I Pionieri di Pozzonovo. Storia di un processo (1953-1956), di Andrea Colasio, Il Poligrafo (2025). Commento critico di Luciano Morbiato

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Andrea Colasio, I pionieri di Pozzonovo. Storia di un processo (1953-1956)

Nell’Italia degli anni Cinquanta, il clima politico postbellico si caratterizzò per una contrapposizione radicale tra mondo cattolico e mondo comunista: parallelamente a quanto avveniva nello scacchiere internazionale segnato dalla Guerra fredda, il conflitto fu non meno violento, se non devastante, anche per una piccola comunità agricola della Bassa padovana. In questo contesto il processo ai Pionieri di Pozzonovo è un episodio giudiziario tra i più incredibili e inquietanti della storia contemporanea, seppure oggi a malapena ricordato.
Tra il 1953 e il 1956, sei braccianti aderenti al Pci vennero accusati di (e processati per) abusi sessuali ai danni di una trentina di bambini e bambine tra 5 e 14 anni, nonché di aver insegnato precetti contrari alla Chiesa e nocivi all’ordine pubblico: le accuse facevano seguito alle “confessioni” che i religiosi del paese avevano raccolto dai bambini, amplificate poi da una pastorale del vescovo di Padova, pubblicata sul giornale diocesano «La Difesa del Popolo» (ottobre 1953).
Anche per l’interesse della stampa, il caso divenne nazionale, in quanto espressione tra altre della battaglia epocale della Chiesa nei confronti dell’Associazione dei Pionieri italiani, creata dal Pci nel 1949 per la formazione dell’infanzia e adolescenza, e colpita da una specifica scomunica del Sant’Uffizio (dopo quella riservata ai comunisti).

Dopo aver ricostruito l’ambiente socio-culturale del paese e la storia dell’Api, l’autore del volume segue l’intera vicenda processuale, dalle indagini preliminari allo svolgimento in aula, attingendo agli archivi e alla stampa dell’epoca, fino alle sentenze, di primo grado e in appello, e agli strascichi nei rapporti della piccola comunità e ai riflessi nella percezione e nell’evoluzione dei bambini.


Commento critico di Luciano Morbiato

«… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta» scriveva Guido Gozzano nell’Amica di Nonna Speranza e anche a me è venuta più volte la tentazione di scrivere “rinasco nel mille novecento cinquanta”, mentre leggevo il corposo e importante saggio di rievocazione storica realizzato da Andrea Colasio, I Pionieri di Pozzonovo. Storia di un processo (1953-1956). Dovrò stare attento a non lasciarmi coinvolgere nel vortice della memoria, per non trasformare questa recensione in un amarcord, anche se non posso impedirmi di riconoscere, tra i bambini di Pozzonovo, il bambino di Camin che sono stato… La lieve citazione che apre il mio resoconto di lettura è una sorta di analogia (Gozzano scriveva i suoi versi nel 1905) perché Colasio ricostruisce (e restituisce) l’air du temps, anche se si tratta dell’aria di un tempo caratterizzato da una decisa contrapposizione tra due modelli di vita e di fede che il nostro Paese e i nostri paesi hanno attraversato con una partecipazione e una durata impensabili nei nostri tempi di mode e accanimenti subitanei ma effimeri.

Chiusi tra un Prologo e un Epilogo, i sei ampi capitoli descrivono: I) il paese di Pozzonovo (Una comunità divisa); II) il modello sovietico dell’Associazione dei Pionieri italiani (Api); III) la reazione (e la scomunica) da parte cattolica; IV) Le indagini preliminari del Parroco e di suor Battistina, e del maresciallo Lavarra; V) Il dibattimento in tribunale; VI) Le arringhe degli avvocati e le sentenze. L’autore ha setacciato e selezionato la stampa del tempo, sia di parte cattolica che comunista, locale («La Difesa del Popolo», settimanale della diocesi, e «Il Lavoratore», settimanale del Pci veneto) e nazionale («L’Avvenire d’Italia» e «L’Unità»), nonché quella “indipendente”, laica-liberale (ma l’articolista del «Corriere della Sera» era un colpevolista convinto); ha soprattutto attinto agli archivi, pubblici (del tribunale) e privati (in particolare del Centro Luccini di Padova, che custodisce ora anche l’ingente mole di documenti raccolti dallo stesso Colasio); ed ha sentito, da ultimo, alcuni dei protagonisti della vicenda, a cominciare dai bambini di allora.

Il Prologo si apre in medias res con il rinvio a giudizio, il 29 dicembre 1954, di sei abitanti di Pozzonovo – un comune, allora decisamente agricolo, della Bassa padovana, al centro del quadrilatero Monselice, Solesino, Tribano, Anguillara – che avrebbero commesso delitti «offensivi del pudore, dell’onore e della libertà sessuale» a danno di alcuni minori tra 5 e 16 anni di età (p. 15). In realtà, già nel febbraio del 1953 era comparso nel settimanale diocesano un monito, accorato e violento insieme, del vescovo di Padova, monsignor Girolamo Bortignon, contro «gli uomini venduti all’ANTICRISTO rosso» (si riferiva ovviamente ai comunisti) pronti a «sferrare l’ultimo apocalittico assalto» (p. 18; maiuscolo nella DdP).

Scorcio di una strada di Pozzonovo negli anni '50 con edifici storici e poche persone in un giorno di pioggia.
Il centro del paese di Pozzonovo col cinema Tersicore, 1955

A Pozzonovo, tutto era partito da una canzoncina, cantata pare da una bambina e ascoltata da suor Battistina, e dalle successive confessioni dei bambini alla suora, superiora dell’asilo locale, e a don Cesare Morosinotto, il parroco: nella sede dei Pionieri (del Pci) e nel cinema Tersicore gli adulti, alcuni citati coi soprannomi (da “Coca” a “Miretto”), insegnavano a bestemmiare ai bambini, premiando con caramelle o in denaro (5 o 10 lire a bestemmia) chi ne infilava di più, li facevano ballare e arrivavano a farli spogliare e metterli distesi, bambino sopra bambina, per fare «le cose brutte» (p. 21). Tra giugno e luglio 1953 i religiosi avevano ascoltato questi racconti, che avevano fatto scrivere e sottoscrivere ai bambini, alla presenza dei genitori, e li avevano inviati al vescovo. Da quel momento la vicenda e il paese, che ne era lo scenario (in termini cinematografici: il plot e il set), divennero un argomento di interesse nazionale, perché si inserivano nella più ampia e accesa diatriba che opponeva la Chiesa al Partito comunista, i cui aderenti erano già stati scomunicati da Pio XII, il potere democristiano (simbolizzato dal ministro degli interni Scelba) alla organizzazione del partito di Togliatti, fino alle potenze rivali, gli Stati uniti all’Unione sovietica, in piena guerra fredda.

Manifesto elettorale della Democrazia Cristiana che recita "Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo! Vota Democrazia Cristiana"
La Dc difende i bambini dal pericolo comunista, manifesto della Dc, 1948

Colasio pone un particolare accento sul paese, sulla popolazione di Pozzonovo, allora formata da piccoli proprietari e fittavoli, ma in maggioranza da braccianti agricoli (con la parte femminile che stagionalmente si trasferiva nelle risaie della bassa Lombardia e del Piemonte), già protagonisti in passato delle lotte contadine, dal movimento de La bóje di fine Ottocento ai più recenti “scioperi a rovescio”, con il sogno di “fare come la Russia” (tanto che anche nella provincia padovana questa sciagurata prospettiva aveva indotto qualche proprietario ad acquistare estensioni agricole alternative in Canada o in Argentina!). Le lotte del 1949 avevano portato alla repressione in paese, con l’arrivo della Celere e l’arresto del capo-lega locale Silvino Trovò, che ha in seguito scritto e stampato le sue memorie dell’epoca. Agli scioperanti, i carabinieri arrecarono il massimo danno, accanendosi sulle loro preziose biciclette lasciate tra i campi e i fossati, mentre un proprietario arrivò a sparare a una giovane bracciante (p. 64).

Gruppo di giovani donne e ragazzi in posa alla stazione ferroviaria, probabilmente membri dell'Associazione Pionieri d'Italia negli anni '50.
Le mondine della Bassa Padovana vengono accompagnate nelle risaie piemontesi da Paolo Pannocchia, Stazione di Monselice, 1952

Il panorama del paese, nelle sue componenti sociali, con redditi minimi e una percentuale elevata di sottoproletari, di poveri, costretti a inventarsi mestieri (dal robivecchi al cercatore di talpe), è quello di una «comunità divisa», divisa anche nella “piazza” tra concorrenti: le opere parrocchiali e le osterie (e la sede del “partito”), il cinema parrocchiale (Roma) e quello commerciale (Tersicore). Sono tutte premesse che determinano comportamenti, reazioni, dichiarazioni dei tanti protagonisti, documentate ad ogni pagina del volume, che si presenta come un affresco, non ancora sbiadito dopo settant’anni, ma anzi dai colori ravvivati, o come un romanzo corale (peccato che autore e/o editore non abbiano pensato a un Indice dei nomi che avrebbe facilitato il lettore a ritrovare i personaggi e a seguirli o a ritrovarli nella narrazione).

Dato che tutto lo scandalo parte dalla supposta canzoncina dell’Api e dalla cultura diffusa dall’Api, uno spazio adeguato (pp. 75-119) è riservato alla storia dell’organizzazione infantile-giovanile dei Pionieri, che aveva come modello quella sovietica, sorta nel ricordo di un piccolo martire del socialismo, Pavel Morozov (la sua vicenda era stata alla base, negli anni ’30, di un film di Eizenstejn, Il prato di Bezin, non completato dal regista). L’Api si costituiva come alternativa al sistema, se non al monopolio, educativo della Giac (l’Azione cattolica che riuniva i ragazzi tra gli Aspiranti), un monopolio confessionale che aveva nel Papa l’ispiratore («Bianco Padre che da Roma / ci sei meta luce guida…» cantavamo). Si diventava Pionieri dopo una domanda di ammissione, seguita da una solenne Promessa, che preludeva all’inquadramento in un gruppo, che si allargava a un reparto e infine a un distaccamento (con un lessico che attingeva a quello militare-scoutistico). Come tutte le organizzazioni alternative (e come ha scritto Walter Benjamin nelle Tesi di filosofia della storia a proposito dei «giorni festivi, che sono i giorni del ricordo»), anche l’Api aveva un suo calendario festivo, dal 24 febbraio, anniversario della morte di Eugenio Curiel all’8 marzo festa della donna e delle Pioniere, dal 25 aprile al I maggio, al I giugno, festa internazionale dell’infanzia, fino al 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’ottobre, ma la liturgia prevedeva anche l’appropriazione-rinominazione della Befana e del carnevale…

A leggerne le pubblicazioni (di Dina Rinaldi, I pionieri nel paese del socialismo, 1951, e di un giovane Gianni Rodari, autore del Manuale del Pioniere, 1951) l’associazione si proponeva la formazione di cittadini democratici, per i quali erano fondamentali il rispetto del lavoro e l’amore per «il Paese e la pace, la famiglia e lo studio», attraverso la conoscenza della storia e della memoria collettiva, dalle lotte del Risorgimento a quelle della Resistenza, un’epopea che si concretava in una «vera e propria religione della patria» (p. 96) con un vertice nella Resistenza, che doveva essere oggetto di «filò e racconti attorno ai fuochi» (Rodari)! L’accento era posto spesso sulla “felicità”, quando si trattava dei «ragazzi dell’Unione sovietica … i più felici del mondo», perché vivevano in un paese «governato dai lavoratori stessi, dove i ragazzi sono felici e gioiosi». Questa enfasi era arrivata a battezzare «Felicione», metafora della società socialista, il pianeta in cui arriva un personaggio del fumetto Chiodino interplanetario, pubblicato nel «Pioniere», il giornalino che doveva competere con avversari del calibro del «Vittorioso» (cattolico), dell’avventuroso-amoroso «Intrepido» e del semprevivo «Corriere dei piccoli».

Retro della tessera dell'Associazione Pionieri d'Italia del 1954 con il testo della "Promessa del Pioniere" e immagine di Garibaldi.
Tessera dell’Associazione Pionieri, 1954

A Padova nel 1952, per ammissione dello stesso segretario provinciale comunista, Busetto, si era ben lontani dall’incidere sull’associazionismo dei ragazzi: «200 tessere di piccoli pionieri è una cifra misera se pensiamo a tutti i bambini che hanno i diversi compagni» (corsivo LM); l’anno successivo i tesserati erano saliti a 460 nell’intera provincia, ma nel 1954 erano ridiscesi a 170, suddivisi in 8 gruppi, formati nei quartieri operai della città, e uno a Cadoneghe, «isola rossa nel contesto bianco del Nord padovano» (p. 118).
In questo “contesto” scoppiò il caso dei pionieri di Pozzonovo, segnando la continuità ma anche uno dei vertici della «crociata per la riconquista cattolica della gioventù e della famiglia» (come ha scritto Marco Fincardi in un saggio del 1998), di cui era parte la canonizzazione di Maria Goretti (1950), e, in negativo, l’accento posto sulle pratiche di iniziazione sessuale mascherate da educazione dei pionieri, con l’accusa ai comunisti di organizzare delle vere e proprie “case di corruzione” della gioventù, in cui venivano praticati i «balli erotizzanti». Tra i politici di maggioranza si consolidò la necessità di intervenire, id est sciogliere l’Api, un provvedimento ritenuto più urgente della legge sulla stampa, più urgente della legge sulle case di tolleranza!

La seconda parte del volume è separata dalla prima dal corredo iconografico e documentale: una serie di 37 immagini, da una copertina (di Walter Molino) della «Domenica del Corriere» ai manifesti elettorali, dalle foto del corteo tra le vigne per il funerale di un partigiano alle tessere dell’Associazione pionieri d’Italia, dalle prime pagine della «Difesa del popolo», che «denuncia con spaventosa documentazione l’infame attività dell’Api per dissacrare la fanciullezza», alla tenera istantanea (1956) di due piccoli e fieri pionieri.

Due bambini, un maschio e una femmina, in tenuta ginnica durante una manifestazione dell'Associazione Pionieri d'Italia negli anni '50
Associazione Pionieri, Cadoneghe (Padova), 1956

Toccò al maresciallo Lavarra la prima indagine, dopo che «la voce pubblica» aveva diffuso in paese le notizie sulle interrogazioni dei ragazzi da parte del sacerdote; nel suo rapporto egli specificava, col condizionale, che alla scuola si spiegava che Dio non esiste, che non è peccato bestemmiare, «infine avevano insegnato il ballo e di fare cose brutte fra minori di sesso diverso», anche nel cinema Tersicore (p. 185)! Da luglio 1953 si arriva a novembre, quando le indagini sono avviate dal giudice istruttore Dal Covolo e dal pubblico ministero Schivo, che raccolgono le dichiarazioni dei bambini che confermano, smentiscono, negano, anche in presenza di suor Battistina, mentre in paese la tensione aumenta tra accusatori e accusati (il partigiano Baretta, che morirà prima della sentenza e aveva giurato di fare «un cimitero»), innocentisti e colpevolisti.

n lungo corteo funebre nelle campagne venete degli anni '50, con partecipanti a piedi e in bicicletta che portano corone di fiori.
Funerale di Casimiro Baretta, Pozzonovo, 1954

Nella ridda di affermazioni (e di menzogne) che si susseguono nel corso delle udienze e delle deposizioni, la verità è proclamata da uno dei piccoli testi che ribatte alla principale accusatrice: «Io non sono mai andato alla riunione alla sede del Pci; sono andato soltanto a nuotare con dei bambini che erano completamente nudi. Ho anche visto giocare bambini e bambine a morosi e morose, non nella sede del Pci ma in mezzo al campo» (p. 220). Il quoziente veritativo di questa frase, oltre la sua innocenza, edenica o meno, si può estendere all’intera popolazione padovana degli anni ’50, tra infanzia e adolescenza, meno quella di città (che andava alla “Rari Nantes”, una piscina sulla riva del Tronco maestro del Bacchiglione), perché tutti, in campagna, facevano il bagno, spesso nudi, nel cornio o nella fossa Monselesana (a 8/10 anni), nel canale, Roncajette o Piovego o Scaricatore (a 12/14), e infine nel fiume Brenta (a 16). E c’erano spesso delle ragazzine che passavano e si fermavano sull’argine, posate alla bicicletta, e poi ripartivano…

Il giudice istruttore Checchini il 29 ottobre emetteva la sentenza di rinvio a giudizio degli accusati, ampiamente citata e analizzata da Colasio (pp. 241-48), e il 19 dicembre ebbe inizio il dibattimento in tribunale, sostenuto per la difesa dagli avvocati Emilio Rosini, Giorgio Tosi, Colla e Gallo. La “copertura mediatica” fu eccezionale, con Mario Passi su «L’Unità» e Celino Bertinelli sul «Gazzettino»; anche «Il Corriere della Sera» seguì l’intero dibattimento giorno per giorno, tra la fine del 1954 e l’inizio del 1955, compreso il sopralluogo in paese (18 gennaio), ma il suo inviato, Max David, aveva già anticipato l’arringa dell’accusa: «Spegnendosi le luci del cinema Tersicore, si spegnevano nei piccoli uomini quelle facoltà inibitorie che ancora avrebbero impedito di farne dei “pionieri” della società di domani» (p. 270). Sui principi dell’Api venne chiamato a testimoniare persino Concetto Marchesi: l’illustre latinista e membro del Comitato educativo dell’Api, precisò: «l’ossessione del peccato carnale non è nostra … Per amore della natura noi si intende amore per le cose, escludo che qualcuno abbia inteso come amore della sessualità» (p. 295).

La prima arringa per la parte civile fu pronunciata, il 25 gennaio, dall’avvocato Giuseppe Ghedini, che escluse la natura politica del processo, indicando piuttosto negli imputati degli «individui dalla natura tarata … degenerati morali con perversi impulsi sessuali a causa della loro condizione sociale e del basso livello intellettuale» (p. 311), con una equazione lombrosiana che li bollava come criminali in quanto appartenenti a una classe inferiore. A queste accuse senza scampo successero le domande retoriche e antifrastiche di Mario De Luca, altro avvocato di parte civile, che per assurdo si chiedeva se fossero stati i religiosi a istruire i fanciulli, e si rispondeva che le ritrattazioni erano in realtà una «menzogna» seguita alle minacce degli imputati ai testimoni, concludendo che la condanna doveva estendersi alla «regìa malvagia che ha corrotto tante coscienze infantili» (p. 314). Il pubblico ministero Josè Schivo, che parlò il giorno successivo per due ore e mezza, dopo aver ricordato la responsabilità che gravava sulla sua funzione, liberò gli imputati dalle accuse più gravi di associazione a delinquere e violenza carnale, ma confermò quelle per atti osceni e corruzione di minorenni.

Lettera manoscritta del 1953 in cui un cittadino di Pozzonovo smentisce le accuse del parroco contro l'educazione impartita nella sezione locale del PCI e dei Pionieri.
Lettera autografa di Provo Bertazzo, 1953

Per la difesa parlò per primo, il 27 gennaio, Ettore Gallo che mise in risalto le contraddizioni delle accuse, a partire dall’identificazione dei luoghi dove sarebbero avvenuti i turpi fatti: la sede del Pci era in realtà una stanzetta con le finestre sulla pubblica via e il Tersicore era occupato da panche inchiodate al pavimento. Seguì l’arringa-fiume dell’avvocato Rosini (quattro ore e mezza!), che collocò la denuncia del parroco – per il quale «ogni organizzazione proletaria» era «un’opera demoniaca» – come una battaglia locale nella guerra più ampia tra Dc e Pci (p. 322); quanto alle supposte oscenità, ricordò che già nel 1821 una bolla pontificia aveva accusato «la setta dei Carbonari» di favorire «lo sfogo delle libidinose voluttà» (p. 324).

La sentenza di I° grado fu letta dal Presidente Ingrascì, nella tarda serata del 28 gennaio: in conclusione dell’analisi della situazione sociale del paese e della disamina delle varie testimonianze, gli imputati andavano assolti per non aver commesso il fatto! «Il Lavoratore» titolava «Come è finita vergognosamente la più bassa montatura politica del dopoguerra», mentre sull’«Unità» Ulisse, il direttore Davide Lajolo, dopo aver evocato un «clima Medioevale», si felicitava: «Giustizia è fatta», finendo per lanciare una raccolta fondi per costruire, sul serio, una Casa del Popolo a Pozzonovo. Lo stesso intraprese la “parte avversa”, la Dc locale, con una sottoscrizione per un nuovo asilo, a meno di un mese dalla sentenza di assoluzione («L’Avvenire d’Italia», 22 febbraio 1955): l’inaugurazione dell’opera avvenne il 28 dicembre 1956, mentre la Casa del Pioniere (sic) veniva inaugurata il 28 aprile 1957.

Prima pagina del settimanale cattolico "La Difesa del Popolo" del 1953 con il titolo: "Il Vescovo denuncia l'infame attività dell'Associazione Pionieri Italiani
Pastorale del vescovo Bortignon, «La Difesa del Popolo», 4 ottobre 1953

Nel frattempo, monsignor Bortignon si era rivolto ai sacerdoti della Diocesi di Padova, proclamando che prendeva atto «come cittadino della decisione di un giudice della Repubblica italiana», ma come vescovo si ergeva a «giudice del bene e del male, difensore del suo gregge contro i lupi rapaci» (p. 355); il Pubblico ministero Schivo era ricorso in appello, da tenersi a porte chiuse per non «nuocere alla pubblica morale ed eccitare una insana curiosità»: il 24 novembre 1955, alla fine di approfondite valutazioni critiche, gli imputati erano assolti, questa volta per insufficienza di prove. La formula, che inficiava la prima sentenza, rappresentò una mezza vittoria per la Chiesa, ma consigliò al Pci di non arrivare al giudizio in Cassazione, forse anche per intercorsi contatti tra Pci e Vaticano, quindi sulla base di un compromesso politico tra i veri protagonisti…

L’ho fatta lunga ma mi pareva ne valesse la pena, allo stesso modo di Andrea Colasio che ha inseguito, braccato la sua preda per molti anni: egli ricorda infatti nella Postfazione di aver sentito parlare del “processo” nel 1979 e di averne scritto una primissima sintesi per un convegno nel 1981 e quindi per un quotidiano nel 1983, ambientando la vicenda nel clima politico dell’epoca, in occasione della ricostruzione dei fatti da parte di un protagonista, allora bambino, testimone e poi ricercatore di storia (Tiziano Merlin, La piassa, 1984).

Il libro di Colasio non è dunque un instant book, ma piuttosto un long distance book, dei protagonisti del quale l’autore segue, nelle ultime pagine, le vicende successive, come in certi film “tratti da una storia vera”: dal vescovo Bortignon, accusatore dei lupi che attaccavano gli agnelli del suo gregge, ma anche fiero oppositore di Padre Pio e dei suoi seguaci, a don Cesare, che Colasio tenta di intervistare, novantenne e ospite della festa per una Prima comunione, e gli risponde: «Assieme al Vescovo, ho salvato i bambini dal comunismo» (p. 421), fino al giornalista Celino Bertinelli, che dall’alto dei 95 anni, retrocede gli scontri a «una guerra di penne» (p. 424)…

La “guerra di penne”, e non solo, è stata raccontata e commentata con sagacia nelle oltre 400 pagine de I pionieri di Pozzonovo, necessarie per collocare i fatti e le persone nella cornice del tempo e dei luoghi: saranno sufficienti per i lettori millennial, che sono venuti dopo e sono a loro agio sulla tastiera, ma che rispetto a quei bambini ignorano che ci si possa nascondere tra il formentón (le piante di granoturco), tanto per giocare che per fare le brute robe? Di sicuro, anche se faranno fatica a capire, gli sarà utile leggere quattro righe in cui il bambino Settimo Dalla Montà riassume la sua condizione, ma non solo sua, di grande miseria in cui le «sporte della spesa» che don Cesare gli passava erano un aiuto, ma anche un ricatto, mentre l’altro prete, l’imponente cappellano don Ottavio, lo prendeva per le orecchie.

Nel vivo della narrazione questi sprazzi di microstoria si ripetono: Pietro viene attirato in canonica perché il parroco gli dice che ha «della roba da vestire» (p. 271); Silvina: «La suora me dava on saco de strasse se disevo quee paroe»; Ginetta: «La suora mi ha mandato a chiamare dicendomi che mi dava un sacco di stracci» (p. 276); la suora aveva mandato a chiamare Silvana dicendo che voleva regalarle un paio di scarpe (p. 278); Maria: «Suor Battistina mi ha detto che se dicevo che andavo dai comunisti che mi insegnavano a bestemmiare e a fare brutte cose, mi avrebbe dato una sporta di pasta. Ma io ho sempre detto di no. Mi sono portata via la pasta e poi ho riportato la sporta» (p. 280); Tiziano si mise a gridare: «Il parroco ti ha pagato i sandali perché tu dici questo», Settimo: «Non è vero: me li ha pagati perché non avevo niente da mettermi ai piedi» (p. 284); Fiobo, fratello di Provo, sentito dal giudice, raccontò che il fratello (che aveva sei figli) aveva sottoscritto la dichiarazione perché altrimenti don Cesare «gli avrebbe tolto i due campi tenuti in affitto» (p. 300).

Un’ultima segnalazione da lettore curioso merita, a mio avviso, il florilegio di nomi propri dei personaggi, oltre i due fratelli appena nominati: Arnesio, Carisio, Dosolina, Elvino, Ermintilio, Idelminio, Irdio, Licida, Ottavina, Viscardo, Zelina. Anche questi concorrono a delineare un mondo a parte, ma che è stato vivo e ha combattuto una buona battaglia: quella per sopravvivere, e leggere I Pionieri di Pozzonovo li terrà in vita.

Luciano Morbiato, dottore di ricerca in Scienze letterarie, teoria e tecniche dell’interpretazione letteraria


Immagine di copertina
Tessera dell’Associazione Pionieri d’Italia, 1951

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