Femminismo e Movimento LGBTQ+, di Valentina Pizzol

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Gay Pride, Roma 2020 (radiosapienza.net)

       Quando Diego Lorenzi mi ha annunciato l’intenzione di dedicare uno spazio ai temi LGBTQ+ nella rubrica dedicata a donne e diritti, ho pensato che la sua idea non fosse semplicemente interessante, ma giusta.

       Forse pochi riescono a cogliere il collegamento che esiste tra il femminismo e il movimento a sostegno dei diritti LGBTQ+ (sigla che indica le persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer e molto altro). Del resto io per prima, nella mia veste di avvocata per i diritti civili, ho compreso solo di recente qual è il fil rouge che li unisce. Le richieste dei due gruppi sono solo apparentemente diverse, perché, in realtà, nascono dallo stesso desiderio di non essere discriminati: il primo vuole la parità politica, economica e sociale tra i sessi, il secondo ambisce alle stesse parità senza discriminazioni in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

       Si potrebbe opinare che un’affinità simile allora esista anche tra il femminismo e le lotte contro il razzismo, la xenofobia o l’antisemitismo, trattandosi pur sempre di diritti umani, invece è proprio con la campagna sui diritti promossa dalla comunità LGBTQ+ che si notano i maggiori punti di contatto.

       Le donne così come le persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali condividono la causa che è fonte delle discriminazioni di cui soffre ciascun gruppo: la cultura patriarcale.

       Il patriarcato è letteralmente “la legge del padre”, in forza della quale è l’uomo a detenere il potere (ma non un uomo qualunque: possibilmente bianco, eterosessuale e normodotato, altrimenti il discorso potrebbe cambiare). Questa posizione di privilegio, consolidatasi nel tempo, ha determinato il maschilismo, ossia la convinzione che gli uomini siano superiori alle donne e sulla base di tale presunzione si è modellata l’intera nostra società, a partire dall’antica Grecia con il mito di Pandora (“nefasta è la stirpe delle donne”, La Teogonia di Esiodo).

Baldassarre Peruzzi,  Apollo e le Muse (1520) – Palazzo Pitti (Firenze)

       Abbiamo quindi un palese problema con il femminile e con tutti i rispettivi stereotipi perché, in fondo, continuiamo a pensare che il femminile sia qualcosa di inferiore (rispetto al maschile) ed è per questo motivo che siamo portati a discriminare tutti quegli uomini che in qualche modo vi si avvicinano o ce lo ricordano. Per esempio, si fatica ad accettare socialmente che un uomo possa piangere o provare quelle emozioni che per cultura associamo tipicamente alle donne. In tal senso c’è chi parla di mascolinità tossica, ossia degli stereotipi maschili che non consentono agli uomini di vivere liberamente, in quanto impongono loro un certo livello di prestazione per non passare da “femminucce”.

       La categoria degli uomini omosessuali si allontana dagli stereotipi maschili, tanto per dirne uno: sono attratti da uomini, esattamente come le donne.

       Se allora è vero che siamo portati a discriminare gli uomini che adottano comportamenti che rientrano negli standard femminili, cosa dire delle lesbiche?

       Per tantissimo tempo si è faticato a parlare di omosessualità femminile, come se quest’ultima non esistesse affatto… L’ennesima riprova della scarsa considerazione di cui gode il mondo delle donne. Un disinteresse che è trasversale e davvero non discrimina nessuna: che sia etero o sia lesbica (per fare dell’ironia potremmo dire che almeno qui la parità esiste!).

       Uno dei motivi per cui l’omosessualità femminile è rimasta a lungo nell’ombra è anche perché tale orientamento sessuale era, sempre da un punto di vista maschile, semplicemente inconcepibile: sono donne che preferiscono le donne agli uomini! La difficoltà di immaginare che una donna possa realmente desiderare una del suo stesso sesso, piuttosto che un uomo, ha fatto sì che, per esempio, in alcuni paesi dell’Africa esistesse lo “stupro correttivo” delle lesbiche, finalizzato a rettificarne l’orientamento sessuale sempre in virtù di quella legge del padre che subordina la donna al potere dell’uomo. 

       Anche le persone transessuali (la “T” della sigla LGBTQ+) si scontrano con il medesimo problema.

       Possiamo idealmente distinguere due categorie: MtF e FtM.
       MtF (Male to Female) è la persona assegnata al genere maschile alla nascita che diventerà femmina, FtM (Female to Male) la persona che fa il percorso inverso.

       Senza addentrarci troppo, è sufficiente immaginare quanto queste due categorie vadano a turbare la cultura maschilista: la prima (MtF) perché sono uomini che vogliono perdere il loro diritto di supremazia, accettando di essere retrocessi al genere femminile (un sacrilegio!); la seconda (FtM) perché giammai delle donne potranno realmente considerarsi ed essere considerate uomini.

       Non sbaglia affatto chi sostiene che il disprezzo verso la femminilità possa essere considerata la radice inconfessata dell’omofobia (anche se sarebbe più corretto parlare di omo-bi-transfobia, includendovi l’avversione anche nei confronti delle persone bisessuali e transgender).

       Ma com’è che la comunità LGBTQ+ si è invece avvantaggiata grazie alla campagna per i diritti portata avanti dalle donne?

       Rebecca Solnit, nota scrittrice americana, è una delle prime a notare la connessione tra femminismo e diritti LGBTQ+.

Rebecca Solnit, image by Shawn, via Flickr Commons (Openculture.com)

       Dopo che nel 2015 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America aveva dichiarato che le leggi che non permettono la contrazione del matrimonio tra due persone dello stesso sesso sono incostituzionali (il caso Obergefell v. Hodges), la Solnit, nel suo libro Gli uomini mi spiegano le cose, aveva fatto un’importante deduzione al riguardo: il fatto che il matrimonio ora possa essere esteso a due persone dello stesso genere è possibile solo perché le femministe hanno liberato il matrimonio dal sistema gerarchico in cui era rinchiuso, reinventandolo come relazione tra eguali.

       Insomma, chi si sente minacciato dal matrimonio egualitario avverte come una minaccia l’idea della parità in generale tanto tra coppie eterosessuali quanto tra le coppie omosessuali.

       Una parità tra generi che qui in Italia non è ancora sentita. Non è affatto un caso che un paese tradizionalista come il nostro abbia deciso di non aprire il matrimonio a due persone dello stesso sesso e abbia invece optato, a partire dal 2016, per l’istituto delle unioni civili, una specie di matrimonio, ma con meno diritti (diciamolo pure: un matrimonio di serie “B”, che non contempla nemmeno l’obbligo di fedeltà).

       La soluzione dell’unione civile, come era lecito aspettarsi, non è piaciuta granché alle persone omosessuali, perché in tal modo il nostro legislatore, anziché estendere la categoria dei soggetti legittimati ad accedere al matrimonio, concretizzando il diritto di uguaglianza, ha creato un istituto ad hoc solo per le persone gay e lesbiche (in pratica le continua a discriminare esclusivamente in ragione del loro orientamento sessuale). Questo in parte giustifica lo scarso successo che ha avuto il neo istituto.

       Ad ogni modo da quando esistono questi pseudo-matrimoni è interessante notare, grazie all’indagine Istat del 2019, che in Italia ci sono state 2.297 unioni civili di cui 1.428 tra uomini. Il dato è interessante: si uniscono civilmente più gli uomini che le donne. Verrebbe da chiedersi perché. Una risposta sensata potrebbe proprio essere quella suggerita da Chiara Sfregola autrice del libro Signorina: probabilmente fra lesbiche ci sono molte femministe che vedono ancora con sospetto il ricorso a un’istituzione patriarcale, simbolo della sottomissione femminile.

       Certo ora sta a noi tutti a cambiare il significato di questa istituzione e farne una cosa diversa e più nobile: anziché un mezzo per soggiogare la donna, limitarne la libertà e l’indipendenza economica, uno strumento per dimostrare il proprio impegno e per dare copertura giuridica a un legame affettivo importante.  

       In questo senso sono ora le coppie eterosessuali che possono imparare qualcosa da un’unione civile tra persone dello stesso sesso, perché quest’ultima è intrinsecamente egualitaria: anche se nella coppia c’è sempre uno/a dei due che, per qualche aspetto, ha più potere dell’altro/a (ad esempio guadagna di più), nella maggior parte dei casi si tratta di un rapporto tra individui di pari condizioni liberi di determinare i propri ruoli.

       Pensate allo stupore che suscita la notizia, per esempio, che una coppia di lesbiche abbia la colf…: viene da chiedersi “sono entrambe donne, tra le due ci sarà almeno una che abbia voglia di occuparsi delle faccende di casa?”. La risposta è no, non è mica detto.

       È quindi evidente la forte connessione tra femminismo e movimento LGBTQ+. Un legame che a marzo 2019 in occasione del “Congresso mondiale delle famiglie” che si è tenuto a Verona è emerso in modo importante, spingendo associazioni femministe e attivisti LGBTQ+ a marciare insieme, manifestando contrarietà rispetto ai contenuti proposti dai relatori di quell’evento, per lo più uomini che mettevano in discussione il diritto all’aborto, il diritto al divorzio e che riproponevano il modello familiare di una volta tipicamente patriarcale.

       Mi sento pertanto di condividere la preoccupazione manifestata da Flavia Gasparetti nel suo libro Madri e no davanti a certi recenti slogan politici che richiamano con tanta nostalgia il passato e la famiglia di una volta perché il passato è proprio il luogo in cui le donne e le persone LGBTQ+ avevano meno di quanto abbiano ora.

       Per questo motivo non dobbiamo mai dimenticare la fatica che è stata fatta per ottenere i diritti di cui godiamo oggi, perché li dobbiamo difendere sempre e perché è importante che questa rubrica dia voce a Lilith e alle altre.

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Valentina Pizzol vive a Treviso, dove esercita la professione di avvocata. Da sempre sensibile rispetto alle questioni LGBTQ+ è socia di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBTI+, nonché Segretaria del Coordinamento LGBTE di Treviso; dal 2019 è altresì Commissaria designata per le pari opportunità presso il Comune di Treviso. Ha partecipato a numerosi convegni, anche universitari, in qualità di relatrice sui temi delle unioni civili, dell’omogenitorialità e del linguaggio discriminatorio.   

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