I simboli del Natale, testi di Antonio Barzaghi e Raffaele Vertucci

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I simboli del Natale
di Antonio Barzaghi

 

Il Presepe “Cuciniello ” del Museo nazionale di San Martino di Napoli, realizzato tra il XVIII e il XIX secolo, foto di Antonio Barzaghi


In età pagana, molti secoli prima della venuta di Cristo, la celebrazione del Natale era legata alle feste propiziatorie di fine anno, quando un senso di angoscia profonda opprimeva gli uomini di fronte allo spettacolo di una natura che, non generando più i suoi molteplici frutti, sembrava destinata a spegnersi.
Di qui l’origine di alcuni rituali che simulavano il ritorno della luce e del calore, come i fuochi di Natale e il motivo per il quale le antiche religioni elaborarono il concetto dell’avvento salvifico di un eroe celeste che, sopprimendo la storia e il negativo ad essa riconducibile, inaugura un’era di prosperità.
Fu però il Cristianesimo a proporre per la prima volta la presenza di un Dio, sostituendo a un Bambino metastorico un Cristo figlio di Dio disceso in terra in un tempo e in uno spazio ben determinati.
In questo contesto il Presepe è il racconto della tradizione della Chiesa, ciò che è stato ideato dalla fede lungo i secoli per popolare di comparse la nascita di Cristo.
Il Presepe moderno ha inizio con San Francesco nella notte di Natale del 1223, quando fu posta in una grotta l’immagine del Bambino tra il bue e l’asinello.
Questo tema fu poi svolto con sempre maggiore intensità da pittori e scultori: basti pensare a Simone Martini, a Giotto, a Gentile da Fabriano, a Benozzo Gozzoli e a tanti altri artisti, fino alle seducenti rappresentazioni plastiche del barocco napoletano, quando l’allestimento presepiale si qualifica come aspetto particolare della scultura italiana, nella quale si fondono motivi aulici e popolari.
In tal modo, privato definitivamente di ogni motivazione liturgica, il Presepe napoletano afferma il suo carattere aristocratico, borghese, di puro divertimento con una non trascurabile attenzione per le fogge, gli abbigliamenti, gli accessori che rimandano ad una moda illuministica; ma denota anche tangenze con la pittura di genere, di rovine e di paesaggi, tanto care al Solimena e al De Mura, con il teatro, la scenografia e l’opera buffa. Un documento, quindi, di vita e di costume, un mondo in miniatura, una ressa di strampalate metafore dove si afferma una galleria variopinta di caratteri, di pittoreschi assembramenti nei quali il buffonesco e la gravezza si intrecciano mirabilmente.

 

Il Presepe “Cuciniello ” del Museo nazionale di San Martino di Napoli, realizzato tra il XVIII e il XIX secolo (Wikimedia Commons)

Questi teatrini della Natività si possono dunque considerare vera e propria sintesi narrativa che accomuna ideologicamente sullo stesso piano tutti i personaggi deputati, smussando così tensioni e contrasti.
Nelle sue origini più immediate il Presepe napoletano si rivela un derivato dalle sacre rappresentazioni della Natività allestite in chiese e conventi con burattini.
I Concili, però, deprecavano che in questi luoghi la Madonna, San Giuseppe, il Bambino e altri personaggi del sacro mistero fossero impersonati da fantocci mossi con fili. Pertanto, scomparsi burattinai e fili, restarono i fantocci, cioè i pastori, dei quali si può affermare sicuramente la derivazione dalle marionette in quanto indossavano anch’essi indumenti di stoffa ed erano costruiti in modo che la testa e gli arti fossero componibili in vari atteggiamenti.
Nel silenzio dei documenti è lecito supporre che a Napoli il primo Presepe smontabile con figure vestite sia sorto per iniziativa dei Gesuiti, i quali fin dal Natale del 1607, dopo aver terminato la loro chiesa a Monaco di Baviera, iniziarono ad allestire tutti gli anni, per poi scomporlo e ricomporlo, il primo Presepe mobile di cui si abbia notizia certa e di cui restano pregevoli testimonianze.
Anche nella tradizione presepiale tre sono le componenti fondamentali: l’Annunciazione ai pastori, la Natività e la Taverna.

 

Lascito dell’Avv. Pasquale Perrone, Museo nazionale di San Martino di Napoli, realizzato tra il XVIII e il XIX secolo (particolare), foto di Antonio Barzaghi

Il primo episodio rimane fedele alla tradizione Evangelica mentre la Natività ha subito non trascurabili alterazioni dal momento che la grotta è sostituita da simboliche rovine di templi pagani.
Questa particolare inclinazione degli allestitori è riferibile alla circostanza che nel Settecento furono promossi da Carlo III di Borbone gli scavi di Pompei ed Ercolano.
La Taverna è invece l’elemento dove la fantasia si è tenacemente sbizzarrita. I commestibili vengono esibiti con straordinaria abbondanza e sembra di assistere non alla nascita del Redentore, ma alle nozze di un ricco borghese.
Per la modellatura delle figurine vengono utilizzati terracotta, legno, stoppa, bambagia, pelle, cera e filo di ferro. Ogni sorta di stoffa è impiegata per vestire i pastori: un multicolore materiale accuratamente cucito e arricchito con merletti, ricami e nastri, confezionato nelle reali seterie di San Leucio, non lontano da Caserta.
Decisamente suggestivo è il corteo dei Magi: una turba scintillante di sultani, odalische, cammellieri, araldi, palafrenieri, schiavi, suonatori e portatori di bagagli che forniscono un pretesto per realizzare immagini di orientali di grande valore.
Il Presepe napoletano, angolo di Palestina trasferito nella campagna vesuviana, è anche mondo di sogni e di utopie, in un’atmosfera malinconicamente sfuggente.
L’interesse dei Borboni per il Presepe divenne il motivo conduttore, applicabile a Carlo III costruttore degli stessi e alla devota Regina Amalia, per l’occasione sarta di figurine presepiali. La Casa reale trova un pretesto per una presenza tra i sudditi con uno strumento non trascurabile di affermazione e di propaganda. Una sorta di “dialogo” tra sovrano e popolo, un’occasione festaiola e spettacolare a sostegno di una pratica persuasiva di consenso e anche una forma comunicativa della sacralità nobiliare carica di significati simbolici. Quando, poi, verrà meno il lustro delle grandi casate e la corte con la nobiltà partenopea si defileranno da questo costoso hobby turbate dagli eventi politici, queste complesse composizioni plastiche si disperderanno nei mille rivoli del collezionismo privato.

 

Alcuni personaggi tipici del presepio a San Gregorio Armeno (Wikipedia)

Oggi il regno del Presepe napoletano è in San Gregorio Armeno, nella parte più antica del centro storico di Napoli, luogo pittoresco e carico di dolci sorprese. Qui è particolarmente piacevole sostare e ammirare l’arte nascosta degli artigiani: un lavoro lento, amorevole, un mondo ancora ingenuo e pacifico. Tutt’intorno la vita pulsante e i tanti volti di vecchi, di giovani, di bambini che sembrano essere parte di quella umanità che Caravaggio elesse a soggetto delle sue tele.
La cultura presepiale del Nordest raggiunge esiti interessanti negli allestimenti trentini e altoatesini.
In quest’ultima area la tradizione è documentata fin dal 1621, anno in cui un Presepe con figure poco inferiori alla grandezza naturale venne costruito per la chiesa di Novacella vicino Bressanone.
Da allora l’usanza si diffuse nelle chiese e poi nelle private abitazioni. Questi allestimenti si caratterizzano per una ricerca di particolare fastosità: gli esempi più antichi sono rappresentati infatti da figure coi volti e le estremità intagliati in legno, mentre le parti restanti sono vestite con stoffe sontuose.
Soltanto dalla seconda metà del Settecento si diffondono presepi con figure in legno, di formato più piccolo, scolpite a tutto tondo e dipinte secondo l’usanza degli artigiani della Val Gardena.
I Presepi trentini esaltano nella composizione e nelle figure le caratteristiche proprie della tradizione locale e le statuine in legno rispettano nella disposizione e nei costumi il racconto evangelico.
Non solo scultori di professione ma anche umili artigiani, soprattutto della Val di Fiemme, danno libero sfogo al loro estro creativo in questi allestimenti che raggiungono apprezzabili esiti sul piano estetico ed espressivo.

 

 

Presepe, opera e foto di Paola Bocchi

 

Il presepio “mistico”,
di Raffaele Vertucci

 

Il Natale ispira da sempre mistici e poeti. Lo stupore davanti alla follia d’amore di un Dio che decide di farsi uomo, fa cantare e invita alla preghiera. Per capirlo basta fermarsi un attimo in silenzio davanti al presepe. Scrive il Papa nella Lettera apostolica “Admirabile signum”: «Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui».

Come poi dimenticare una delle sue pagine più note dedicate al Natale da parte di don Tonino Bello, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e presidente di Pax Christi morto nel 1993 a 58 anni,  e che scrive, ispirato: 

«[] Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L’importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.
Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura. Il Natale di quest’anno ci farà trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza».

 

Don Tonino Bello

A questo proposito mi viene in mente in maniera forte un pensatore, mistico e filosofo, a cui ho dedicato buona parte dei miei studi: San Giovanni della Croce, maestro di spiritualità e “Dottore della Chiesa”, oltre che collaboratore di Santa Teresa di Gesù (Teresa d’Avila) per la riforma carmelitana. San Giovanni della Croce è considerato tra i più grandi testimoni dell’esperienza mistica. Con le sue parole e il suo messaggio che sanno di mistero, del mistero di Dio, ci ha lasciato certamente una delle più alte vette della poesia d’amore.
Giovanni della Croce
, al secolo Juan de Yepes Álvarez, nasce in Spagna nel 1542, a Fontiveros, una cittadina della Castiglia, da una famiglia poverissima. Il piccolo Juan viene subito colpito dalla durezza della vita. Rimane presto orfano di padre, per cui ancora bambino impara a fare il tessitore per aiutare la madre. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si dà da fare con diversi lavori per mantenersi agli studi cui si sente portato: falegname, sarto, pittore, intagliatore, commesso e aiuto infermiere. Infine completa gli studi umanistici presso i gesuiti di Medina del Campo.
A 21 anni entra nell’Ordine del Carmelo con il nome di Giovanni della Croce. Prima di essere ordinato sacerdote, in un momento di ripensamento vocazionale e già quasi deciso a passare alla forma di vita certosina, incontra per la prima volta Teresa di Gesù (Santa Teresa d’Avila), che aveva cominciato a riformare i Carmeli femminili. Giovanni accetta di condividere l’ideale e il destino di lei e dare inizio ai primi carmelitani riformati. Cinque anni dopo, nel 1568, si avrà l’inaugurazione ufficiale del primo convento di quelli che verranno chiamati “carmelitani scalzi”.     

 

Il ritratto di San Giovanni della Croce dipinto nel 1680 circa da Cesare Gennari, © Ordine dei Carmelitani Scalzi    

Ma momenti difficili e prove pesanti attendono Giovanni: molti suoi confratelli non gradiscono il suo rigore e non accettano le sue riforme: così per le incomprensioni sorte fra l’antico ordine carmelitano e la nuova famiglia teresiana, viene imprigionato dai confratelli nel carcere del convento di Toledo. Sono tempi in cui la vita della Chiesa è strutturata in modo analogo a quella civile, e i conventi hanno anch’essi una cella-prigione per i frati considerati ribelli. Qui Giovanni viene percosso, umiliato e sottoposto a maltrattamenti di ogni genere. Eppure, dal profondo dell’abisso, nel buio che l’avvolge anche fisicamente, dal cuore di Giovanni della Croce nascono le più calde e luminose poesie d’amore, costruite con materiale biblico, ma anche secondo lo stile e le forme in uso a quel tempo. Egli le compone a memoria, e crea un mondo incredibile di immagini, simboli, sentimenti. Lungo quei terribili mesi, Giovanni inizia così il suo cammino nel mondo biblico della Rivelazione di Dio, come se Dio lo avesse lì trasportato per grazia e reso protagonista. Nel 1578 riesce a fuggire dal carcere conventuale e si rifugia nel monastero delle carmelitane scalze di Toledo.
Le sofferenze inaudite dei 9 mesi di carcere non furono vane. Infatti, due anni dopo, i Carmelitani Scalzi ottennero il riconoscimento da Roma, e Giovanni della Croce fu finalmente libero di svolgere il suo ministero influendo positivamente su tutti. Fu superiore, confessore e direttore spirituale per diversi anni.
Morì a 49 anni nella notte fra il 13 e 14 dicembre del 1591. Fu proclamato Santo nel 1726, e Dottore della Chiesa nel 1926.

***

 

San Giovanni della Croce e il Cristo di Segovia, stampa popolare sec. XVII (carmelodisicilia.it)

 

In pieno periodo di Avvento, vorrei invitare a rileggere alcuni brani delle sue famose “Romanze”, che ci introducono al mistero della venuta di Gesù, Dio fatto uomo.

 

Le “ROMANZE”


Tutto cominciò quando, per celebrare nella sua prigione il tempo sacro dell’Avvento, Giovanni della Croce si dedicò a ri-esprimere, in poesia, il Prologo del Vangelo di Giovanni e il Vangelo dell’Infanzia di Gesù, componendo così Nove Romanze, trinitarie e cristologiche. In quel secolo, la creazione poetica e musicale delle “Romanze” era un fenomeno molto diffuso che impregnava la vita e la cultura popolare della Spagna. Le “Romanze” di Giovanni della Croce sono certamente popolari nella forma, ma cólte e profonde nel contenuto teologico e biblico. Vi si ritrova, limpida, la contemplazione del mistero cristiano, in ciò che esso ha di unico: la rivelazione del mondo trinitario.

 

QUINTA e SESTA Romanza (L’ATTESA)

 

Scopo delle due romanze è sviluppare il tema dell’attesa: tutto l’Antico testamento è ripercorso e considerato come “lunga speranza e crescente desiderio” di poter abbracciare lo Sposo e godere con Lui. Anzi, l’attesa dei profeti diventa, nella poesia di Giovanni della Croce, la precisa attesa di poter “vedere Dio con i propri occhi”, “toccarlo con le proprie mani” e “camminare in sua compagnia”. Nella Sesta Romanza si raggiunge il punto di massima “densità” storica nell’incontro fisico tra i profeti – qui rappresentati dal vecchio Simeone – ed il Verbo fatto carne. È infinita la purezza poetica con cui Giovanni riesce a descrivere l’abbraccio tra il Vecchio e il Bambino, facendoci contemplare – come sullo sfondo – l’abbraccio tra l’Amante e l’Amata.

 

QUINTA ROMANZA (L’ATTESA)

 

la speranza lunga
e il crescente desiderio
di godere con lo Sposo
di continuo li affliggeva…

Dicean gli uni:… “Orsù, Signore
Invia chi ci devi mandare!”
Ed altri: “Oh, se squarciassi
I cieli e potessi ammirare
con i miei occhi la tua discesa…!”
 

Altri dicevan: “Felice
chi in quel tempo vivrà,
e con i suoi occhi mortali
di veder Dio meriterà,
 

e toccarlo con le mani
e stare in sua compagnia
e godere dei misteri
che ordinerà in armonia!”.

 

Alexey Yegorov, San Simeone il Giusto, 1830-1840 (Wikimedia Commons)

Dalla SESTA ROMANZA

 

il vecchio Simeone,
di desiderio infiammato,
pregava Dio che volesse
mostrargli il giorno bramato.
 

E così lo Spirito Santo
Al buon vecchio rispondeva,
e che non vedrebbe morte
per certo gli prometteva,

finché non vedesse vita
dall’alto a lui discendere,
e nelle stesse sue mani
Dio potesse prendere

per tenerlo tra le braccia
e a sé poterlo stringere.

 

 

SETTIMA Romanza (sull’INCARNAZIONE)

 

La Settima Romanza ci riporta nel seno della Trinità, proprio mentre giunge il momento dell’Incarnazione: anche se Simeone lo ha già stretto tra le braccia, il suo è ancora un gesto profetico, il gesto del desiderio che va ad incontrarsi con l’esaudimento. Il Padre ha donato al Figlio una Sposa dissimile da Lui (nel testo si dice infatti che “è diversa nella carne”), ma quanto più grande è l’amore, tanto maggiore dev’essere il bisogno di farsi simili. Il Padre ha dato al Figlio una Sposa umana da amare, e ora l’Amore esige inesorabilmente l’umanizzazione del Figlio, che, a questo punto, non può che esprimere la sua più profonda identità: avere come propria la volontà del Padre, e quindi raccontare alla sua Sposa, cioè agli uomini, la bontà del Padre, la sua saggezza e giustizia. Il Figlio è così, in tutto il suo essere, “Rivelatore del Padre” e come tale si lascia inviare nel mondo.

 

Dalla SETTIMA romanza sull’Incarnazione

 

Lorenzo di Credi, Madonna con bambino, 1494, Museo d’arte David Owsley, Ball State University di Muncie, Indiana (Wikimedia Commons)

“Vedi, Figlio, la tua Sposa
a tua immagine ho plasmato,
e là dove ti somiglia
tutto è bene concordato,

ma è diversa nella carne
che manca al tuo essere puro.
Tuttavia agli amori perfetti
s’impone il precetto sicuro

che si faccia somigliante
ogni amante al proprio amato,
e più cresce somiglianza
più diletto ad essi è dato”.

“La mia volontà è la tua
– gli rispondeva il Figlio –
E la gloria che detengo
È far mio il tuo consiglio
perché così meglio si vede
risplendere il sommo tuo Bene.

E darò al mondo la notizia
della tua dolce bellezza,
andrò a portare l’annuncio
del tuo sovrano potere,

andrò a cercar la mia Sposa,
prendendomi senza temere
le sue fatiche e i travagli
del suo immenso patire.

E perché abbia la vita,
io per lei vorrei morire,
e strappandola all’abisso
a Te la vorrei far salire”.

 

OTTAVA e NONA Romanza (ancora sull’Incarnazione e la Natività)

 

Queste ultime due Romanze sono dedicate più propriamente al mistero del concepimento e della nascita di Gesù.

La formazione di Gesù nel grembo materno è descritta come incontro nuziale tra la natura umana e quella divina. Il Verbo stringe per sempre tra le sue braccia la natura umana divenuta sua Sposa: il mistero è tutto raffigurato nel gesto natalizio della Vergine che adagia il suo bimbo nel presepe. Il Bambino si lascia abbracciare dalla Madre, ma, in realtà, è Lui che la stringe a sé. Maria è assieme la Sposa (perché è lei a dare al Verbo la carne umana) e la Madre che assiste alle nozze. E avviene il mirabile scambio: nel presepe ormai – nei vagiti di quel Bimbo –  è Dio che piange e geme, e – nei suoi sorrisi –  è l’uomo che gioisce: ognuno ha ceduto all’altro ciò che gli era proprio e ha ricevuto ciò che non gli apparteneva.

OTTAVA ROMANZA sull’Incarnazione

 

Beato Angelico, Annunciazione, 1438-1450, affresco, Museo Nazionale di San Marco, Firenze (Wikimedia Commons)

E allor chiamò un arcangelo

che Gabriel si nominava,

inviandolo a una fanciulla

che Maria si chiamava,
 

per il cui consentimento

il mistero si compiva:

ed in lei la Trinità

di carne il Verbo vestiva.


E benché Tre faccian l’opera,

solo in uno si realizzava;

e nel ventre di Maria

il Verbo incarnato restava.

 

 

 NONA romanza sulla Natività

 

Giotto, Natività, 1310, affresco, Basilica Inferiore di Assisi (Wikimedia Commons)

Poiché il tempo era arrivato
In cui nascere doveva,
il Signor come uno sposo
dal suo talamo sorgeva.

Avvinto alla sua sposa,
che tra le braccia portava,
mentre la Madre piena di grazia
in un presepio l’adagiava.

Gli uomini alzavano cantici
E gli angeli melodiavano:
festeggiando il matrimonio
che tra due nature accadeva.

Però Dio, nel presepio,
stava piangendo e gemeva,
eran gioielli che la Sposa
al matrimonio portava,
e la Madre era stupita
quando lo scambio osservava:

in Dio c’era il pianto dell’uomo
e nell’uomo beatitudine,
ed a ciò sia l’uno che l’altro
non avevan l’abitudine.

 

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Nota
I testi citati sono tratti da: «Il DIVINO CANTICO di S. Giovanni della Croce», di A.M. Sicari ocd, ed. Jaca Book, 2011

Immagine di copertina
Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi, 1423, Galleria degli Uffizi, Firenze (Wikimedia Commons)

 

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Antonio Barzaghi, partenopeo di nascita, è laureato in Scienze Politiche all’Università di Napoli e ha frequentato l’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Trento.
È stato direttore dell’Ente Provinciale per il Turismo di Treviso dal 1970 al 1986 e in questa veste ha ideato e organizzato in Italia e all’estero importanti mostre d’arte e convegni scientifici.
Si è poi occupato di comunicazione istituzionale, editoria, organizzazione e promozione di eventi culturali.
Autore di saggi e articoli sulle arti minori e sulla storia del costume, è ideatore, direttore artistico e segretario del “Premio Goffredo Parise per il Reportage”.

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Raffaele Vertucci, nato nella provincia di Salerno nel 1975, si laurea nel 1998 in Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Perugia con una tesi di laurea dal titolo IL FONDAMENTO ETICO NEL PENSIERO DI ALBERT SCHWEITZER: IL RISPETTO PER LA VITA.
Sviluppa intanto dei temi legati alla non violenza e ad Aldo Capitini attraverso delle pubblicazioni, per poi concentrarsi più propriamente – grazie al prof. Edoardo Mirri e al Prof. Marco Moschini dell’Università di Perugia – allo studio del filosofo italiano Teodorico Moretti-Costanzi e al suo rapporto con Spinoza, i Padri della Chiesa, tra cui Giustino e il pensiero di San Bonaventura da Bagnoregio.
Consegue nel 2008 con il summa cum laude il Dottorato di Ricerca di Filosofia presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, con una dissertazione dal titolo: “Sapienza, amore, verità: il pensare di san Giovanni della Croce: un mistico-filosofo, un filosofo-mistico”, pubblicata dalla stessa Università nel 2010.
È stato componente la Redazione di Perugia della rivista filosofica-politica-pedagogica Prospettiva Persona, con sede a Teramo (presidente del Comitato scientifico P. Ricoeur) ed è attualmente componente il gruppo di Ricerca della Fondazione “Siro Moretti-Costanzi” dell’Università degli Studi di Perugia, attraverso cui continua lo studio della Mistica e del suo rapporto con la Patristica e la Filosofia.

 

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