, a tutte le altre che sono ora in corso in un mosaico planetario insopportabile, autentica “terza guerra mondiale a pezzi” secondo il Papa cattolico in carica. Le corse ai generi alimentari dei primi giorni severi, tra fine febbraio e primi di marzo, nelle nostre città, mi sono apparse davvero imbarazzanti.

Ancor più mi ha aiutato allargare lo sguardo alla lunga storia delle epidemie. Quelle del mondo antico e medievale sulle quali pur disponiamo di una poderosa letteratura. Quelle dell’età moderna, già più vicine al nostro tempo e così ben testimoniate da monumenti votivi che connotano le nostre città e da un’iconografia onnipresente nelle chiese e nei musei. Quelle della storia contemporanea, vissute dalle ultime tre o quattro generazioni, delle quali ogni famiglia porta segni di memoria, e intorno alle quali ognuno ha ascoltato almeno i racconti dei nonni, il colera del 1910, la spagnola del 1919, gli incubi striscianti in varie parti del mondo (anche qui da noi) come la malaria nella aree paludose, la onnipresente tubercolosi fino alla scoperta della penicillina, la poliomielite, l’aids.

Nella lista dovremmo inserire anche le “normali” guerre quotidiane, in particolare quella condotta con le armi della velocità e dell’insensatezza nelle strade, perché i dati statistici non sono dissimili da quelli di una epidemia per quanto attiene ai decessi, con l’aggiunta di una continua produzione di invalidità permanenti terribilmente dolorose per i colpiti e specialmente onerose per la comunità. Sto cercando, dunque, di mettere anche questa singolare inedita esperienza nell’archivio di una vecchiaia che può concedersi il lusso di una improvvisa disponibilità di tempo. Cerco di usarlo evitando gli sprechi. Per leggere innanzitutto, scegliendo lungo sentieri larghi e sicuri dei classici capitali, ma anche divagando e arrampicando su strade ferrate esposte. Per studiare, tornando felicemente su libri e figure che la vita mi aveva fatto incontrare e poi abbandonare. Per camminare, annotare pensieri e ritrovare lampi di memoria camminando. Per osservare la natura, soprattutto il comportamento degli animali, gli aggressivi che assumono posture ancora più aggressive (gabbiani), i migranti che non arrivano (rondini, farfalle, cicogne,…), gli introvabili (passeri e molti altri), i sapienti disorientati che non possono sfuggire al dialogo con la morte e non sanno giocare a scacchi (umani).

Bosco di Sant’Antonio, Pescocostanzo (L’Aquila) – XXIII Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, 2012

A proposito di emergenza, vorrei mettere a fuoco con lei la questione relativa alla “ricostruzione”, alla cosiddetta “ripartenza” – oggi rese difficili da una pandemia drammatica quanto quella del virus – cioè da una crisi economica senza precedenti.
Si dice: “Niente sarà come prima”, “È necessario cambiare rotta”.
In virtù di questo dovremo perciò rivedere programmi, piani, progetti strategie… ripensando ad interventi pubblici più etici e qualificati in tutti i campi, dalla scuola alla sanità, dalla cultura al turismo. Il tutto in funzione del Bene comune, coniugando etica, responsabilità morale, solidarietà e giustizia sociale. Le sembra che il nostro paese sia preparato ad affrontare questa nuova sfida?

Osservo i modi con i quali un corpo sociale (“gente” sarebbe antipatico, “comunità” sarebbe troppo) sta uscendo dall’emergenza sanitaria e non li vedo sostanzialmente diversi da quelli che usa un individuo quando esce da una patologia che lo ha portato a rischio di vita. Il sentimento individuale prevalente è la speranza di poter “tornare a vivere”, vale a dire poter tornare a fare quello che faceva prima, quando era in salute. E quel che faceva prima non rinvia a momenti difficili attraversati; sceglie piuttosto momenti gioiosi.

Non mi pare dunque sorprendente che, nella transizione alla “fase due” e ancor più di seguito, il sentimento collettivo prevalente abbia avuto come manifestazione una corsa a far tornare la vita “com’era, dov’era”. Sui diversi comportamenti in questa corsa, tra Paesi europei, tra parti dello stesso Paese, perfino tra gruppi sociali nello stesso territorio o città, hanno influito i limiti oggettivi delle conoscenze scientifiche, le multiformi situazioni politiche e amministrative, il peso dei diversi assetti dello stato sociale, specie per quanto attiene all’organizzazione pubblica della cura della salute. Ma quel che sarà ancora più importante cercare di capire è il ruolo che nei comportamenti e nelle attitudini delle società hanno esercitato i loro stessi caratteri costitutivi, storici e geografici, culturali e linguistici, etnici e antropologici. C’è materiale di grande interesse scientifico per cercare di capire almeno qualcuna delle infinite cose della natura che ancora non sappiamo.

Puntare a rifare la vita com’era dov’era nell’ordine dell’esistente è molto umano; com’era dov’era nei momenti felici lo è fin troppo. Per poter immaginare una vita nuova, diversa da quella che c’era, sono necessarie (indispensabili) alcune condizioni di base. Le riassumo, per farla semplice, in una sola: la convinzione che il mondo che abbiamo costruito nel corso dell’ultimo paio di secoli (“il moderno”) è arrivato a un troppo pieno di contraddizioni, che le idee ancora dominanti non sono in grado di risolvere queste contraddizioni, che “un altro mondo è possibile”.

Possiamo riconoscere al moderno tutti i meriti che vogliamo, possiamo annotare il cambiamento radicale di alcuni parametri demografici fondamentali, in particolare la diminuzione della mortalità perinatale e l’allungamento della speranza di vita alla nascita. Ma contemporaneamente dobbiamo guardare bene in faccia la quantità e varietà di disuguaglianze di ogni genere presenti oggi nella nostra misurata (finita) casa comune, la quantità e varietà di predazioni agite da pochi a danno di tanti, la diffusione di conflitti in atto tra Stati, dentro agli Stati, perfino all’interno di piccoli ambiti territoriali e urbani. Tutti i campi della tecnica dominante negli ultimi due secoli hanno puntato in sostanza sulla quantità, in tensione verso il gigantismo: l’altezza dei grattacieli, l’arditezza dei ponti e delle dighe, la velocità dei mezzi di trasporto, la dimensione delle navi (petrolio, containers, persone). Esiste ed è visitabile in Germania, dalle parti di Cottbus, una singolare gustosa metafora del moderno, un carro ponte di oltre 500 metri di lunghezza, tanto grande da non riuscire a funzionare.

Pittsburgh – Pennsylvania (USA)

Spiccano su tutte, e stanno crescendo, le disuguaglianze pertinenti all’accesso all’acqua potabile e al cibo, due disuguaglianze intrecciate, mentre il disastro prodotto dall’agricoltura industriale e dalla mobilità planetaria dei prodotti (con il noto eccesso di confezioni in plastica) ai danni dell’agricoltura contadina legata ai luoghi è un dato di fatto impressionante. Esistono anche azioni e riflessioni adeguate all’insieme delle crisi economiche climatiche ambientali che stiamo vivendo; la lettera enciclica «Laudato sì’» è il documento dell’ultimo decennio che più chiaramente definisce la relazione tra la questione economica e la questione ecologica.

La corsa a ricostruire lo stato delle cose presenti prima della crisi sanitaria appare dunque più il risultato di una ricerca istintiva verso il mondo già visto che una “tensione responsabile” a costruire un mondo nuovo; la carenza di conoscenza teorica e di esercizio pratico della responsabilità individuale e collettiva è forse l’osservazione più amara che sia accaduto di fare nel corso di questa primavera.

È una carenza di lunga durata appesantita da un paradosso del momento: la critica dell’esistente e la ricerca del nuovo sono meno agevoli nel fuoco della crisi e divengono più fertili in una condizione non pressata da preoccupazioni e bisogni primari. Non è dunque oggi (luglio) il momento e verrà nel prossimo futuro (forse già nell’autunno) il tempo per tentare una lettura critica dell’esperienza e per riprendere il filo dei propositi futuri. Ma il lavoro di riflessione, come sempre, non va in vacanza, non aspetta tempo, approfitta anzi degli intervalli imprevisti, delle soste e delle lontananze che di solito l’estate concede.

 

Oggigiorno si fa un gran parlare dei nuovi grandiosi progetti per i quali è stata coniata l’espressione Green New Deal, in pratica un nuovo accordo globale per gettare le basi per una politica ecologica e sostenibile. Anche perché, oltre al rilancio urgente dell’economia, è più che mai necessario avviare dei programmi di studio e di lavoro per un cambiamento radicale in ambito ambientale, visto com’è stato ridotto il pianeta, a causa soprattutto di politiche neo-liberiste che hanno reso possibile uno sfruttamento insensato di tutte le sue risorse più preziose.
Lei pensa che sarà possibile realizzare un’efficiente Green economy basata su nuovi principi etici e sociali, che tenga conto anche delle nuove istanze ambientali, ad iniziare da una seria lotta al riscaldamento globale, quindi alla deforestazione, all’inquinamento e via dicendo? Le premesse sono tutt’altro che positive, anche perché le grandi potenze non sembrano molto propense ad una significativa inversione di rotta.

Una premessa non trascurabile: non abbiamo ancora fatto bene i conti con la “modernità”. La nostra idea del mondo, il nostro modo di stare al mondo, nel corso degli ultimi due secoli, hanno orientato il comportamento umano a salire verso la cima di una scala di valori dominanti che ci ha convinto a usare la natura per aumentare senza limiti di quantità e di misura, i mezzi di produzione e i beni di consumo, utili o inutili che fossero. Nella prima fase, grosso modo fino agli anni Trenta, alle esperienze positive delle socialdemocrazie nordiche e alle aberrazioni negative delle dittature europee (diverse a loro volta tra loro), le varie forme di “modernizzazione” hanno portato alle guerre e alle avventure coloniali e, contemporaneamente, hanno messo nel loro variegato sacco di novità, in funzione della crescita dei consumi interni, anche un qualche “stato sociale”. Il secondo dopoguerra illumina una condizione umana connotata da una inedita mixità di laceranti contraddizioni (migrazioni interne, aggressione alle coste, degrado ambientale, disastri dovuti a miniere e a dighe,…) e di risultati progressivi (alfabetizzazione, alimentazione, sanità pubblica e speranza di vita alla nascita,…). Collocherei negli anni Sessanta una sorta di accelerazione dello smarrimento del limite, avviandosi quel tormentone della crescita che non ci abbandonerà più (oggi, luglio 2020, di nuovo, al centro dell’ansia nazionale, il comandamento del “tornare a crescere”)… gigantismo dei dispositivi tecnici che moltiplicano la nostra potenza, crescita della disponibilità e della mobilità di denaro, di parole e immagini, di persone e cose. Sempre di più. Sempre più grande. Sempre più veloce. Ecco gli imperativi ai quali sono finalizzate ricerche e innovazioni, per i quali sono allocati investimenti, sui quali vengono parametrate le ambizioni nazionali, in nome dei quali nascono tensioni e conflitti.

Qualcuno sta provando a fare i conti con le crescenti disuguaglianze e con le crisi (climatica, economica, ecologica) alimentate dal modo “moderno” di abitare la terra, penso a Lorenzo Milani, Jorge Bergoglio, Edgar Morin, Umberto Galimberti, Eugenio Borgna, Carlo Petrini, Marco Revelli… e potrei continuare allineando un numero molto grande di figure significative. Ma penso, innanzitutto, alle centinaia di migliaia di contadini che vivono e lavorano sparsi nel mondo a tenere viva l’agricoltura contadina, nemica irriducibile dell’agricoltura industriale “moderna”, settore produttivo che costituisce una dimostrazione tra le più macroscopiche della insostenibilità del sistema prevalente di produzione e di circolazione dei prodotti, basato su due tra i fenomeni costitutivi del moderno (il gigantismo tecnico e la mobilità aerea) e reso possibile dalle dimensioni patologiche e incontrollate di uso dell’acqua e dei prodotti chimici.

Fare i conti con la modernità è particolarmente complicato dall’idea che ci è stata inculcata secondo la quale i mezzi tecnici sono neutri e tutto dipende dall’uso che ne facciamo. A me (in buona compagnia) pare al contrario del tutto evidente, ancorché poco o punto percepito, che i mezzi tecnici modificano attitudini e danno forma processualmente a comportamenti commisurati alle esigenze dei mezzi medesimi, fino a forme di vera e propria  sudditanza. E dunque, per poter affrontare con adeguata energia le questioni climatiche, economiche e ecologiche che ci stanno davanti, dovremmo riuscire a immaginare una rivoluzione antropologica.

Vasto programma, ahimè!, di lavoro culturale e di impegno civile dentro un coacervo arruffato di tanti fili e nodi irrisolti. E tuttavia c’è un capo del gomitolo che mi pare da subito alla portata di ciascuno di noi: per pensare al mondo pensare al nostro microcosmo, curare, aggiustare i luoghi nei quali si svolge la nostra condizione umana. Dar vita a livelli di rappresentanza in ogni luogo, anche partecipando a qualcuno dei tanti comitati o gruppi di iniziativa che si agitano nel territorio e agendo per la loro metamorfosi da espressioni di mero antagonismo a nuclei di intelligenza propositiva. Rivendicare nel proprio microcosmo una quota di potere che metta in condizione di provvedere direttamente alle esigenze primarie gli abitanti. Lavorare per trasformare l’insieme degli abitanti in una cellula costitutiva del tessuto sociale che ambisca a chiamarsi comunità. (fine prima parte)

Venezia, luglio 2020

Foto di copertina

Esemplare di Malus sieversii di duecento anni di età ricoperto da un luppolo, a 1.800 metri di altitudine. Foresta di alberi da frutto, Djungarsky (fotografia di Catherine Peix, Associazione Alma). Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2016.

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